Nihil Ego (Sum)

Io sono niente.

Ripetilo di nuovo, sentilo rimbombare nella tua testa, ascoltati:

io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Lo senti quel principio di panico? Quella che pian piano inconsciamente passa dall’essere paura ad essere libertà?

In una società retta dal principio di non contraddizione (qui la definizione) per cui una cosa è una cosa solo perché non è un’altra, assumersi la responsabilità di identificarsi con il niente è quanto meno spiazzante. Fin da bambino ci insegnano che un cane è un cane anche perché, oltre ad abbiare, non è un gatto, né un cavallo, né un elefante e così via. Ci inculcano che ogni cosa a questo mondo ha un suo opposto: il bene e il male, il salato e il dolce, il bianco e il nero. Così è facile sapere dove mettere le cose, compresi noi stessi. È semplice, lo sappiamo tutti che il nero va posizionato all’opposto del bianco, lungo un’immaginaria linea retta esattamente nel punto più lontano possibile. È facile anche per i bagni: pisello-maschio, non pisello-femmina. Anche se ultimamente le cose si sono un po’ complicate.

In una società in cui tutto ha un posto logicamente assegnato e dunque in cui tutto è facilmente collocabile non fa differenza riordinare la propria camera o la propria testa, ma dire che qualcosa è niente è un bel guaio. “E questo niente dove lo metto adesso? Vicino ai libri? O ai fiori? E di che colore è il niente? Senti, lo lascio qui sul pavimento, in un angolo, tanto non mi vede nessuno. Ma se qualcuno ci inciampa e si fa male? Che casino. E adesso?”. Figuriamoci poi se quel “Niente” è una persona. “Ciao Mamma, lui, bè lei, bè questo…insomma ti presento Niente”. È quasi la storia del ciclope di Ulisse. La situazione degenera poi se quel signor Niente siamo noi: “Come Niente?! Aspetta un attimo! Oh, ‘Niente’ a chi?? Io sono un sacco di cose, sono questo e sono quello e poi nel tempo libero sono anche quell’altro! Vedi?! Non sono mica niente io!”. Che sollievo.

La nostra prigione di etichette è quanto meno rassicurante. Ogni cosa ha il suo posto, il suo proprietario, il suo nome. Anche per le persone è così: lei è Cinzia, è la mia fidanzata.

Lei. Cinzia. Mia. Fidanzata.

Che nella vostra mente abbiate letto queste ultime quattro parole con tono asettico e logico o con la voce di uno scimmiesco uomo delle caverne poco importa. Il ragionamento rimane comunque primitivo, poco verosimile, stretto.

Indipendentemente dal numero di etichette che ci appicchiamo addosso ogni giorno della nostra vita, davanti alla semplice frase “Io sono niente” ci troviamo comunque a disagio.

Cozza contro ogni nostra logica, ma non è solo questo. Quelle semplici parole in qualche modo riescono a metterci davanti alla verità, davanti ad un’infinita potenzialità.

È vero che essere “Qualcosa” è rassicurante, ci aiuta a capire chi siamo e cosa dobbiamo fare, ma ricordate che nella società che ci siamo costruiti attorno se siamo una cosa non possiamo esserne un’altra, quanto meno non possiamo essere il suo opposto. Questo può andarci bene nella vita di tutti i giorni, quando non abbiamo tempo di fermarci a riflettere perché tra un caffè, una riunione, il preparare la cena e il nuovo episodio della nostra serie tv preferita è già ora di andare a dormire. Chiudete gli occhi.

Io sono niente.

Lo sentite quanto non vi basta più essere qualcosa? Riuscite a sentire quanto è pieno quel “Niente”, quanta energia ha in sé? Solo il niente può essere tutto, proprio perché non è niente. Non cercate di analizzarlo logicamente, non vi serve. Sentite dentro di voi quella sensazione? Come se tutti i piccoli tasselli che vi compongono si stessero muovendo dentro di voi in maniera autonoma per ricollocarsi ognuno al suo vero posto. Come se qualcuno vi avesse svelato la soluzione di un enigma che vi ha torturato per anni e la cui risposta era in realtà così semplice. Vi siete accorti di quel piccolo sorriso che avete fatto?

Io sono niente.

Quindi sono tutto, pur essendo nulla.

Posso essere tutto.

È un’inspiegabile sensazione di calore interiore, di pace, di fiducia. Tutto è al proprio posto.

Io sono niente ed è spaventoso e meraviglioso allo stesso istante.

Io sono niente e non ho bisogno che sia diverso da così perché questo sono io.

Io sono niente.

K0

Il mio primo Libro

Grazie Bianca

Qualche giorno fa mi sono fatto il regalo più bello che una persona che ama scrivere può farsi: ho pubblicato il mio primo “Libro”. Le virgolette sono d’obbligo sia perché ancora fatico a chiamarlo tale, nella mia testa rimane ancora uno dei miei “Scritti”, sia perché la soluzione scelta, per le motivazioni che vi dirò è stata quella del formato elettronico e quindi dell’ebook.

