Maschi Vs Femmine

Twitter

Twitter è un posto magico. Un social di parole, seppur con un limite di caratteri, in cui ognuno può liberamente dire la sua. Senza metterci la faccia, né il nome. Un social di parole che nonostante tutto è pieno di tette e culi come, se non in misura maggiore, i peggiori account di Instagram. Almeno lì si vedono anche le facce. Così, qualche giorno fa, stavo scorrendo la mia home alla ricerca di un po’ di intrattenimento per uno dei pochi momenti di noia di questo periodo. Tra un paio di tette senza volto, ma attenzione: con aforismi ricchi di principi, calici sorretti tra le dita di piedi smaltati e tweet a sfondo politico mi appare questo post:

Continuo a scorrere, evidentemente immerso in altri pensieri, quando ad un tratto una vocina dentro di me: “Aspetta, ma che cazzo ho appena letto?!”. Scorro indietro alla ricerca del post, lo rileggo un paio di volte per accertarmi di aver compreso il contenuto (Italia sempre peggio per valori di analfabetismo funzionale e comprensione del testo, ma questa è un’altra storia) e inorridisco. Inorridisco non è il termine corretto perché in realtà la sensazione che provavo era più simile una soluzione di incredulità e disprezzo. “Ma siamo davvero ancora a questi livelli?”, commento tra me e me. Metto via il telefono e scendo dal tram.

Il post seppur, mi auguro, probabilmente a scopo polemico, riesce a tirare fuori il peggio nei suoi commenti. Persone senza volto esprimono il loro parere e non sempre questo pare essere datato dopo gli anni 2000 d.C. Questo fa riflettere, perché se è vero che siamo (quasi) tutti in grado di dire che questa ‘Norma sociale’ ormai è quasi del tutto superata quando siamo nel pieno delle nostre facoltà, diverso è il discorso quando siamo costretti a tornare al pensiero primitivo. Da quanto non avete un primo appuntamento? Vi ricordate, cari maschietti, l’ansia della questione? “Dovrò offrirle la cena? Devo pagare io? Le farà piacere? Se lo aspetta? O è una di quelle a cui queste cose danno fastidio? Una di quelle, come si chiamano? Ah sì, femministe. Che faccio?”. E invece voi femminucce? “Devo offrirmi di pagare? Tutto o metà? Magari lui non vuole, magari è una persona ancora attenta a queste cose. Dovrò fingere di andare in bagno e lasciare a lui la scelta?”. Che bella l’ansia del primo appuntamento, con tutto ciò che comporta.

Il concetto del “Il maschio paga” è legato ad una società ormai superata. Più che ad una società ad un’economia. Fino a qualche decennio fa le famiglie riuscivano a mantenersi con un solo stipendio di conseguenza era insensato che entrambi i genitori lavorassero. Era meglio concentrare le energie del “Genitore 2” alla cura della prole e della tana. Con il mutamento di questa condizione economica si è reso necessario che entrambi i genitori iniziassero a lavorare e a contribuire ai compiti familiari e domiciliari. Tempo e denaro sono da sempre risorse limitate e quindi da gestire con cautela. In questo contesto economico la donna ha dovuto e voluto farsi carico di un dovere una volta relegato all’uomo, il lavoro, e ha chiesto e preteso che l’uomo cominciasse ad occuparsi dei compiti una volta unicamente a lei affidati. In questa nuova società di persone in cui tutti svolgono gli stessi compiti la donna, giustamente, ha iniziato a pretendere di essere trattata alla pari dell’uomo.

Il problema è che come sempre si predica bene e si razzola male, come si suol dire. La vocina si fa largo tra i miei pensieri mentre scrivo: “Vedi di ponderare bene le parole perché qui si rischia il linciaggio, ho ancora molti moralismi da farti quindi dobbiamo sopravvivere a questo post”. Dicevo, molte volte ho assistito ad atteggiamenti di donne che mentre da un lato manifestassero, più o meno apertamente, questo desiderio di parità nei confronti dei pene-dotati, su molti atteggiamenti quotidiani invece pretendevano di essere ancora messe su un ipotetico piedistallo. Vedi la questione in oggetto. D’altra parte, per par condicio, ho anche visto donne meravigliose che invece si prendono ogni giorno, con ogni gesto, con ogni abitudine, la normale parità di cui sentono di avere pienamente diritto.

Può sembrare una cavolata, ma psicologicamente la questione è invece molto importante. La vita si decide spesso nei momenti di ansia ed insicurezza. Se nelle più piccole, ma quotidiane abitudini di ogni giorno, come può essere appunto un primo appuntamento vi fate trattare da ‘Femmine’ o ancora peggio lo pretendete, perché pensate che vi sia dovuto, come potete chiedere ad un essere semplice come un ‘Maschio’ di non etichettarvi come ‘Femmine’ e come tale cominciare a trattarvi? La parità, come ogni cosa, inizia nei piccoli gesti. Se pretendete di essere messe nelle condizioni di una ‘Femmina’ nella vita di tutti i giorni, non stupitevi se poi, dopo qualche anno, vi lasciano a casa con i bambini a fare le pulizie. La parità inizia nella donna, nel vedersi pari e nel pretendere di essere trattata come tale. Nel chiedere di uscire se qualcuno vi piace, nel dividere i conti o nell’offrire vicendevolmente, nell’aprirvi le porte, nel portarvi i bagagli (così imparate anche a metterci dentro anche meno roba, sembra di spostare sacche con cadaveri delle volte), nel pretendere il rispetto che meritate ogni giorno.

Pro tip (scusate lo slang giovanile): se dividete potete uscire il doppio!

Vi lascio, ho un’altra Santa Inquisizione da fermare, un altro medioevo da illuminare.

P.s. Uomini, tra due giorni sarà il 6 Gennaio, risparmiate alle vostre signore le battute sulla befana per cortesia. Tenetele per la suocera.

K0

Il dilemma della pecora intelligente

Immagine di @Bianca_e_i_suoi_colori

È rosso. Quella stramaledetta luce ci inchioda al marciapiede. D’un tratto il cervello, accortosi dell’assenza di movimento, riemerge dai pensieri nel quale si era placidamente immerso cullato dall’andatura regolare dell’abitudinario percorso verso l’ufficio. Scocciato: “Bè che succede? Perché non ci stiamo muovendo?”. ‘È rosso’. Una rapida occhiata a sinistra, una a destra (non si sa mai). “Ma non c’è nessuno! Andiamo!”. ‘È rosso’. “Per carità saranno sì e no tre metri!”. ‘È rosso’. Altri si affiancano, anch’essi paralizzati dalla calda luce. Uno scambio di sguardi, quasi a chiedere il da farsi, ma nulla. Tutto tace in un condiviso e consensuale immobilismo. Lunghi attimi. All’improvviso un folle, ma coraggioso individuo si fa avanti tra la folla e dopo qualche istante di esitazione, spinto da chissà quale nobile proposito o missione, attraversa. L’ammirazione per colui che ha infranto le regole sociali (e stradali) che ci soggiogavano ci pervade e prende il sopravvento: tutti decidiamo di seguirlo in questa sua crociata verso la libertà. Impavidi percorriamo la distanza maledetta da quella luce infernale. Con un brivido che ci corre lungo la schiena raggiungiamo l’altra sponda. In quel preciso istante scatta il verde. Ovviamente.

