La mia stanza

“Creati una stanza. Un luogo difficile da raggiungere. Un luogo per il quale solo tu conosci la strada. Un posto in cui nessuno possa avvicinarti. Uno spazio in cui imparare a muoverti in solitudine.”

La mia “Stanza” è nata come spesso avviene per molte cose da uno spunto. Da un punto d’origine. Da esso ha preso piano piano forma, un passo, immaginario, dopo l’altro. Giorno dopo giorno sono riuscito a scendere sempre un po’ di più, in profondità.

Vi racconto la mia “Stanza”. Le virgolette sono d’obbligo perché, come vedrete, più che angoli ci sono passi.

Cominciamo.

Il sole sta tramontando su uno scenario desertico. Qualche grande roccia su una distesa di sabbia e pochi, bassi, arbusti. Il cielo comincia a tingersi di note bluastre. Sto camminando, ho la percezione di me, ma non mi vedo. So dove sto andando, adesso conosco bene quella strada. In principio il senso di smarrimento e la gioia della scoperta si rincorrevano senza sosta dentro il mio essere. Adesso è solo pace, consapevolezza e determinazione. Non sono solo. Non più. Lo ero le prime volte, forse. Forse, semplicemente, non vedevo chi avevo attorno. Poi un po’ per volta, uno alla volta, si sono mostrati. Non sono sicuro di riuscire a percepire tutti coloro che mi sono vicini durante questo cammino, anzi sono abbastanza convinto del contrario. La prima a rivelarsi è stata la Leonessa. Cammina placida al mio fianco, raramente volge il suo sguardo su di me. Non ha bisogno di vedermi, sa che sono lì. Il secondo personaggio è un uomo dal fisico longilineo e la testa da Ibis. Nonostante cammini sempre in testa al gruppo, nonostante sia sempre stato davanti ai miei occhi, non ero mai riuscito a vederlo prima di quel giorno. Ad essi si aggiunge una Donna. Giovane, nel fiore degli anni, un’acconciatura decorata, ma semplice allo stesso momento. Infine un Coccodrillo chiude il gruppo. Ci muoviamo in silenzio, nessuno emette altri rumori al di fuori di quelli legati ai propri passi. Insieme, all’unisono, ci muoviamo verso la nostra meta. Il passo è lento, quello di una camminata in cui la testa è immersa in un pensiero impegnativo.

Non ci vuole molto. Un ingresso rettangolare si scorge all’improvviso a pochi passi da noi. Come se avesse deciso di rivelarsi ai nostri occhi solo in quell’istante. Ognuno di noi sa cosa fare. La giovane Donna sgretola la sua essenza in particelle finissime e in una dolce nube si dirige verso il cielo ormai buio dando vita alla volta stellata che ospiterà il nostro prossimo cammino. La leonessa, pigramente, si sdraia su un fianco proprio davanti all’uscio. Si preoccuperà che nessuno mai possa entrare. Il resto della compagnia procede oltre la soglia buia.

Appena dentro l’Ibis si ferma e mi porge una fiaccola. Il suo cammino finisce qui. In quell’esatto momento, mentre la fiaccola entra a far parte di me, dal mio corpo salta fuori un’ombra. L’ospite nascosto è sempre stato parte della nostra comitiva e seppur celato alla vista, tutti siamo sempre stati coscienti della sua presenza. L’oscurità si compone davanti ai miei piedi in uno Sciacallo e mi incita a seguirlo. Dietro di noi, il Coccodrillo. Il percorso è in discesa e il buio permea l’ambiente circostante. Ricorda l’interno di una struttura antica. La prima torcia affissa sulla parete smette presto di illuminare il nostro cammino, ma non appena diviene troppo oscuro la fiaccola che l’Ibis ha riposto in me accende la torcia successiva. Tutto sembra essere disposto per arrivare al limite senza superarlo mai. Superiamo alcune stanze, non riesco a vedere molto oltre gli usci, ma non serve: non è lì che stiamo andando.

Alla fine del tragitto c’è una stanza di medie dimensioni. L’unica illuminata fino ad ora, comincio a scorgerne la luce oltre la curvatura del corridoio. Lo Sciacallo entra per primo e si sdraia immediatamente a destra dell’ingresso. Mentre faccio il primo passo all’interno del nuovo ambiente il mio sguardo è rivolto al Coccodrillo dietro di me. Pare non voglia continuare. Il suo cammino è ultimato. Rimarrà a vegliare su questo nuovo seppur ben conosciuto uscio.

La prima volta che alzai lo sguardo rimasi impietrito. Un enorme Cobra nero occupava buona parte del volume del locale. Mi fissava, mi sentivo in pericolo, ma nonostante ciò nessuno dei miei guardiani muoveva un muscolo, aspettavano.  Ai quattro angoli della stanza si scorgono quattro grosse candele cilindriche. Con le spalle rivolte al muro e ponderando attentamente ogni mio lento movimento mi accingo ad accenderle una per una. Come se quella luce aggiuntiva possa rivelarmi qualcosa di più. Qualcosa che possa risolvere lo stallo in cui mi trovo e possa aiutarmi ad andare oltre. Il miracolo non avviene. Mentre mi convinco che l’unico modo per affrontare la situazione è intraprendere un combattimento dall’esito probabilmente scontato con l’enorme serpente, i suoi occhi sembrano comunicarmi qualcosa di diverso. Il terrore, l’adrenalina, si rimodellano al mio interno in fiducia e consapevolezza. Abbasso i pugni e mi avvicino. Il Cobra allarga le sue spire e mi fa posto prima di ristringerle dolcemente attorno al mio corpo che per la prima volta riesco a vedere interamente, come se qualcuno mi osservasse. Sono seduto, le gambe incrociate, gli avambracci appoggiati sulle cosce. Riconosco la posizione, è quella dello scriba.