Il travolgente entusiasmo di mia madre.

Quando molti anni fa cominciai a scrivere il testo in questione non mi era neanche passato per l’anticamera del cervello che un giorno lo avrei pubblicato, di conseguenza non mi ero nemmeno mai posto la questione del come fare. Avevo sempre e solo scritto per me o per le persone che mi stavano vicine, fin lì era stato facile: salva, apri l’applicazione delle email, allega, invia.

Un giorno come gli altri ero a lavoro e durante una breve pausa avevo deciso di andare alle macchinette a prendere un pessimo caffè. All’epoca non avevo la Nespresso a pochi metri dalla scrivania. Abbandonato sul tavolo, un giornale aperto. Mentre aspettavo che la brutta copia di un caffè si raffreddasse fino a diventare bevibile, mi cadde l’occhio su un piccolo articolo, un concorso di scrittura con possibilità di pubblicazione. “Mah” mi dissi, non si sa mai. Strappai l’angolo del giornale con l’annuncio e lo misi in tasca.

Qualche giorno dopo finii di rivedere il testo per la millesima volta. Non sembrava mai “Finito”, c’era sempre qualcosa da rivedere, ma mi ero stufato di leggerlo e rileggerlo, cambiando parole e correggendo virgole e punti. Mi ricordai del pezzetto di carta che nel frattempo dai pantaloni della mia divisa aveva attraversato l’intera Milano per finire nel caos della mia scrivania. Lo presi e lo rilessi. Sembrava facile, bastava inviare una mail. Aprii l’applicativo e allegai il testo. Inviato.

Passò qualche giorno, settimana forse, già allora il tempo aveva cominciato a perdere rilevanza, quando mi arrivò a casa una proposta di pubblicazione. Avevo qualche decina di giorni per rispondere, la condizione era che avrei dovuto comprare le prime X copie del mio futuro libro. Mi sentii lusingato, ma feci comunque scadere il termine. Non volevo pagare per pubblicare un mio scritto. Non mi sentivo “Scelto” fino in fondo. Nei mesi successivi arrivarono altre due proposte da altrettante case editrici. La formula era più o meno sempre la stessa o tale fu anche la mia decisione.

Passarono gli anni fino a quando, poco più di un mese fa ormai, mi ricordai di quello scritto. Se ne stava lì sul mio pc a fissarmi. Incompleto come sempre. Senza uno scopo, proprio come lo avevo lasciato anni prima. Pochi giorni prima avevo letto la possibilità di autopubblicare in formato ebook grazie ad Amazon e quindi Kindle. “Chissà se Kobo fa la stessa cosa”. Google. Autopubblicare Kobo. La risposta fu affermativa.

Avevo già la copertina che avevo fatto realizzare qualche anno prima alla solita Bianca. In realtà “Avevo” è un parolone. “Hai ancora la copertina del libro che ti ho fatto fare qualche anno fa? Non la trovo più”. Puntuale e precisa come sempre me la inviò nel giro di qualche ora. Whatsapp. Audio. “Ciao Cris, quando hai mezz’ora da dedicarmi? Devo mettere due scritte su un’immagine: un titolo e un nome”. Invia. Qualche giorno dopo avevo tutto. Dovevo solo rivedere il testo. Di nuovo.

Si chiama Kobo Writing Life . È un servizio veloce e gratuito che vi permette di pubblicare nel giro di poche ore, in pochissimi passaggi (4) il vostro testo in formato epub direttamente sul Kobo Store. Il formato è supportato praticamente da ogni dispositivo elettronico:

Sarà poi possibile acquistare l’ebook direttamente dal vostro Kobo, se ne avete uno, o altrimenti potete acquistare lo scritto dallo store e caricare il testo sul vostro dispositivo. Facile e veloce. Il prezzo di vendita lo decidete voi.

Il mio testo?

Si intitola “A Sofia”.

Con il pretesto del crescere una bambina, un padre accenna ad alcuni punti fondamentali del mondo in cui viviamo, quelli che ogni giorno diamo per scontati e che, pur influenzando le nostre vite, rimangono per lo più invisibili. Continua poi con piccole, ma grandi riflessioni sulle persone che ci circondano, compresi noi stessi per poi dedicarsi a qualche cenno di natura intima e spirituale. Non voglio dirvi altri.

Spero di avervi incuriosito abbastanza. Lo trovate qui: https://www.kobo.com/it/it/ebook/a-sofia

Leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate!

Buona lettura.

Oggi.