Ero in aeroporto con la mia compagna, stavamo mestamente aspettando l’arrivo del nostro aereo per poter rientrare a Milano dalle ferie. Lei, più giovane e tecnologica, brandendo il suo preziosissimo smartphone mi avvisa che l’applicazione della compagnia segnala un ritardo di quasi un’ora. Mi scorgo verso il monitor sopra il nostro gate, ma nulla. Malfidente cerco di capire dal mio telefono quale magia abbia compiuto per prevedere il ritardo, ma evidentemente non sono più poi così tanto giovane, né al passo coi tempi. Le chiedo di farmi vedere il suo schermo magico, giusto per essere sicuro che, non so, magari abbiamo dimenticato come si legge o l’ordine dei numeri, non si sa mai. E’ sempre meglio controllare con i propri occhi, mi dico. Effettivamente quanto da lei millantato coincideva al vero, nessuna svista. Mi ero preventivamente detto che la tecnologia non sbaglia e che quindi avrei dovuto credere a qualunque cosa avessi letto. Finiamo di prendere il nostro caffè seduti al tavolino del bar adiacente all’ingresso dell’imbarco, ma visto il previsto ritardo, non ci alziamo. A quanto pare però gli altri passeggeri, o almeno la gran parte di loro, non erano assidui utilizzatori di app di compagnie aeree, né accompagnati da una giovine maga esperta in tecnologia, decidono di mettersi in coda. È a questo punto che vengo assalito dal dilemma della pecora intelligente. Ve lo illustro: le pecore sono rinomate per il loro muoversi in gregge, non sono gli unici animali a muoversi in gruppo, ma non si sa bene per quale motivo, se si pensa ad un animale i cui esemplari tendono a muoversi in massa si pensa subito ad un gregge di pecore. Viceversa se si pensa ad un animale intelligente di sicuro non si va a pescare come prima scelta l’ovino. Per questo motivo una pecora intelligente dovrebbe spiccare tra le altre, differenziandosi per quanto possibile. Il mio informatore di fiducia mi aveva comunicato di aver visto nella sua sfera di cristallo piena di microchip che il mio aeromobile sarebbe giunto molto in ritardo. Il mio cervello aveva elaborato l’informazione con su semplice “Va bè sticazzi, stiamocene seduti a mangiare mentre io mi faccio i fatti miei”. Eppure, nonostante tutto conducesse alla logica scelta di non bruciare mezza caloria in più del necessario per stare anche solo un secondo più del dovuto in piedi, lui era lì. Piano piano si faceva largo in me, sempre più forte, sempre più invadente, ormai aveva raggiunto persino le gambe che quasi fremevano dalla voglia di lavorare (per la prima volta nella loro vita). Lui era lì e gridava ‘Andiamo! Andiamo! Andiamo! Vanno tutti! Andiamo!’. L’istinto del gregge. L’implacabile ed instancabile istinto del gregge. Cominciò quindi una lotta epica tra il mio cervello, forte dell’alleanza con la mia pigrizia, che mi voleva saldamente spalmato sulla sedia del bar, e quella vocina dentro di me che ora gridava a più non posso. Ad ogni persona che si aggiungeva alla coda il mio cervello subiva un duro colpo, mentre il mio istinto rinasceva pieno di rinnovata energia. Inutile dire che la lotta fu breve. Presto cedetti e mi misi in coda trascinando con me la mia veggente tecnologica e il suo dissenso.

Una volta in coda la razionalità tornò a recuperare energie. Ad ogni minuto speso in coda corrispondeva un “Te lo avevo detto” da parte del mio cervello. Ma fu tutto vano. Il mio istinto aveva raggiunto la pace dei sensi e nulla riusciva più a tangerlo. Rimanemmo in coda e aspettammo. Non potendo brucare, ci limitavamo a belare.

Gli esseri umani sono così. Possiamo farci poco, quando siamo circondati da nostri simili tendiamo ad avvicinarci più agli ovini che alle scimmie. Perché lo so che tu ora sei lì a credermi un deficiente, ma fermati un attimo e dimmi: non ti è mai capitato di trovare un casello vuoto e uno con delle macchine in coda e quindi di accodarti in quello pieno anziché in quello vuoto non si sa bene per quale motivo? Non ti è mai capitato, mentre guidi distrattamente di ritrovarti dietro ad una macchina parcheggiata in seconda fila in attesa che svoltasse? O in una fitta nebbia di seguire le luci della macchina di fronte a te pur non sapendo se la tua e la sua meta coincidessero? O semplicemente di fare una scelta piuttosto che un’altra solo perché “Così fan tutti”?

Se così fosse prendi pure posto qui vicino a me. In caso contrario candidati come pastore.

Bèèèèè.

P.S. l’immagine in testa è stata realizzata appositamente per questo post da Bianca che ringrazio. Appena avete qualche minuto tra una brucata e una belata prendete la vostra sfera di pixels da mille euro e visitate il suo profilo:

K0

I limiti della Libertà

dal web.

La libertà è sopravvalutata. Lo dico sempre alla mia gatta quando all’aprirsi della porta di casa si avvicina all’uscio per guardare cosa c’è al di là della soglia. Il maschio invece quando ha la sventura di trovarsi in prossimità della porta in fase d’apertura tende a fuggire quasi stesse rischiando di andare incontro alla più grande disgrazia della sua vita. Forse non ha tutti i torti.

“La libertà (…) non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. A dirlo non è la mia gatta indossando una maglietta del Che, né il primo stolto che passa, bensì il ben noto Cicerone. La storia non riporta se anche lui lo dicesse parlando ai suoi gatti.