A quel punto una delle pareti rivela una porta segreta. Si apre autonomamente. Dal nuovo ambiente giunge una luce bianca molto intensa, quasi accecante. Abbandono la mia posizione incuriosito e conscio di poter procedere. I miei occhi si abituano presto alla nuova luce e la nuova stanza rivela un individuo sospeso a mezz’aria nella stessa posizione che fino a poco prima assumevo io stesso. Non ci sono passaggi. Non vedo altre porte. Tuttavia dentro di me ho la certezza di non essere arrivato. Devo solo capire come andare avanti. Come superare questo nuovo blocco. È solo allora che lo noto: lui è bianco ed io nero. Nonostante la posizione sia la medesima, la nostra natura apparente ci differenzia, quasi fossimo il negativo l’uno dell’altro. Salgo a mezz’aria e di nuovo assumo la posa. In quell’istante le due entità si fondono come si stessero aspettando vicendevolmente da tempo immemore e tutto esplode in una bianca luce abbagliante.

K0

Che dire.

Che dire. Di sicuro siamo andati avanti. Tornare indietro questa volta proprio non si poteva. Probabilmente non si poteva neanche fare peggio. Eppure. Sì, lo so. La mia punteggiatura non ti piace. Non avresti messo né quel punto né quella virgola. Non ti è mai piaciuta. Dicevamo? Ah, sì, eppure. Eppure, mi sembra di aver perso qualcosa. Perso, non nel senso di smarrito, intendiamoci. A ritrovare tutto quello che smarrisco ogni giorno ci ho perso la speranza. Vedi? Ho perso anche quella. Intendo perso nel senso di mancato. Anche mancato è brutto. Si avvicina, ma non è quello. Sembra quasi una freccia che non centra il bersaglio. Sì, ok, veloce è stato veloce, ma non mi è parsa una freccia. Lasciamo Cupido e gli arcieri ai propri posti di combattimento. In realtà dubito che possano uscire di casa vista la pandemia. Ad ogni modo. Sfiorato? Si avvicina, ma ancora non ci siamo. Scivolato? Può darsi. Riesci ancora a seguire i miei pensieri? Concentrazione. Scivolato in parte rende l’idea. Due realtà che si toccano e si conoscono, ma che poi scivolano in direzioni parallele, ma lontane. Intoccabili e invisibili l’una all’altra. Sai cosa sono parallele? Le celle. Almeno così le immagino. Tante piccole stanzine grigie con una parete di sbarre metalliche, una di fianco all’altra. Geometriche in un luogo a sua volta geometrico. Inspira, lentamente. Espira. La senti? Ah, che magnifica prigione la normalità. Sai cosa può fare una prigione? Contenere. E sai cosa non può fare? Contenere. Degli stadi in cui si presenta la materia fisica può trattenerne solo uno: il fisico. Uno su tre (su quattro se includiamo il plasma), non mi pare un grande risultato. Anzi, forse anche in questo caso non si poteva far di peggio. Come stai? Vedo i tuoi post di tanto in tanto. Non li cerco, intendiamoci. Compaiono sullo schermo annoiato del mio telefono. Eccesso di tempo libero immagino. Ad ogni modo. Sei felice come sembra? Sembri felice? Ti basta davvero? Perso-mancato-sfiorato-scivolato. Dicevo, non credo sia sbagliato, però. Maledetto però. Ti porta sempre lì lì per saltare e poi ti abbandona spaesato a te stesso. Come sono arrivato qui? Che stavo facendo? Però, forse, in un universo parallelo. Signor regista non possiamo vedere anche le scene tagliate? Il finale alternativo? Uno spoiler almeno?

Io? Sto bene. Bè a volte mi viene da starnutire, ma riesco a trattenerlo, la maggior parte delle volte almeno. Le altre semplicemente vengo additato quasi fossi un’arma batteriologica. Ci sta. Sempre meglio del rogo. Sto divagando dici? Ah. Non lo so, direi di sì. Sono successe tante cose e onestamente non ho ancora trovato il dizionario con la definizione di felicità più giusta per me. Aspetto le prossime pubblicazioni in edicola. Ma non mi fregano. Compro solo le uscite fino alla F e poi mi fermo. Non posso dilapidare i miei risparmi in gioia, imbarazzo, malinconia, nostalgia, pudore, tristezza e vergogna. Zizzania, non dimentichiamo zizzania. Scendo alla felicità. Se la trovo. Probabilmente l’ho appoggiata da qualche parte. Ci vorrebbe un’app. “Trova la tua felicità” per ios e android. Gli altri s’inculassero. “Scusi, ma il mio Huawei supporta l’app per la felicità?” “No, signora, ma chieda al mio collega le indicazioni per la cesta delle corde per impiccarsi, quelle funzionano per tutti”.

In questo momento o stai ridendo o sei terribilmente incazzata. Le mezze misure mai. Non sarai mica brava solo tu. Forse fingi indifferenza. Sì, ti ci vedo con la tua area naturalmente snob e superiore alla media. Sì, lo so. Non ho risposto. Pace.

K0

Avremo fatto la scelta giusta?

dal web.

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo di investire in soldati ed aerei anziché in dottori ed ospedali? A cosa ci sono serviti e a cosa ci servono ogni giorno milioni di euro a forma di caccia bombardieri e discendenti di baionette se non a divulgare la religione della distruzione e della morte a popolazioni ignare ed innocenti? Non sarebbero serviti forse a più nobile ed utile scopo medici e macchine salva-vita anziché strumenti di omicidio? Immaginate di aver inviato, anziché carrarmati e soldati, infermieri e medicine nei Paesi che ora sono solo macerie e desolazione. Come sarebbe oggi il mondo?

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo di rintanarci come sardine in città ogni giorno più grandi e meno vivibili alternando zone di densità di popolazione a dir poco elevata e zone pressoché disabitate? Non sarebbe stato forse meglio distribuirci in maniera omogenea in centri abitati medio-piccoli lungo tutto il territorio di questo nostro bel Paese? Sprovvisti, sì, di supermercati e grattaceli, ma addobbati da piccole botteghe e grandi viste su ciò che di più prezioso c’è al mondo: il mondo stesso. Preferiamo davvero il nostro odiato cemento? Tanto caldo d’estate quando freddo d’inverno.