Canova: Amore & Psiche

Ti ho sognata. Ancora. Eri sdraiata a pancia in su. Le mie spalle, opposte alle tue, sorreggevano la tua testa. Le tue, la mia. Cullandola dolcemente, ho sollevato la tua montagna di capelli e l’ho appoggiata a terra. Su di essi ho adagiato la tua testa. Ti ho sorriso e spingendomi verso di te, ho baciato il tuo labbro inferiore. Di contro hai fatto lo stesso. Ti ho sorriso ancora.

Un bacio. Un semplice bacio. E’ cominciata così. Lo ricordi ancora? Quel maledetto giorno, quel maledetto appuntamento di lavoro, quel tuo maledetto ufficio. Era il 12 febbraio, pioveva. Mi hanno fatto accomodare ad aspettare che tu arrivassi. Non sembrava fosse una stranezza che tu fossi in ritardo. Quando hai spalancato quella porta non ho avuto modo di sentire le tue scuse. Ero troppo impegnato a riprendere fiato, a cercare di cancellare quella mia espressione inebetita, a ritrovare l’uso della parola. Quanto ci abbiamo messo a darci il primo bacio? Mezz’ora? Potrei giurare ci siano voluti anni. Sento ancora il sapore e l’odore della tua saliva. Se non fosse stato per il telefono del tuo ufficio che non si ostinava a smettere di squillare probabilmente saremmo ancora lì.

La seconda volta non fu più facile. Almeno fino al secondo giro di spritz. “Beviamo una cosa e ci salutiamo”. Finimmo a spogliarci tra le scomodità di un sedile posteriore, in pieno centro città alle cinque del mattino. Quando la vita degli altri stava per ricominciare all’alba di un nuovo giorno noi stavamo tornando a casa. Ognuno la sua. Entrambi con una propria vita da ricominciare. Fu quella sera che ebbe inizio la fine.

Ci rifugiavamo nel tuo ufficio in pausa pranzo a mangiarci a vicenda, buttando i vestiti ovunque, finendo sempre su quel dannato pavimento che ancora i miei gomiti e le mie ginocchia ricordano. Ci ritrovavamo in un motel il giovedì mattina per tentare di sfuggire alle nostre vite, come se fosse possibile, a graffiarci per provare ad appartenerci, a prenderci senza sosta, anima e corpo, per tentare di fonderci in una cosa sola. Non desideravamo altro. Quell’insensato desiderio di fusione ci faceva bruciare di giorno e ci torturava la notte. Non mangiavamo e non dormivamo. In palestra il sudore ci ricordava dei graffi, dei morsi. Le ferite non facevano in tempo a guarire e di settimana in settimana si rinnovavano continuamente. Non bastava, non bastava mai. Non importava quante volte e in quanti modi prendessi il tuo corpo, in quanti tentassi di strapparti l’anima. Non bastava. Non esistevi che tu. I ricordi del nostro tempo assieme lasciavano spazio solo al cercare di trovare altro tempo da passare con te.

Stavamo sprofondando dimenticandoci di respirare. L’ossessione di impossessarci dell’altro ci trascinava verso il fondo di un oceano così scuro da non vedere nemmeno il peso che avevamo incatenato alle nostre caviglie.

Il bruciore del primo respiro fu molto più doloroso di quello dei graffi accumulati negli ultimi mesi. Quello del realizzare che non saremmo mai riusciti a vivere insieme alla luce del sole lo fu ancora di più. Ben presto finimmo con l’odiarci. Tutto finì col remarci contro. Remavamo in direzioni contrarie condannandoci a rimare fermi, ruotando su noi stessi. Facendolo ci rinfacciavamo l’un l’altra le ferite che ci eravamo inflitti. Le stesse cose che ci avevano avvicinato, che avevano provato ad unificarci, ci divisero. L’una sull’altra costruirono un muro così spesso che appena fu abbastanza alto da farci sparire alla vista dell’altro le lacrime non poterono abbatterlo. Spostammo i graffi dalle schiene alle nocche, ma l’unico risultato fu quello di dipingere il nostro lato del muro con la nostra pelle ed il nostro sangue. Non si mosse. Non vacillò. Il dipinto che ognuno aveva realizzato dal suo lato ricordava ad entrambi quanto male ci fossimo fatti e quanto bisogno avessimo di voltarci e camminare in direzioni opposte. Come se a quel muro avessimo conficcato un chiodo per tenere ben salde le nostre anime allontanarci da esso fu il dolore più grande delle nostre vite.

Oggi ancora mi torni in mente quando non sono assorto in qualche mio pensiero. Ancora ti odio per il male che mi hai fatto. Ancora ricordo il bruciore dei graffi e il dolore dei morsi. Ancora sento il sapore e l’odore della tua saliva. Oggi non voglio sapere se tu sia felice e neanche se tu sia viva. Oggi non voglio neanche provare a concepire che tu possa avere una vita senza di me. Che tu possa essere quello che non sei stata con me: felice.

Oggi io ti amo ancora.