La libertà a mio avviso può concretizzarsi in cinque forme principali, ognuna delle quali ha come ogni cosa a questo mondo, dei pro e dei contro:

  1. Libertà intesa come indipendenza;
  2. Libertà intesa come possibilità di scelta;
  3. Libertà di pensiero;
  4. Libertà d’espressione;
  5. Libertà d’azione;

Procedendo in ordine partiamo dall’accezione di libertà tanto bramata dalla mia gatta. Indipendenza. Quella che i vostri genitori vi promettevano da piccoli al raggiungimento dei 18 anni, ma che improvvisamente, al raggiungimento della maggiore età, veniva rimpiazzata dalla tipica frase: “Finché sei in questa casa…”. Quella che alla prima notte nel vostro primo appartamento vi ha fatto sospirare e sorridere. Prima di scoprire, il mattino seguente, che i piatti non si lavano magicamente da soli nel corso della notte. Bella l’indipendenza, ci fa sentire così fieri di noi. Ricordatevi che nella vita c’è sempre un “Ma”, un lato B, il rovescio della medaglia. Adesso che siamo liberi dobbiamo badare a noi stessi. Cercarci un posto dove stare, qualcosa da mangiare, pulire, sistemare, lavare i vestiti, stirarli (forse), pagare le bollette, pagare l’affitto e dunque lavorare, incastrare il tutto con i nostri mille altri impegni giornalieri e non farlo solo oggi o domani, ma fintantoché la nostra libertà perdurerà. Bella fregatura.

C’è poi chi identifica la libertà con la possibilità di scegliere. Il suo motto in genere è il seguente: “Sono IO l’artefice del MIO destino!”. Molto romantico. Molto romanzato. Parliamoci chiaro, dover scegliere è una merda. Soprattutto se si tratta di scelte importanti, quelle che possono condizionare l’intera nostra vita e magari anche quella di chi ci sta attorno. Non mi riferisco a quelle scelte che attanagliano le giovani vite post liceo, come la scelta della facoltà, dell’università, del dove andare in vacanza, del dover frequentare Tizio o Caio, magari entrambi con l’aggiunta di Sempronio. No, per quelle c’è quasi sempre la possibilità di porre rimedio in qualche modo, anche se non a costo zero (e occhio alle malattie veneree). Parlo del dover decidere di troncare una relazione, del dover lasciare una situazione stabilizzata ormai da anni per poter crescere nonostante tutto questo ci ferisca, parlo del dover scegliere se sopprimere o meno il nostro caro animale domestico che soffre così tanto, ma allo stesso tempo ci accompagna da molti anni, parlo del dover decidere come gestire una malattia terminale di un tuo familiare. Parlo di tutti quei casi in cui l’unica scelta che vorresti poter fare è quella di non scegliere.

Abbiamo fin qui potuto notare come la nostra libertà sia legata all’esistenza di una o più persone al di fuori di noi. Nelle ultime tre accezioni il legame risulta ancora più evidente.

La libertà di pensiero, la più grande bugia. Vi pongo una domanda. Siete in grado di identificare il confine del vostro pensiero? Sapreste indicare con certezza fin dove un pensiero arriva ad essere completamente ed originariamente vostro e da dove parte la corrente di quel miscuglio di elementi che ogni giorno, da quando siete nati, influenza la vostra vita? La vostra educazione, gli insegnamenti dei vostri cari, la morale della vostra religione, i “Valori” della società in cui vivete. Se siete onesti con voi stessi la risposta sarà no. Non perché siete degli esseri monocellulari privi di una propria volontà, non tutti almeno, ma perché semplicemente il vostro “Io” viene seppellito, turbato, formato, coniato e amputato in base al luogo e al tempo in cui nascete. Alle vostre condizioni economiche e sociali. Al credo di chi vi sta attorno. All’evolversi della società in cui trascorrete le vostre 24 ore giornaliere. L’assoluta libertà di pensiero non può esistere. A meno che non siate nati in una grotta e non abbiate mai avuto rapporti umani nell’intero corso della vostra vita.

“Lasciami dire almeno quel cavolo che voglio”. Eh no Ciccio, non credo proprio. Tolti i limiti insiti nel linguaggio a causa dei quali il “Vostro” pensiero già rimodellato da quanto detto sopra, viene poi di fatto pressato dentro tanti piccoli contenitori che sono le parole della vostra lingua, amputando ulteriormente il frutto della vostra immaginazione, rimane un ulteriore limite: l’offesa altrui. Nella società odierna, tendenzialmente la migliore per quanto riguarda i diritti umani, almeno così ci viene spacciata, ogni volta che qualcuno apre bocca per pronunciare una frase di senso compiuto c’è qualcuno che si sente offeso e che ci tiene molto a querelarvi. Per non parlare poi delle offese a Dio che in veneto costano ormai 400€ l’una. Quanto costa la coca al grammo?

Come logica conseguenza, se non possiamo dire quel che pare, figurati se possiamo fare quello che vogliamo. Leggi, morali e valori dettano passo per passo quello che possiamo e non possiamo fare per non finire in prigione, all’inferno o esiliati. Ogni nostra azione ha sempre almeno una conseguenza e di questa dobbiamo tenerne sempre conto. È nostra responsabilità. Se mangiate ingrassate, se non fate sport ingrassate, se state tutto il giorno al pc ingrassate. Spiegatemi qui dove sta la libertà. Spiegatemi come faccio io, di questo passo, a superare la prova costume.

Se a tutto quello che abbiamo fin qui detto aggiungiamo i limiti della nostra natura, l’impossibilità di muoverci avanti e indietro lungo la linea temporale, su e giù attraverso i vari passaggi di stato, il dover sottostare alla forza di gravità, all’invecchiamento, all’impossibilità di bagnarci due volte nello stesso fiume, capite bene quanto sopravvalutato sia il concetto di libertà per come lo conosciamo noi.

Saremmo assolutamente liberi solo se fossimo esseri incorporei privi di spazio-tempo e solo se fossimo l’unico essere nell’universo. Se già solo ce ne fosse un altro sarebbe sempre lì a dirci che abbiamo di nuovo lasciato le nostre particelle in giro. Non so perché, ma quest’ultimo lo immagino in qualche modo femminile.

Nel piccolo della nostra limitata natura umana l’unica possibilità che avete di essere liberi è quella di ritirarvi in un deserto sperduto. Vi avviso: non ci è riuscito nemmeno Giovanni Battista.

Buona fortuna.

K0

Tatuaggi: Social, Domande & Pregiudizi

ofc from Twitter

https://www.corriere.it/salute/dermatologia/cards/tatuaggi-che-cosa-bisogna-sapere-prima-dopo-non-pentirsene/numeri-problemi_principale.shtml?cmpid=tbd_1f3141b3Dt

Caro Dario il diario,

nel secolo buio in cui ci troviamo, in questo nostro nuovo medioevo, alle soglie della terza decade del terzo millennio, in questo nuvoloso pomeriggio del sesto mese dell’anno voglio fermarmi a rispondere ad alcuni quesiti esistenziali che ancora oggi attanagliano le nostre anime: “Ma i tatuaggi fanno male? Ma i tatuati si drogano? Spacciano? Rubano? Sono tutti dei nullafacenti hipster?”