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo una mentalità di consumismo anziché di risparmio? Cambiare un telefono all’anno in momenti come questi a cosa ci è servito? Non sarebbe stato forse meglio avere qualche soldino in più per aiutarci a vicenda e chissà magari sostenere ulteriormente la ricerca medica?

Avremo fatto la scelta giusta a concentrarci sull’aspetto economico delle cose piuttosto che sulla logica e sulla prevenzione? Avremo fatto davvero la scelta giusta a scegliere di importare pressoché ogni cosa perché nel breve periodo conviene di più piuttosto che valorizzare, magari con un po’ di fatica, la produzione interna? Abbiamo davvero bisogno di ritrovarci senza neanche un’impresa che produce dispositivi medici all’interno del nostro territorio per porci il problema?

Avremo fatto la scelta giusta a scegliere la comodità del petrolio e dei gas al minor impatto ambientale delle energie rinnovabili? Facciamo davvero la scelta migliore a comprare ogni giorno energia elettrica prodotta da Paesi che utilizzano il nucleare piuttosto che sfruttare le innumerevoli risorse che questo mondo ha da offrirci?

Avremo fatto la scelta giusta, ci chiederemo, ad aver scelto la carriera e la vetrina dei social network piuttosto che un vivere più vicino alla natura ed agli affetti personali? Avremo fatto la scelta giusta preferendo la soddisfazione del presente all’investire sul nostro futuro?

Ci accorgeremo in tempo di aver fatto ogni giorno una scelta che per quanto appassionante e conveniente nel momento in cui si pone in essere potrebbe rivelarsi un cancro per la nostra vita? Ricordiamo ci con un colpo di spugna non si leva neanche lo sporco dai piatti, figuriamoci gli sbagli un’esistenza.

K0

Confessione di un pagano

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Mi perdoni padre perché ho peccato. Padre? Posso chiamarla così nonostante le sia vietato di copulare e dunque di riprodursi nonostante sia un eletto del Signore? Mi scusi.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Proprio non riesco a concepire un Dio in grado allo stesso tempo di arrogarsi l’unicità dell’essere divino e di dichiararsi buono e comprensivo. Il divino per i miei occhi, per il mio cuore, è ovunque e non in un singolo punto lontano chissà in quale angolo di chissà quale cielo. È nella terra e nell’acqua, nell’aria e nel fuoco. E’ in ogni singola emozione che quotidianamente domina il nostro vivere e il nostro morire. E’ nella piuma sulla bilancia così come nelle leonesse e nei serpenti. È nelle nostre rinascite e nei luoghi e nei momenti compresi tra esse.

Mi perdoni Padre perché ho peccato.

Più volte ho nominato il nome del millantato Dio unico, a voler usare un eufemismo, in maniera vana. Mi scusi, ma proprio non riesco a capire il discrimine tra le creature che lo stesso dio ha creato, la differenza tra un agnello e un maiale. Scusi anche il mio sarcasmo, ma mi sembra tutto un ragionare così fanciullesco. Pensi che il mio Paese se ne prende anche cura. Credo che presto sarà disponibile in qualche comma del codice penale anche la lista degli animali concessi e di quelli sacrileghi. Per fortuna siamo stati creati a sua immagine e somiglianza. Così ogni giorno possiamo continuare ad uccidere in suo nome senza nominarlo, senza riprodurne l’immagine, senza poter scrivere il suo nome.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Durante il Santo Natale ho dovuto recarmi a lavoro, così come il giorno del vostro primo santo. Non parliamo poi delle domeniche. Ma come posso onorare io questo precetto se ogni domenica dell’anno persino il Papa stesso macchia la sua coscienza con il peccato di lavoro festivo? Lodiamo nostro signore di non essere ebrei e di poter dunque disonorare il sabato lavorando. È buffo come i diversi dei unici riposino in giorni diversi, non trova? Sarà questione di fuso orario?

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Non ho onorato a sufficienza mio padre, quello vero, per tutte le cose buone che ha fatto per me e per la mia famiglia. Lo stesso faccio con mia madre, santa donna seppur non vergine. A mia discolpa posso dire che non ho rimesso loro le loro stesse colpe, ma ho cercato di accettarli e amarli per come sono.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho ucciso ogni giorno, per molti anni, la mia essenza dopo averla ridotta in catene e aver tentato di piegarla più e più volte. Si è ostinata a rinascere ogni volta come fosse un nuovo sole. Pensavo fosse una condanna ed invece è stato un miracolo. Ho spezzato le catene degli insegnamenti assoluti e categorici, catechisti direi, ed ora sono libero.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

La natura è stata generosa con me. Scusi il mio sorriso, ma proprio non posso trattenerlo. Così come è difficile trattenere altro, soprattutto in primavera, in presenza di certe creature a dir poco angeliche.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho rubato molto nella mia vita. Sorrisi e lacrime ad esempio. Di sicuro la cancelleria, ma sfido chiunque a scagliare la famosa prima pietra. Il cibo dai piatti dei miei commensali, davanti a certe pietanze è proprio impossibile trattenersi. Indipendentemente dalla stagione in questo caso. È il quarto cerchio, vero? Probabilmente già mi attendono. Nel caso chiederò indicazioni, anche se sbircerei volentieri qua e là. Sa, Dante, mi ha fatto incuriosire parecchio.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho mentito, non tanto spesso, ma l’ho fatto. A fin di bene per lo più. La diplomazia è un’arte che padroneggio abbastanza bene e amo il quieto vivere. A mio svantaggio ho confermato accuse per non ferire o almeno per non farlo ulteriormente. Ma immagino conti poco agli occhi dell’Assoluto.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho la pessima abitudine di prendermi ciò che desidero. Proprio non riesco a farne a meno. È la mia testa, sa, mi fisso. Proprio non viene da pensare ad altro. Per fortuna le catene che tengono le schiave legate al proprio padrone si sono ridotte ad avere un solo anello d’oro. È molto più facile rubarle adesso. Le dirò, erano molto propense all’assecondare questo loro rapimento e si sono dette molto soddisfatte. Scusi il sarcasmo padre, ma capirà che nel 2020 questo precetto è quanto meno da rivedere.