Sì caro Dario il diario, siamo ancora a questo punto dell’evoluzione. Sembra essere uno scoglio insuperabile per la nostra coscienza. Questi folli con i loro marchi indelebili sulla pelle ancora camminano tra i puri d’epidermide, mischiandosi tra essi, avvicinandoli, rivolgendo loro verbo (ma anche sostantivi e congiunzioni), inducendoli in tentazione ed in alcuni casi addirittura riproducendosi con essi!!1!111!

Sì caro Dario il diario, devo confessarlo. Non posso più andare oltre nella mia menzogna. Ho ceduto, sono stato indotto in tentazione e l’ho accolta nel mio cuore. La mia pelle non è più come il buon Dio l’ha creata (con il featuring del pene di mio padre e la vagina di mia madre). Mi perdoni padre perché ho peccato.

Trenta volte circa. Ormai neanche lì conto più.

Il rogo mi attende. La mia anima sarà presto purificata. Finalmente sarà libera dalle piaghe del nuovo millennio: i social e il diritto d’espressione conferito ad ogni imbecille a questo mondo.

Questa breve premessa dovrebbe aver scoraggiato ogni utente medio. Possiamo quindi andare avanti, finalmente, con qualcosa di costruttivo. In questo caldo pomeriggio di giugno voglio rispondere a qualche domanda riguardante i tatuaggi, qualora qualcuno fosse davvero interessato, ma titubante a farsene fare uno. Spero che possa tornarvi utile e vi invito a scrivermi qualora necessitaste di ulteriori informazioni o aveste dubbi a cui non ho risposto in questo post. Cominciamo.

  • “Ti hanno fatto male?” La soglia del dolore è molto personale, varia molto di persona in persona, è impossibile quindi dare una risposta univoca. Considera che è una sensazione molto particolare, è più una frizione che un dolore vero e proprio. Cambia moltissimo a seconda della zona del corpo, ad esempio non ho avuto nessun dolore a tatuare il petto o la spalla, mentre ne ho avuto tantissimo sul costato. La durata del lavoro influenza parecchio: lentamente la tua resistenza al dolore cala e più tempo ci vuole a realizzare un disegno più il tuo corpo ne soffre. Può capitare di sanguinare.
  • “Non hai avuto paura delle infezioni? È difficile prendersene cura? Gli inchiostri sono cancerogeni?” Allora, procediamo per gradi. No, non ho avuto paura di eventuali infezioni e reazioni, ma solo perché sono stato uno sprovveduto e non ho fatto alcun test allergologico prima di realizzare il primo tatuaggio. (Ora) so che c’è la possibilità di essere allergici alle sostanze utilizzate (inchiostri, disinfettanti e lievi anestetizzanti) e consiglio vivamente di fare un test prima di sottoporsi alle mani del tatuatore e nel caso segnalarglielo. Per fortuna è andato tutto bene. Non è difficile prendersene cura, i primi giorni bisogna solo tenerlo costantemente ricoperto con una crema idratante che impedisce alla pelle di seccare (il Bepanthenol e simili vanno benissimo), lavarlo con sapone neutro e tenerlo a contatto con il solo cotone. Guarisce in fretta: in genere massimo venti giorni. Sostanze cancerogene? Ci sono alcuni studi sui vari inchiostri utilizzati, ma che io sappia non ci sono ancora certezze. D’altra parte tu hai garanzie che quello che mangi e bevi (per non parlare del fumo), l’inquinamento, i segnali televisivi, wi-fi e cellulari che attraversano ogni secondo il tuo corpo da anni non lo siano?
  • “E’ vero che non si può più donare il sangue?” Solo in parte. In caso di donazione, tra i vari requisiti richiesti, c’è anche quello per cui non si può effettuare la donazione se non sono passati almeno sei mesi dall’ultimo tatuaggio/operazione chirurgica. Serve a scongiurare il rischio di trasmettere eventuali epatiti.
  • “E quando sarai vecchio?” Bè cominciamo a dire che “Del doman non v’è certezza” quindi ha poco senso premurarsene ora, almeno secondo me. Magari non sarò mai vecchio, per morte o immortalità. Detto ciò bisogna capire un punto fondamentale e quindi fare una scissione. Ci siamo tatuati per senso estetico? In tal caso posso dirti che sarà meno bello di ora, le forme del corpo cambiano invecchiando e quindi può capitare che i disegni si sformino un po’ (anche se dubito che una tigre diventi un panda, magari sarà solo un po’ meno bella, ma lo sarai anche tu), le rughe invece arrivano per tutti, anche per i tatuati. Purtroppo. C’è da dire che se ti sei tatuato per un motivo estetico secondo me hai sbagliato qualcosa. Per me un tatuaggio è un significato, in alcuni casi anche più di uno. Non è estetica, ma simbolismo, quindi anche quando sarò un vecchio grasso e rugoso i miei tatuaggi avranno il valore per cui sono stati realizzati il primo giorno. Sicuramente mi ricorderanno di quei momenti della mia vita. E’ importante, anche in questo caso, sapersi accettare e avere presente il quadro generale: la vita seppur sia fatta di attimi non consta in uno solo di essi. E’ un’evoluzione incessante in cui tutto, soprattutto gli aspetti materiali, varia.
  • “Ti sei mai pentito di un tatuaggio?” No, il primo ormai risale a più di dieci anni fa e, almeno per ora, posso dirti sicuramente no. Detto ciò ci sono vari modi per eliminare un tatuaggio, seppur nessuno – almeno al momento – senza conseguenze: il laser può lasciare cicatrici, il cover up (coprire un tatuaggio con un altro) ti riporta alla situazione di partenza, ma con un tatuaggio nuovo, i cosmetici per coprirli invece vanno via in giornata. Probabilmente in futuro ci saranno metodi più tecnologici e performanti. Spero di non averne mai bisogno perché vorrà dire che avrò perso l’equilibrio mentale e armonia di cui godo in questo momento.
  • “La gente ha ancora dei pregiudizi nei confronti delle persone tatuate?” Bè la gente ha pregiudizi su tutto, quindi sì, anche sulle persone tatuate. Con grande rammarico devo confessarti che io stesso, sovrappensiero ho espresso, per fortuna solo dentro di me, delle affermazioni primitive contro chi ha dei tatuaggi. Poi mi sono preso a schiaffi da solo. Purtroppo l’automatismo del pregiudizio è insito nella nostra società e quindi occorre sempre un po’ di sforzo e qualche secondo per escluderlo. Quando ho modo di riflettere un secondo tendo invece a “Preferire” una persona tatuata rispetto ad una ancora “Vergine”. Chi si tatua, ovviamente questo ragionamento non vale per chiunque, è una persona disposta a portarsi qualcosa con sé per sempre, a soffrire per quello in cui crede. La reputo coraggiosa, disponibile a mettersi in gioco e in qualche modo più affidabile. Ma come ho detto questo ragionamento non può valere sempre. E poi diciamolo: le donne tatuate sono molto sensuali, hanno un qualcosa di tribale che indubbiamente smuove gli ormoni. Credo che lo stesso possa dirsi per gli uomini.
  • “Hai avuto problemi in famiglia o sul lavoro?” A mio padre non piacevano. Per i primi anni li ho sempre tenuti coperti, mi sono fatto estati intere con pantaloni e magliette a maniche lunghe in casa. Quando li ha visti la prima volta mi ha detto che al prossimo mi avrebbe diseredato. Ne ho fatti molti altri, sorrido ancora al pensiero di quella frase. Mia madre è un po’ più libertina. Sul lavoro no, nessun problema, qualche critica, ma nulla di che. Non escludo che ne avrò quando cambierò lavoro, ma in fin dei conti voglio davvero lavorare in un posto in cui si fanno discriminazioni per un fattore estetico e/o culturale? Direi proprio di no, quindi va bene così.
  • “Vuoi consigliare un soggetto a chi è in cerca di un disegno?” Assolutamente no. Se siete incerti sul soggetto, ma volete tatuarvi, semplicemente non fatelo. Ve lo porterete dietro molti anni, non bisogna avere fretta nel prendere una decisione del genere. Non abbiate paura, ma rifletteteci bene. Posso rincuorarvi dicendovi che dopo qualche giorno che avrete addosso il vostro primo tatuaggio neanche vi accorgerete di averlo. Entrerà a far parte di voi e non vi peserà. A volte guardo le parti non tatuate del mio corpo e mi dico che mi sembrano vuote, insignificanti, che non dicono nulla di me. Ad un certo punto il meccanismo mentale si ribalta e lo “Standard” diventa l’essere tatuati, non il non esserlo.
  • “Posso chiederti il significato di qualcuno dei tuoi?” La mamma non ti ha detto che non si chiede il significato dei tatuaggi? Scherzi a parte credo sia un gesto di estrema maleducazione chiederne il significato, scusami, ma la vivo quasi come un’invasione della privacy. Il fatto che tutti vedano alcuni dei disegni che porto con me non significa che io voglia condividerne il significato. Altrimenti avrei tatuato anche le didascalie. Posso solo dirti che alcuni sono regole, altri ispirazioni, altri ricordi.
  • “Ma la storia dei dispari? Come funziona?” Da quel che so è una leggenda marinaresca. I marinai si tatuavano poco prima di intraprendere il primo viaggio come rito propiziatorio, realizzavano un nuovo disegno una volta giunti a destinazione e si marchiavano nuovamente una volta tornati a casa. In questo modo avere un numero pari di tatuaggi pari significava essere lontani da casa e di conseguenza non era di buon auspicio. In sostanza bisognerebbe averli dispari. Io? Se vuoi ci mettiamo e li contiamo, ma ci vorrà un po’.
  • “Un consiglio ai puri d’epidermide?” Se l’unica cosa che vi ferma è la paura di portare qualcosa per sempre con voi non pensateci e fatelo. Finché crederete in questo qualcosa il tatuaggio ve lo rammenterà, se mai un giorno non dovesse più essere così vi ricorderà di quei momenti e vi farà riflettere su ciò che siete ora. Non preoccupatevi di quello che dice la gente, sono solo stronzate.

K0

Le modelle di H&M 2019

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Maggio 2019. In pieno clima invernale il famoso marchio di abbigliamento H&M lancia una campagna pubblicitaria per la sua nuova linea di costumi. Coraggiosamente in maniera triplice. Innanzitutto la scelta del periodo: nonostante ci troviamo ormai in primavera ufficialmente più che inoltrata, il clima ti fa venire voglia di tutto fuorché di metterti in costume per andare in spiaggia, mi sa che la primavera quest’anno è rimasta a letto, non dev’esserle suonata la sveglia. In secundis la scelta dei costumi: lungi da me ergermi a fashion blogger, ma ragazzi prima di notare la pancetta e lo speck della modella l’occhio chiede pietà per le fantasie dei costumi, a una povera ragazza hanno pure arrotolato in vita una pelle di giaguaro, ma questa, viste le temperature, potrebbe non essere poi una scelta così sbagliata. Terzo e più importante la scelta delle modelle: per la prima volta non sono delle fighe astronomiche, ma anzi sono ragazze “Curvy”, “Normali”, con smagliature e cellulite. Sia chiaro che non mi assumo la responsabilità dei virgolettati che riporto a scopo d’informazione con qualche brivido di disagio e un mestolo di schifo. Intanto smettiamola con tutti questi inglesismi inutili visto che per fortuna parliamo, chi più chi meno, una delle lingue più belle al mondo. Usiamo il termine corretto: non si dice curvy, si dice cicciottelle. La mamma non vi ha proprio insegnato nulla. Non parliamo neanche della parola “Normale” perché oltre a voler dire di tutto e di più, è spesso usata scorrettamente e sinceramente ad essere normali a questo mondo può solo venir nausea. In un mondo in cui è “Normale” andare in guerra per imporre la democrazia in Paesi che non conosciamo (come se la democrazia fosse la nuova penicillina), in un mondo ci sono Paesi, come il nostro ad esempio, in cui non si può decidere di porre termine alla propria vita perché questa è un dono di Dio (N.B. non siamo più uno stato cattolico), in cui la marijuana non è legale, mentre lo sono sigarette ed alcol a dispetto di ogni analisi statistica, sinceramente io starei bene attento a definire qualcuno “Normale”. C’è il rischio che si offenda, a ragione per giunta. Ma torniamo alle modelle, le ragazze, come ho detto prima, non sono le classiche ultra gnocche, ma questa non è la novità che mi ha colpito di più: non sono state photoshoppate. In un mondo di filtri, luci televisive e immagini ritoccate, le modelle appaiono in foto come mamma le ha fatte. Ed era anche ora, perché alla luce del quasi terzo decennio del terzo millennio dopo Cristo ci siamo accorti (forse) che ritoccare le immagini creando modelli di bellezza impossibili, inarrivabili, ma soprattutto inesistenti, non ci fa bene. Adesso mi aspetto che domani qualcuno mi dica che se metti dell’acqua in una pentola sul fuoco questa bolle. Ora, di sicuro H&M non lo ha fatto perché sta puntando al nobel per la civiltà o perché spinta da uno spirito di compassione nei confronti di chi come me ama il tiramisù e la cioccolata. Sicuramente sotto c’è una campagna marketing ben studiata che avrà più o meno successo, ma intanto è un primo passo. Verso cosa? Il benessere mentale innanzitutto perché tenersi in forma è questione di benessere fisico e non può farci che bene, ma cercare di arrivare a un obiettivo irraggiungibile non può che nuocere alla psiche e di conseguenza anche al corpo. Non è tanto una questione di bellezza esteriore: tenete ben a mente che le modelle lo fanno di lavoro, quindi mentre voi siete a lavoro seduti in ufficio loro sono in palestra ad allenarsi seguite da personal trainer e un dietologo (almeno); mentre voi a cena vi concedete l’all you can eat di sushi a 20€ mangiando tutte le riserve di salmone della Norvegia con tanto di dessert, loro hanno visto l’ultimo dolce alle elementari probabilmente. Il vero problema è il foto ritocco: questo va a togliere i piccoli difetti che nonostante i sacrifici anche le modelle e gli attori hanno, redendo non loro, ma quello che viene riprodotto nelle immagini del tutto inarrivabile.