Bè padre, mi perdoni, ma nel mio peccare sono stato coerente. Cerco sempre di esserlo. Ho sicuramente desiderato tutto ciò che ho rubato, oggetto o persona che sia. Mi sembra una condizione necessaria e sufficiente.

Ora che abbiamo terminato con me sa dirmi quando la sua chiesa si scuserà con me e con i miei dei per gli omicidi di massa commessi dai vostri crociati, dal tribunale della Santa Inquisizione e nell’arco delle ripetute operazioni di recruitment del vostro fan club a discapito della vita dei miei fratelli e sorelle? Mi dispiace anche per i vostri figli, di certo non suoi, nelle grinfie dei vostri sacerdoti, dei suoi colleghi insomma, ma questo non è affar mio. E poi non ho mai sentito di un girone per i pedofili, quindi al vostro ineccepibile Dio deve andar bene così.

Vorrei poterla perdonare, padre, per i suoi peccati.

K0

Libera interpretazione di un’opera

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NIGREDO:

“Ciao. So che non dovrei essere qui. Non serve che tu me lo ripeta di nuovo. Le tue parole ancora rimbombano nella mia testa come un insopportabile eco: ‘Vattene, non devi più venire qui. Vattene, non puoi più stare qui. Vattene!’. Sono sempre lì, giorno e notte, come un disco rotto il giorno del mio compleanno. Non preoccuparti, sono qui solo per riprendermi ciò che è mio, poi me ne andrò. Per sempre. Dov’è? Lo tieni ancora con te o è già finito nella tua adorata collezione? Allora?! Lo hai con te o no?! Ha già dovuto cedere il posto ad uno nuovo? Certo, sarà di sicuro così. Ti conosco! Lo vedo. Lasciami passare, lo vedo! Togliti di torno. Non toccarmi!

Guarda: batte ancora. Nonostante tutto. Che stupido. Come la sua proprietaria. Povero ingenuo, nonostante le ferite ancora ti ostini a battere per chi non ti vuole più con lui. Sei proprio un cretino. Non preoccuparti, ti terrò con me. Cuciremo insieme gli strappi e non ti affiderò più a nessun altro. Saremo solo io e te fino a quando non cesseremo di vivere entrambi. Speriamo accada presto.

Sì, me ne vado, me ne vado. La smetto di tediarti con i miei drammi. Tanto non ti interessa. Almeno, non più. Chissà poi se te ne è mai importato nulla o se hai solo voluto consumarci sino all’ultimo battito. Mi dispiace sia andata così. Scusami. Ora vado.

Ma scusami un bel nulla! Ci hai abbandonato, ci hai tradito. Ti abbiamo dato tutto e ciò che abbiamo ricevuto in cambio è finire per terra nell’angolo del pavimento zozzo di camera tua! Non meriti nulla! Neanche l’aria che respiri! Come hai potuto!? Come cazzo hai potuto farci questo!? Forse non eravamo abbastanza per te?! Ma chi cazzo credi di essere! Vaffanculo!”

RUBEDO:

“Ciao! Mi chiamo, bè non è importante come mi chiamo. Non più di tanto almeno. E tu? So che ci siamo appena conosciuti, ma i tuoi occhi mi piacciono. Mi trasmettono fiducia ed io ho proprio voglia di tornare a fidarmi di qualcuno. Potrò sembrarti pazza, ma…vuoi prendertene cura? Almeno per un po’. Bè di lui e di me, ovviamente. Siamo un pacchetto completo, nessuno sconto! Sono stanca di doverci badare da sola. Straripo dalla voglia di farmi cullare, di sentirmi al sicuro in un tiepido calore. Puoi farlo tu? Mi piacciono le tue mani, sono così grandi. Chissà come sapresti tenerci al riparo nelle fredde notti d’inverno e in quanti posti riusciresti a trascinarci nei caldi giorni d’estate. Voglio andare al mare! Ci porti? Bè non subito, eh. Non sono una che si lancia in cose folli. Ma tu mi piaci. Davvero. Sì, sì, ho capito che ci conosciamo appena e che non sai nemmeno il mio nome. Ma che importanza può avere un nome quando si parla di cuori? Di vite? Nessuna! Potresti anche chiamarti con un nome impronunciabile, ma so che potrei amarti lo stesso e di certo tu non potresti evitare di ricambiare! Ti chiamerò Gino, per semplificare. Così evitiamo la questione dell’impronunciabilità. È un sorriso quello? Oh, finalmente! Ce n’è voluto di tempo!

Sai sotto questo apparente entusiasmo sono una timidona. Diciamo che l’alcol mi sta aiutando parecchio! Davvero non mi importa come ti chiami. Né che lavoro fai, da dove vieni o dove vivi. Mi auguro solo tu non segua il calcio. Scusami, ma quando sono nervosa non ce la faccio proprio a rimanere seria. È solo che vorrei darlo a te. Sì, proprio a te e non chiedermi il perché. Non saprei darti risposta. Allora? Vuoi prendertene cura tu? Voglio solo appoggiarlo vicino al tuo e sentirli battere all’unisono. Non ti chiedo nulla di più. Posso?

Abbracciami.”

L’immagine, quella doppiamente interpretata per intenderci, è di Bianca. Trovate altri suoi lavori sul suo profilo instagram.

K0

Questo leone deve morire

Wikipedia

Il leone, adorato e temuto, è da sempre associato a qualità d’animo come l’orgoglio, il coraggio, la nobiltà e la regalità, il potere e la forza. Il suo ruggito nel nostro immaginario è un moto di sincerità ed al tempo stesso un atto di potere senza pari: lo percepiamo nascere dal nostro intimo, dallo stomaco, lo sentiamo crescere d’intensità mentre da esso si allontana lungo le nostre vene ed arterie, come fosse una valanga è ad ogni centimetro, ad ogni attimo, più potente e carico, ci accorgiamo di quell’istante in cui ci si ferma in gola, appena sotto le mandibole, quasi voglia assaporare quel suo flusso in piena, quasi stia raccogliendo ogni goccia delle sue forze per distruggere la sua diga e riversarsi sul mondo intero colmandolo, quasi come se una volta uscito dalla nostra bocca ogni cosa davanti ad esso ne verrà sommersa e al proprio riemergere non possa essere mai più la stessa. Dentro noi non esiste nulla più forte del ruggito di un leone.