Prima di chiudere voglio sottoporvi un problema e proporvi un film documentario. Prima di elogiare H&M per la scelta delle modelle, lo sapete da dove arrivano i loro abiti? Ovviamente non parlo solo di questo marchio, ma praticamente di buona parte delle case di moda “Low cost” e non solo. Vi siete mai chiesti come sia possibile che i loro abiti costino così poco? Lo sapete che i vestiti non crescono sugli alberi? Cercate “The True Cost”. Pro Tip: disponibile su Netflix.

Buona nausea.

 

K0

La gente sui mezzi pubblici

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Allora Kappa, come ti ho già più volte detto, non puoi cominciare a parlare di un soggetto senza collocarlo in un ambiente. E’ come iniziare un discorso a metà. Un film non parte mai con un leone che corre, anche perché sarebbe impossibile, deve necessariamente trovarsi da qualche parte, no? Sarebbe impossibile collocarlo in un vuoto assoluto. Anche perché, poraccio, ci schiatterebbe senz’aria. Si scorge l’orizzonte, le vibrazioni dell’aria che trema a causa del calore che si alza dal suolo, una grande distesa e infine l’inquadratura stringe sul felino. E’ facile, no?

Sì, sì, ce l’ho. Chiudi gli occhi e immagina, ricorda. Ah se chiudi gli occhi non leggi, giusto. Bè non chiuderli allora.

Milano, è un tardo pomeriggio di un giovedì qualsiasi, di una settimana qualsiasi, di un anno qualsiasi. Un giorno a caso insomma. Centro città, sono le 18:00 quando, come per un accordo inciso nell’intimo dell’animo umano sin dai tempi antichi, dall’origine delle origini,  ogni impiegato d’ufficio, mamma, bambino, anziano, muratore bergamasco, membro di un circo che non è mai esistito prima di quel momento, donna di mezza età che ha appena acquistato l’intera Rinascente facendosela riporre in diecimila comodi sacchetti semirigidi, compagnia di preadolescenti ululanti ed in calore e pure la coppia di Leocorni che finalmente si è capito dove minchia stava, decide di riversarsi per le strade. Tutti, come uno stormo di uccelli migratori di un’unica specie, dopo aver sentito il richiamo delle sei del pomeriggio dettato dai rintocchi del proprio orologio biologico sanno dove andare. Nessuna legge fisica, sociologica o zoologica, è ancora riuscita a spiegarsi perché tutto ciò accada, ma loro sanno dove andare. Come tante gocce d’acqua si riuniscono incanalandosi per i corsi del centro storico, come un fiume, cominciano a scorrere nella vallata che li condurrà alla loro meta finale: il tuo tram, autobus o metropolitana. Non importa quale sceglierai per tornare a casa, prima ancora che tu abbia mosso i primi passi, prima ancora che il tuo stesso cervello si sia posto il quesito, loro leggono il tuo subconscio a distanza, preparandosi ad abbandonare tutto ciò che stavano facendo sino ad allora per seguirti. Il loro istinto li guida da te. Loro sono qui, vicino a te, troppo vicino a te, sono qui per privarti della possibilità di goderti il momento in cui finalmente realizzi di stare tornando a casa dall’amore della tua vita: il tuo pigiama. Ti seguono, ti precedono e ti aspettano, fino a quel momento in cui realizzi che ormai per te è troppo tardi, come una gazzella oramai esausta, capisci che il tuo momento è arrivato. Stanno salendo con te. Tutti.

Mentre preghi che l’aria condizionata inizi a funzionare, non tanto per stare al fresco, quello è impossibile, ma almeno per avere una parvenza di ricambio d’aria, una speranza che il tuo ritorno a casa non risulti essere più simile ad una deportazione, ti guardi attorno. Altro non puoi fare. Lo spazio vitale è così ridotto che anche solo pensare di poter tirare fuori il telefono dalla tasca per guardare casi umani su Instagram pare essere un’utopia. Ma d’altra parte non ti serve andare sui social quando davanti a te hai uno zoo. Quando ci sei in mezzo.

Da molti anni a questa parte lavoro in centro a Milano e nel corso dei vari esodi di cui sono stato partecipe ho osservato, analizzato, catalogato e ovviamente disprezzato, le varie tipologie di “Homo-rincasantes”. Con mia somma gioia, oggi voglio condividere con voi i miei studi.