Da tempo immemore tra gli animali associati al divino, costituì per gli antichi egizi una delle divinità più popolari: Sekhmeth, la dea dalla testa di leonessa. La tradizione vuole che questa fosse stata scelta dal dio Rah, disgustato dagli esseri umani, per porre fine alla loro esistenza. La dea, una volta assunte le fattezze di una leonessa, cominciò la sua opera di sterminio in una maniera così spietata che gli altri dei si mossero a pietà verso il genere umano e implorarono Rah di placare la sua messa. Questi cosparse i campi di birra e succo di melograno, rendendoli così di un rosso simile al sangue di cui la dea si nutriva nello svolgere il suo compito divino. La dea, ubriaca, crollò in un sonno profondo, al risveglio la sua collera si era ormai spenta ed il genere umano fu così salvo.

Adorato e temuto, il leone gode, come molte altre specie, di un altro dualismo: il maschile e il femminile. Il maschio alfa domina il suo branco, ha la possibilità di riprodursi e difende il suo territorio, la femmina invece si occupa del sostentamento del gruppo, della caccia e del badare ai cuccioli. Il maschio per lo più immobile, forza in potenza, la femmina cacciatrice, attiva, forza in atto.

Un’immagine meravigliosa del leone viene offerta nel film “Poolhall Junkies”:

Youtube – Poolhall Junkies

“C’è questo leone. È il re della giungla. Un’enorme criniera. Sta disteso sotto un albero, nel mezzo dell’Africa. È così grande e fa così caldo. Non vuole muoversi. Arrivano i cuccioli e iniziano a dargli fastidio. Gli mordono la coda, le orecchie. Lui non fa nulla. La leonessa inizia a dargli fastidio. Arriva, lo provoca. Ancora niente. Gli altri animali lo notano e iniziano a farsi avanti. Gli sciacalli, le iene. Gli ruggiscono, lo deridono. Gli mordono le zampe e mangiano il suo cibo. Mentre lo fanno si avvicinano, sempre più sfacciati. Finché un giorno quel leone si alza e fa un macello. Corre come il vento, mangia tutto ciò che è sulla sua strada. Perché ogni tanto il leone deve mostrare agli sciacalli, chi è, realmente “.

C’è un ciucciolo di leone dentro ognuno di noi il giorno in cui nasciamo. Questo, insieme a noi, muove i suoi primi passi, gironzola a gattoni curioso alla scoperta del mondo che gli sta attorno, gioca con gli altri cuccioli: le prime lotte, le prime cacce. Prova a ruggire, anche se quello stridulo rumorino che esce dalla sua bocca ha ancora molta strada davanti prima di diventare un ruggito da leone, da adulto. Cresciamo e con noi il leone entra nella pubertà, cambia il pelo, un accenno di barba, di criniera. Cambiano gli odori e con essi gli umori. Il cucciolo inizia a ribellarsi all’alfa. Il nuovo, al vecchio. Nonostante gli affetti rimangano, nel bene o nel male, ci separiamo dal branco. Bisogna farlo per noi stessi e per gli altri. È così che vanno le cose, ci ripetiamo. Diveniamo adulti finalmente. Le lotte non sono più giochi tra fratelli, ma veri scontri per la sopravvivenza, dell’infanzia mantengono solo il loro essere un appuntamento quotidiano. Quegli stessi fratelli sono ora i nostri più temuti nemici. Il primo ruggito non lo si scorda mai. Lo abbiamo sentito esplodere appena sopra il nostro stomaco e farsi così grande dentro di noi da non poter essere contenuto. I primi fallimenti, le prime ferite. Il mondo non è più lo stesso perché noi, la nostra pelle, i nostri occhi, non sono siamo più gli stessi. Non potrebbe essere diversamente. Passa il tempo e con esso i nostri anni, il nostro leone è sempre più pigro, le cicatrici sempre più spesse. Lo abbiamo messo a tacere, non gli abbiamo più dato retta, lo abbiamo riempito di palliativi, quasi fosse una malattia. Lo abbiamo costretto sotto quell’albero dell’Africa. Ci siamo rassegnati, ci siamo adattati. Non siamo neanche più certi di averne ancora bisogno. Non siamo neanche più sicuri che il giorno che invece ne avremo riuscirà a svegliarsi dal suo torpore e tornerà a lottare al nostro fianco. Ci capita davanti allo specchio di sorridere al ricordo del nostro giovane Io. Ma poi guardandoci nei nostri stessi occhi, là dove prima nascevano i ruggiti, ora nasce quel triste dubbio che ci fa chiedere: questo leone deve morire?

Web

K0

Oggi.

Canova: Amore & Psiche

Ti ho sognata. Ancora. Eri sdraiata a pancia in su. Le mie spalle, opposte alle tue, sorreggevano la tua testa. Le tue, la mia. Cullandola dolcemente, ho sollevato la tua montagna di capelli e l’ho appoggiata a terra. Su di essi ho adagiato la tua testa. Ti ho sorriso e spingendomi verso di te, ho baciato il tuo labbro inferiore. Di contro hai fatto lo stesso. Ti ho sorriso ancora.

Un bacio. Un semplice bacio. E’ cominciata così. Lo ricordi ancora? Quel maledetto giorno, quel maledetto appuntamento di lavoro, quel tuo maledetto ufficio. Era il 12 febbraio, pioveva. Mi hanno fatto accomodare ad aspettare che tu arrivassi. Non sembrava fosse una stranezza che tu fossi in ritardo. Quando hai spalancato quella porta non ho avuto modo di sentire le tue scuse. Ero troppo impegnato a riprendere fiato, a cercare di cancellare quella mia espressione inebetita, a ritrovare l’uso della parola. Quanto ci abbiamo messo a darci il primo bacio? Mezz’ora? Potrei giurare ci siano voluti anni. Sento ancora il sapore e l’odore della tua saliva. Se non fosse stato per il telefono del tuo ufficio che non si ostinava a smettere di squillare probabilmente saremmo ancora lì.