  • La mamma con il passeggino. Alcuni regolamenti, tra cui quello del reciproco rispetto (ma anche quello della maggioranza dei mezzi pubblici, eh), prevedono che i passeggini vengano chiusi e il bambino preso in braccio. Capisco che se tieni tuo figlio in passeggino fino a dieci anni, ma alcune mamme anche fino alla prima laurea del pargolo, possa essere difficile per te tenere in braccio un simile peso. Però a quel punto immagino che abbia almeno imparato a stare in piedi, no? Niente, non ho mai visto una persona chiudere un passeggino. O forse non si chiudono affatto? Ti entrano negli stinchi come il più agguerrito dei difensori alla sua ultima finale di mondiale, incuranti dei diritti umani degli sfortunati che hanno attorno e ovviamente l’idea di chiedere almeno scusa non rientra minimamente tra le loro premure. Tra l’altro non so se avete notato come negli ultimi anni i passeggini tendano ad essere simili nelle dimensioni a delle monovolumi. Cosa che mi fa pensare: è davvero un cucciolo d’uomo quello che ti porti in giro o stai allevando un maialino?
  • Per la categoria mezzi sui mezzi pubblici non poteva non essere nominato lui: l’uomo con la bicicletta. Ma io dico, non ti sfiora minimamente l’idea che nel portare un mezzo di trasporto su un altro ci sia qualcosa di sbagliato? E poi, se hai comprato, trovato, rubato una bicicletta, non puoi usare quella per tornare a casa al posto di prendere parte a questa simulazione ben riuscita di sardine in scatola?
  • Le mamme con bambini. Tu hai voluto portare avanti la specie umana, non ti chiedo quale malsana idea ti abbia spinto a farlo, è stata una tua scelta e non è questo il momento di sindacarla. Però ti chiedo, se è difficile notare le differenze tra il tuo pargolo e un diavolo della Tasmania alimentato fin dalla nascita solo con droghe eccitanti, non è il caso di sgridarlo? Schiaffeggiarlo? Sedarlo? Rinchiuderlo in un labirinto? Venderlo per denaro ad un circo? Iscriverlo ad una corsa di cavalli? Perché se il tuo bambino se ne va in giro per tutto il tram urlando, frignando, arrampicandosi e correndo, un po’ il cazzo lo rompe eh;
  • La gente al telefono. Capisco, poco, la tua voglia di condividere con chi ti sta accanto la tua giornata ed i tuoi problemi, però magari non interessa esattamente a tutti e purtroppo qualcuno potrebbe non avere le cuffie. Ci sono i social per questo. CHE CAZZO GRIDI AL CELLULARE. Ma poi come fanno a sentirti dall’altro capo della linea? Qual è il segreto? Quando malauguratamente ho bisogno di fare una telefonata mentre sono in viaggio è un continuo “Cosa? Non ti sento! Che hai detto? Non capisco, sento solo il rumore delle rotaie!”;
  • Chi non si accorge di dover scendere. Io non so come viva la gente. Ogni volta che prendo un mezzo pubblico, nuovo o abituale che sia il tragitto, ho sempre l’ansia di perdere la fermata e di dover scendere a quella successiva, sarà che mi è successo svariate volte vista la mia capacità di concentrazione pari a quella di una farfalla. Cerco quindi di avvicinarmi alle porte man mano che la mia fermata si avvicina, così da non dover arrivare a spodestare la regina d’Inghilterra per dover scendere in fretta e furia. Invece no, loro sono lì, placidi, rivolti al loro cellulare o immersi in chissà quale pensiero, esattamente nel punto del vagone più lontano dalla porta con davanti a loro un numero di persone pari a tutta la popolazione del continente asiatico fino a quando non si aprono le porte. In quel momento qualcosa folgora il loro cervello, il lampo che ha ridato vita al cadavere di Frankenstein attraversa l’interezza del loro corpo, la scintilla della vita. Improvvisamente nulla ha più importanza, ogni giorno un imbecille si sveglia e sa che dovrà correre più veloce della chiusura delle porte. Ogni giorno le porte della metro si animano e sanno che dovranno chiudersi più velocemente dell’imbecille, ma non tanto più velocemente, altrimenti non potranno tagliarlo in due metà esatte. Ma lui corre, corre che neanche Bolt alle olimpiadi, come un vichingo si fa strada tra orde di nemici, schiere e schiere di eserciti avversari, scavalcando e calpestando, brandendo la sua leggendaria spada chiamata “Scusi devo scendere”. Scusi un cazzo, non ti potevi svegliare prima? A volte si salvano, a volte il karma si ricorda di loro e li vedi spiaccicarsi contro le porte e provare a far finta di nulla.
  • La gente davanti alle uscite. Dio si è ricordato di te. Oggi è l’anniversario della prima sofferenza che ti ha inflitto e per celebrarlo decide di farti un regalo: l’autobus è semivuoto. O più semplicemente hai preso mezz’ora di permesso da lavoro per evitare di dover essere vittima del supplizio del rientro anche oggi. Ma la vita è bastarda, ricordalo sempre. Non importa quanto tu possa impegnarti per fuggire alla tua sfiga, lei sa dove stai andando ed è più veloce di te, quindi ti aspetta lì. Un vecchio proverbio, africano mi pare, recita: “Il destino ti attende sulla strada che hai scelto per evitarlo”, ecco, rende l’idea. Vedi arrivare il tuo autobus, con tutto quello spazio vitale a disposizione, ma mentre cerchi di nascondere la lacrima di gioia che scende dal tuo occhio destro, arriva la disillusione: davanti ad ogni porta c’è un gruppo di due-tre persone ferme. “Staranno per scendere” provi ad illuderti mentre il bus rallenta per fermarsi. Invece no. Li vedi, fermi, statuari. Demoni inviati direttamente da Lucifero per opporsi fisicamente al tuo cammino verso la tua pigiama-felicità. Puoi nettamente leggere il marchio della Bestia sulla loro fronte, ma hai lasciato il kit per l’esorcismo nell’armadietto a lavoro e quindi non ti rimane che chiedere permesso. Purtroppo però loro non parlano la tua lingua, hanno le cuffie, ti ignorano o sono manichini di H&M. Non si sa perché, ma ogni volta che devi salire sull’autobus lo stronzo davanti alla porta non deve scendere e non si sposta, quasi volesse farsi baluardo a difesa del suo territorio, così tu, pregando che non abbia anche fatto pipì sull’angolo per tenere lontani gli altri maschi, sei costretto a ricorrere agli insegnamenti zen per non insultargli le ultime cinque generazioni e a quelli del corso di arrampicata che hai fatto nel ’95 per scavalcarlo.
  • “Scende?”. No, mi ha mandato qui Satana per ostacolare il cammino verso il pigiama di quello lì, lo vede? Quello sfigato sotto la pioggia. Ero sul tram qualche giorno fa, mi si avvicina una coppia di signori anziani e mi pongono la fatidica domanda: “Scende?”. Ho già smesso da qualche anno di essere turbato dal fatto che mi venga dato del lei, una parte di me prega sempre sia per rispetto e non per vecchiaia. Illuso. Ad ogni modo rispondo con un semplice “Sì” e accenno un sorriso. Ero in prossimità delle porte, ma evidentemente mi sono espresso in aramaico antico oppure in qualche lingua “Sì” vuol dire no, perché entrambi mi hanno scavalcato per mettersi davanti a me. Oppure erano messi satanici anche loro? Non ci avevo pensato fino ad ora. Poi ci sono quelli che ti chiedono se scendi, ma una volta sceso li vedi rimanere sul tram e ti chiedi se semplicemente volessero farsi i fatti tuoi o siano spie della CIA che complotta per tenere lontani le persone dai loro pigiami e i loro letti. Al momento non ho certezze di quest’ultima tesi, ma sto raccogliendo prove a riguardo per cui nel caso abbiate anche voi qualcosa fatemi sapere.