La seconda volta non fu più facile. Almeno fino al secondo giro di spritz. “Beviamo una cosa e ci salutiamo”. Finimmo a spogliarci tra le scomodità di un sedile posteriore, in pieno centro città alle cinque del mattino. Quando la vita degli altri stava per ricominciare all’alba di un nuovo giorno noi stavamo tornando a casa. Ognuno la sua. Entrambi con una propria vita da ricominciare. Fu quella sera che ebbe inizio la fine.

Ci rifugiavamo nel tuo ufficio in pausa pranzo a mangiarci a vicenda, buttando i vestiti ovunque, finendo sempre su quel dannato pavimento che ancora i miei gomiti e le mie ginocchia ricordano. Ci ritrovavamo in un motel il giovedì mattina per tentare di sfuggire alle nostre vite, come se fosse possibile, a graffiarci per provare ad appartenerci, a prenderci senza sosta, anima e corpo, per tentare di fonderci in una cosa sola. Non desideravamo altro. Quell’insensato desiderio di fusione ci faceva bruciare di giorno e ci torturava la notte. Non mangiavamo e non dormivamo. In palestra il sudore ci ricordava dei graffi, dei morsi. Le ferite non facevano in tempo a guarire e di settimana in settimana si rinnovavano continuamente. Non bastava, non bastava mai. Non importava quante volte e in quanti modi prendessi il tuo corpo, in quanti tentassi di strapparti l’anima. Non bastava. Non esistevi che tu. I ricordi del nostro tempo assieme lasciavano spazio solo al cercare di trovare altro tempo da passare con te.

Stavamo sprofondando dimenticandoci di respirare. L’ossessione di impossessarci dell’altro ci trascinava verso il fondo di un oceano così scuro da non vedere nemmeno il peso che avevamo incatenato alle nostre caviglie.

Il bruciore del primo respiro fu molto più doloroso di quello dei graffi accumulati negli ultimi mesi. Quello del realizzare che non saremmo mai riusciti a vivere insieme alla luce del sole lo fu ancora di più. Ben presto finimmo con l’odiarci. Tutto finì col remarci contro. Remavamo in direzioni contrarie condannandoci a rimare fermi, ruotando su noi stessi. Facendolo ci rinfacciavamo l’un l’altra le ferite che ci eravamo inflitti. Le stesse cose che ci avevano avvicinato, che avevano provato ad unificarci, ci divisero. L’una sull’altra costruirono un muro così spesso che appena fu abbastanza alto da farci sparire alla vista dell’altro le lacrime non poterono abbatterlo. Spostammo i graffi dalle schiene alle nocche, ma l’unico risultato fu quello di dipingere il nostro lato del muro con la nostra pelle ed il nostro sangue. Non si mosse. Non vacillò. Il dipinto che ognuno aveva realizzato dal suo lato ricordava ad entrambi quanto male ci fossimo fatti e quanto bisogno avessimo di voltarci e camminare in direzioni opposte. Come se a quel muro avessimo conficcato un chiodo per tenere ben salde le nostre anime allontanarci da esso fu il dolore più grande delle nostre vite.

Oggi ancora mi torni in mente quando non sono assorto in qualche mio pensiero. Ancora ti odio per il male che mi hai fatto. Ancora ricordo il bruciore dei graffi e il dolore dei morsi. Ancora sento il sapore e l’odore della tua saliva. Oggi non voglio sapere se tu sia felice e neanche se tu sia viva. Oggi non voglio neanche provare a concepire che tu possa avere una vita senza di me. Che tu possa essere quello che non sei stata con me: felice.

Oggi io ti amo ancora.

La liberazione del fallimento: avere trent’anni

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Che belli i 20 anni. Il corpo giovane, il cibo spazzatura, gli amori, le serate con gli amici, l’alcol a fiumi, qualche droga leggera, le notti in bianco, le energie illimitate, la vita spensierata. La vita spensierata. La mela di Biancaneve. Sì, perché è lì che tutto inizia, ma noi presi dal fiume dei nostri eccessi a malapena ricordiamo il nostro indirizzo di casa, figuriamoci se riusciamo a renderci conto di cosa sta succedendo davvero. Come Biancaneve prendiamo la mela che ci viene offerta. Dai, come si fa a non afferrarla: guarda come spicca il suo rosso, guarda come rifrange la luce con la sua superficie perfettamente liscia, guarda quanto cavolo odora di libertà. Siamo grandi adesso, votiamo, il liceo è finito, nessun genitore ci costringe ad un rientro entro la mezzanotte, possiamo andare in giro da soli a fare quel che ci pare e godere del nostro essere ufficialmente adulti. Quanto è saporita questa mela. A differenza del suo veleno che non solo è insapore, ma è anche ad effetto lento. È a 20 anni che cominciamo a tendere l’elastico: l’indice di una mano da una parte, il pollice e l’indice della seconda mano dall’altra. Elastico che ci porterà fino allo scoccare dei trenta.

I Trenta.

Che botta. Solo a dirlo sembra un’enormità. Un essere misterioso che ad un certo punto comincia a proiettare la sua ombra su di noi, sul gioire dei nostri vent’anni, rovinandoci pian piano le giornate. Lasciandoci sempre meno ore di luce. Un po’ come le giornate di fine settembre.

Trent’anni. Qualcosa che non rifarei.

Nonostante possa dirmi più che “Fortunato” nell’ottica di cui stiamo per parlare, anche il mio secondo lustro dei vent’anni ha avuto le sue ombre e anch’io, come molti, l’ho visto inesorabilmente soccombere nel maggio di qualche anno fa.

A 29 anni avevo già un tempo indeterminato full-time con un ruolo di circa responsabilità in una società solida. Il che può sembrare un miracolo nel nostro contesto economico. Ma anche le mele più belle spesso vengono divorate al loro interno da piccoli parassiti. Se all’apparenza poteva sembrare tutto perfetto, osservato, anzi vissuto, da vicino saltavano all’occhio tutte le difficoltà dell’essere novizio in un ruolo da responsabile, nel dover gestire risorse umane ed economiche, spesso senza un supporto da chi già ricopriva il mio stesso ruolo. Insomma, venivo additato come un cazzaro, a volerla dire tutta. Per non parlare della mia vita privata: qualche anno prima ero tornato a casa dei miei genitori dopo una convivenza finita male e dopo qualche tempo ero finito per essere il terzo incomodo in una relazione tra due persone che ancora oggi non mi capacito di come facessero a stare insieme. Per fortuna avevo la mia famiglia su cui potevo contare. Quando non mi prendeva per fallito ed irresponsabile in quanto incapace di capire le mie scelte. Ah sì! Mi ero anche appena laureato e la vita aveva già cominciato a darmi qualche indizio per il futuro a breve termine: mio padre che morirà da lì a qualche anno non aveva potuto assistere alla mia discussione della tesi in quanto impegnato in una seduta di radioterapia. Avrebbe sconfitto il primo dei due tumori, ma non avrà la meglio invece, sul secondo.

In tutto questo cominciavo a tendere il mio elastico, sulle punte delle dita, ogni giorno di più. Qualche amico di Facebook si sposava, qualcuno cominciava a figliare, qualcuno, Dio solo sa come, cominciava a postare foto di posti bellissimi, perennemente soleggiati, tutto l’anno. Uno è diventato persino un giocatore di beach volley professionista. Un giocatore di beach volley, vi rendete conto? Va bè.

“Ma tu quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Ma tutti quegli anelli?”, “E quei tatuaggi?”, “Pensi di mettere la testa a posto?!”, “Hai quasi TRENT’ANNI”.

Trent’anni. Sembrava quasi un’estrema unzione.

E io? Io ascoltavo il monologo iniziale di Trainspotting. Ve lo ricordate? Questo qui:

Ma l’elastico se ne fotteva di quante volte lo ascoltassi ogni giorno. La sua tensione cominciava a farsi sentire comunque. Mentre la fatidica data si avvicinava io cominciavo ad attraversare le mie fasi:

Fase 1. La bacchetta magica. Lo confesso: a volte mi capitava di avere questo pensiero senza senso per cui, magicamente, allo scoccare dei miei trent’anni mi sarei ritrovato sposato con la donna della mia vita, ovviamente già da me ingravidata, in una nostra casa, entrambi con il lavoro della nostra vita. E un cane. Molto Mulino Bianco insomma.

Fase 2. C’è da mettersi sotto. “Le cose non si fanno da sole! Dai Kappa! Daje!” Hai ragione, devo mettere la testa a posto. Trovare una compagna, impegnarmi nel mio lavoro e dare una regolata alla mia vita. Sì, anche mettermi a dieta.

Fase 3. Merda è troppo tardi. Oh cazzo, ma come è successo che ho già 29 anni e 364 giorni? E adesso come cazzo faccio? È difficile anche per me fare tutto in una sera. Avrei dovuto svegliarmi prima, sono un fallito. Avevano ragione.

Poi però succede il miracolo: allo scoccare dei 30 anni nessun messo comunale viene a bussarti alla porta in piena notte per marchiarti a fuoco la parola “FALLITO” in fronte così che tutti possano vederla. Sarà in ritardo? Avrà trovato traffico? Eppure fuori la strada è vuota. Sarà in malattia? È possibile che il comune non abbia un sostituto? Ma che disservizio è questo? Sconcertato e un po’ indignato te ne vai quindi a dormire. Il risveglio dei trenta e un giorno è strano: ti accarezzi la fronte, non si sa mai che il messo sia passato mentre dormivi, ti guardi allo specchio e i capelli bianchi sono li stessi di ieri, idem le rughe e forse hai perso anche qualche grammo per l’agitazione. Timoroso esci di casa e nessuno ti addita come un untore, diffidente percorri il tragitto fino al lavoro e lì non senti l’odore di bruciato che ti aspettavi: nessuno dei tuoi colleghi ha preparato il rogo su cui bruciarti vivo, anzi qualcuno ti fa anche gli auguri. Incredulo arrivi a fine giornata. I giorni successivi vanno ancora meglio. L’elastico che avevi teso per dieci anni è partito. In pieno hai mancato il bersaglio, ma almeno non te lo sei dato in faccia. Tutta l’ansia che avevi accumulato è lì a dirti: “E sticazzi, pace”.

Non c’è altra soluzione. Devo farlo. Devo chiedere un colloquio urgente alla mia coscienza.

L’allarme risuona assordante, la luce rossa intermittente penetra l’oscurità fino a raggiungere la caverna in cui è solita rinchiudersi. “Due coglioni, chissà che cazzo vuole adesso”. Si alza, si pulisce addosso le mani sporche di cioccolata e pizza. “Che vuoi”. Senza neanche il tono interrogativo. Bè, ma scusa, ho trent’anni, sono un fallito, come mai nessuno mi sta perseguitando con fiaccole e forconi? “Fallito de che?! Ma vedi di non rompere i coglioni e torna a giocare ai videogiochi va”. Basito, rimani immobile. Ti guarda, con un cenno ti fa segno di andartene. Incredulo ti giri e cominci a camminare. “Ah, Coso, aspetta n’attimo. È finita la cioccolata. Tocca andare a ricomprarla. O trovare qualcuno che lo faccia per noi. Mo’ vai, levati dal cazzo”.

Con un sorriso ti allontani. Non è successo niente. Ti sei solo fatto le seghe mentali. Per dieci anni.