 

Mi auguro per voi che non abbiate letto questo post dalla versione mobile di wordpress, che non stiate tornando a casa proprio in questo momento. Io sono in pigiama. Ce l’ho fatta, l’ho raggiunto, sappiate che c’è speranza, non mollate mai.

Buon rientro.

 

K0

Pornhub e gli Avengers

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Porno e supereroi. Superata la soglia del 2000 sembra che la nostra società non riesca a fare a meno di nessuna delle due. E’ il 24 Aprile 2019 quando nelle sale cinematografiche esce l’ultimo capito di Avengers: Endgame. Era Ora – oh raga, non c’è la scena finale dopo i titoli. E’ ufficialmente scissione tra gli schermi italiani: quelli cinematografici si dedicano con passione a uomini e donne dotati di superpoteri, i monitor dei personal (in questo caso più che mai) computer invece a uomini e donne super dotati. La televisione invece si limita ai soli Uomini e Donne.

Mi limiterò a parlarvi dei primi due. Ringraziate pure il vostro Dio|i vostri Dei, ma non ho intenzione di affrontare oggi le tematiche dei programmi televisivi italiani. Ho appena finito di mangiare.

Qualche mese fa il famoso sito pornografico Pornhub ha rilasciato in rete lo spaccato delle tipologie, forse in questo caso è meglio parlare di categorie, più viste dai due sessi (quelli classici, patatina e pisellino, per intenderci). Qualche giorno fa, come dicevamo, è invece iniziata la scalata al successo, previsto e prevedibile, dell’ultimo capitolo della Marvel (io preferisco DC). Mi sono dunque chiesto se ci potesse essere o meno un ipotetico luogo di incontro di questi due fenomeni di massa che indubbiamente caratterizzano la società odierna. Ho superato presto, per fortuna, il pensiero dei milioni di nerd che sicuramente si sono toccacciati alla vista di Scarlett Johansson quasi interamente ricoperta di latex nero. Come biasimarli. Ho cercato quindi di capire quale bisogno potesse esserci alla base di ognuno di noi nel decidere se alzare lo schermo del laptop o andare al cinema con gli amici. Sì, bisogno, perché sono fermamente convinto che alla base di ogni azione umana ci sia sempre una necessità del proprio subconscio o animo. Chiamatelo come volete. Ebbene, dopo qualche elucubrazione sono giunto alla conclusione che andiamo al cinema a guardare i supereroi e ci tocchiamo davanti al nostro monitor per una sorta di costrizione in cui siamo costretti a vivere, un mancato soddisfacimento dei nostri bisogni intimi, sessuali e non. Davanti ai due schermi soddisfiamo quelle pulsioni che durante la nostra vita pubblica siamo portati invece a soffocare per non rischiare di metterci in gioco e per paura di essere mal giudicati.

Ricerchiamo nel porno tutto ciò di cui manca la nostra sessualità, quel che vorremmo vedere, sperimentare e di cui abbiamo paura di parlare con le persone che ci circondano, le nostre|i nostri compagni. Vorremmo farci la madre del nostro migliore amico, la 40enne di turno, ma solo finché i 40 non li hai tu perché poi si passa a cercare le, neanche, 20enni e quindi via di Milf e Teen; vorremmo che la nostra compagna ci prendesse il membro in bocca o nell’ano, ma non osiamo chiederglielo e quindi via alla ricerca di BJ e anal e così via. (Breve storia triste – ma vera – Pechino si traduce “Beijing”, quindi in Cina troverete le classiche magliette “I Love NY” con la dicitura “I Love BJ”. No, non ne ho comprato un intero stock). Per non parlare di omosessualità e threesome.

Chiediamo invece ad Hollywood di farci sentire Eroi, di permetterci di immedesimare noi stessi  con qualcuno che sì, ha qualcosa in più di noi (non parlo di centimetri, caro Rocco), ma che allo stesso tempo abbia qualcosa in cui possiamo riconoscerci e dunque empaticamente emozionarci. Tra i motivi di successo dei vendicatori c’è sicuramente la loro eterogeneità: persone con problemi di gestione della rabbia, miliardari senza alcun potere se non quello dei dollari, donne che riescono a tenere fisicamente testa a qualunque uomo, uomini ricolmi di morale e patriottismo e ovviamente il cattivo di turno in cui rifugiarci quando ci sentiamo poco voluti dalla società. Tutti però sono riuniti per fare del bene. Persino il cattivo ad un certo punto si accorge di aver fatto una cazzata e di aver fatto pipì fuori dal vasino tornando dunque sui suoi passi. In una società che non fa altro che renderci egocentrici, tra un autoscatto e una storia di 24 ore, poco è il tempo che ci rimane da dedicare agli altri e soprattutto costa fatica e coraggio, quindi non lo facciamo. A fine serata, ovviamente ben documentata su ogni social, ci basta dare la buonanotte ai nostri follower e soddisfacendo in piccolo il nostro desiderio di piacere agli altri riusciamo a prendere sonno e ripartire l’indomani. Come dei criceti dentro le loro ruote. Ma miei cari ho una brutta notizia da darvi: quel figlio di puttana del vostro subconscio non dorme mai e lui lo sa che non siete stati dei bravi bambini e che la befana vi porterà solo una valangata di merda. Cerca quindi di mandarci dei segnali: “Hey, ma se facessimo una buona azione? Volontariato? Ascoltare gli altri? Donare una rata del tuo smartphone a qualche associazione no-profit?”, ma è troppo tardi ormai, abbiamo già postato la foto della colazione da Starbucks. Quindi si apre una piccola voragine dentro ognuno di noi, cerchiamo di buttarci sopra qualche selfie, qualche minigonna in discoteca, un po’ di sesso occasionale grazie a Tinder, ma è come appoggiare una foglia su un pozzo. “Cazzo almeno portami a vedere i supereroi, almeno posso immedesimarmi e far finta di avere un involucro migliore! Il subconscio di Gandhi continua a scassarmi le palle ché non faccio mai nulla di buono, dammi tregua”. Bro, con soli 10€ puoi sedare il tuo animo! E’ un’occasione unica! Solo per le prossime 40 telefonate! Tutti al cinema.

Dolci lettori, andate al cinema e toccatevi davanti ai porno, non sarò io a giudicarvi, ma siate sinceri con voi stessi, perché ce ne vogliono parecchie di foglie prima di riempire un pozzo che si autoalimenta. Mettetevi in gioco, parlate e sperimentate, fate uno scatto in meno, prendete la versione lite dello smartphone e donate qualcosa in più, fate qualcosa per gli altri. Già che ci siete andate anche in palestra perché la Pasqua non è stata clemente con nessuno.

E ricordatevi: quello stronzo dentro di voi non dorme mai e vi giudica di continuo.

Buona notte followers (se riuscite a prender sonno).

K0