K0

Il dilemma della pecora intelligente

Immagine di @Bianca_e_i_suoi_colori

È rosso. Quella stramaledetta luce ci inchioda al marciapiede. D’un tratto il cervello, accortosi dell’assenza di movimento, riemerge dai pensieri nel quale si era placidamente immerso cullato dall’andatura regolare dell’abitudinario percorso verso l’ufficio. Scocciato: “Bè che succede? Perché non ci stiamo muovendo?”. ‘È rosso’. Una rapida occhiata a sinistra, una a destra (non si sa mai). “Ma non c’è nessuno! Andiamo!”. ‘È rosso’. “Per carità saranno sì e no tre metri!”. ‘È rosso’. Altri si affiancano, anch’essi paralizzati dalla calda luce. Uno scambio di sguardi, quasi a chiedere il da farsi, ma nulla. Tutto tace in un condiviso e consensuale immobilismo. Lunghi attimi. All’improvviso un folle, ma coraggioso individuo si fa avanti tra la folla e dopo qualche istante di esitazione, spinto da chissà quale nobile proposito o missione, attraversa. L’ammirazione per colui che ha infranto le regole sociali (e stradali) che ci soggiogavano ci pervade e prende il sopravvento: tutti decidiamo di seguirlo in questa sua crociata verso la libertà. Impavidi percorriamo la distanza maledetta da quella luce infernale. Con un brivido che ci corre lungo la schiena raggiungiamo l’altra sponda. In quel preciso istante scatta il verde. Ovviamente.

Ero in aeroporto con la mia compagna, stavamo mestamente aspettando l’arrivo del nostro aereo per poter rientrare a Milano dalle ferie. Lei, più giovane e tecnologica, brandendo il suo preziosissimo smartphone mi avvisa che l’applicazione della compagnia segnala un ritardo di quasi un’ora. Mi scorgo verso il monitor sopra il nostro gate, ma nulla. Malfidente cerco di capire dal mio telefono quale magia abbia compiuto per prevedere il ritardo, ma evidentemente non sono più poi così tanto giovane, né al passo coi tempi. Le chiedo di farmi vedere il suo schermo magico, giusto per essere sicuro che, non so, magari abbiamo dimenticato come si legge o l’ordine dei numeri, non si sa mai. E’ sempre meglio controllare con i propri occhi, mi dico. Effettivamente quanto da lei millantato coincideva al vero, nessuna svista. Mi ero preventivamente detto che la tecnologia non sbaglia e che quindi avrei dovuto credere a qualunque cosa avessi letto. Finiamo di prendere il nostro caffè seduti al tavolino del bar adiacente all’ingresso dell’imbarco, ma visto il previsto ritardo, non ci alziamo. A quanto pare però gli altri passeggeri, o almeno la gran parte di loro, non erano assidui utilizzatori di app di compagnie aeree, né accompagnati da una giovine maga esperta in tecnologia, decidono di mettersi in coda. È a questo punto che vengo assalito dal dilemma della pecora intelligente. Ve lo illustro: le pecore sono rinomate per il loro muoversi in gregge, non sono gli unici animali a muoversi in gruppo, ma non si sa bene per quale motivo, se si pensa ad un animale i cui esemplari tendono a muoversi in massa si pensa subito ad un gregge di pecore. Viceversa se si pensa ad un animale intelligente di sicuro non si va a pescare come prima scelta l’ovino. Per questo motivo una pecora intelligente dovrebbe spiccare tra le altre, differenziandosi per quanto possibile. Il mio informatore di fiducia mi aveva comunicato di aver visto nella sua sfera di cristallo piena di microchip che il mio aeromobile sarebbe giunto molto in ritardo. Il mio cervello aveva elaborato l’informazione con su semplice “Va bè sticazzi, stiamocene seduti a mangiare mentre io mi faccio i fatti miei”. Eppure, nonostante tutto conducesse alla logica scelta di non bruciare mezza caloria in più del necessario per stare anche solo un secondo più del dovuto in piedi, lui era lì. Piano piano si faceva largo in me, sempre più forte, sempre più invadente, ormai aveva raggiunto persino le gambe che quasi fremevano dalla voglia di lavorare (per la prima volta nella loro vita). Lui era lì e gridava ‘Andiamo! Andiamo! Andiamo! Vanno tutti! Andiamo!’. L’istinto del gregge. L’implacabile ed instancabile istinto del gregge. Cominciò quindi una lotta epica tra il mio cervello, forte dell’alleanza con la mia pigrizia, che mi voleva saldamente spalmato sulla sedia del bar, e quella vocina dentro di me che ora gridava a più non posso. Ad ogni persona che si aggiungeva alla coda il mio cervello subiva un duro colpo, mentre il mio istinto rinasceva pieno di rinnovata energia. Inutile dire che la lotta fu breve. Presto cedetti e mi misi in coda trascinando con me la mia veggente tecnologica e il suo dissenso.

Una volta in coda la razionalità tornò a recuperare energie. Ad ogni minuto speso in coda corrispondeva un “Te lo avevo detto” da parte del mio cervello. Ma fu tutto vano. Il mio istinto aveva raggiunto la pace dei sensi e nulla riusciva più a tangerlo. Rimanemmo in coda e aspettammo. Non potendo brucare, ci limitavamo a belare.

Gli esseri umani sono così. Possiamo farci poco, quando siamo circondati da nostri simili tendiamo ad avvicinarci più agli ovini che alle scimmie. Perché lo so che tu ora sei lì a credermi un deficiente, ma fermati un attimo e dimmi: non ti è mai capitato di trovare un casello vuoto e uno con delle macchine in coda e quindi di accodarti in quello pieno anziché in quello vuoto non si sa bene per quale motivo? Non ti è mai capitato, mentre guidi distrattamente di ritrovarti dietro ad una macchina parcheggiata in seconda fila in attesa che svoltasse? O in una fitta nebbia di seguire le luci della macchina di fronte a te pur non sapendo se la tua e la sua meta coincidessero? O semplicemente di fare una scelta piuttosto che un’altra solo perché “Così fan tutti”?

Se così fosse prendi pure posto qui vicino a me. In caso contrario candidati come pastore.

Bèèèèè.

P.S. l’immagine in testa è stata realizzata appositamente per questo post da Bianca che ringrazio. Appena avete qualche minuto tra una brucata e una belata prendete la vostra sfera di pixels da mille euro e visitate il suo profilo:

K0