La liberazione del fallimento: avere trent’anni

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Che belli i 20 anni. Il corpo giovane, il cibo spazzatura, gli amori, le serate con gli amici, l’alcol a fiumi, qualche droga leggera, le notti in bianco, le energie illimitate, la vita spensierata. La vita spensierata. La mela di Biancaneve. Sì, perché è lì che tutto inizia, ma noi presi dal fiume dei nostri eccessi a malapena ricordiamo il nostro indirizzo di casa, figuriamoci se riusciamo a renderci conto di cosa sta succedendo davvero. Come Biancaneve prendiamo la mela che ci viene offerta. Dai, come si fa a non afferrarla: guarda come spicca il suo rosso, guarda come rifrange la luce con la sua superficie perfettamente liscia, guarda quanto cavolo odora di libertà. Siamo grandi adesso, votiamo, il liceo è finito, nessun genitore ci costringe ad un rientro entro la mezzanotte, possiamo andare in giro da soli a fare quel che ci pare e godere del nostro essere ufficialmente adulti. Quanto è saporita questa mela. A differenza del suo veleno che non solo è insapore, ma è anche ad effetto lento. È a 20 anni che cominciamo a tendere l’elastico: l’indice di una mano da una parte, il pollice e l’indice della seconda mano dall’altra. Elastico che ci porterà fino allo scoccare dei trenta.

I Trenta.

Che botta. Solo a dirlo sembra un’enormità. Un essere misterioso che ad un certo punto comincia a proiettare la sua ombra su di noi, sul gioire dei nostri vent’anni, rovinandoci pian piano le giornate. Lasciandoci sempre meno ore di luce. Un po’ come le giornate di fine settembre.

Trent’anni. Qualcosa che non rifarei.

Nonostante possa dirmi più che “Fortunato” nell’ottica di cui stiamo per parlare, anche il mio secondo lustro dei vent’anni ha avuto le sue ombre e anch’io, come molti, l’ho visto inesorabilmente soccombere nel maggio di qualche anno fa.

A 29 anni avevo già un tempo indeterminato full-time con un ruolo di circa responsabilità in una società solida. Il che può sembrare un miracolo nel nostro contesto economico. Ma anche le mele più belle spesso vengono divorate al loro interno da piccoli parassiti. Se all’apparenza poteva sembrare tutto perfetto, osservato, anzi vissuto, da vicino saltavano all’occhio tutte le difficoltà dell’essere novizio in un ruolo da responsabile, nel dover gestire risorse umane ed economiche, spesso senza un supporto da chi già ricopriva il mio stesso ruolo. Insomma, venivo additato come un cazzaro, a volerla dire tutta. Per non parlare della mia vita privata: qualche anno prima ero tornato a casa dei miei genitori dopo una convivenza finita male e dopo qualche tempo ero finito per essere il terzo incomodo in una relazione tra due persone che ancora oggi non mi capacito di come facessero a stare insieme. Per fortuna avevo la mia famiglia su cui potevo contare. Quando non mi prendeva per fallito ed irresponsabile in quanto incapace di capire le mie scelte. Ah sì! Mi ero anche appena laureato e la vita aveva già cominciato a darmi qualche indizio per il futuro a breve termine: mio padre che morirà da lì a qualche anno non aveva potuto assistere alla mia discussione della tesi in quanto impegnato in una seduta di radioterapia. Avrebbe sconfitto il primo dei due tumori, ma non avrà la meglio invece, sul secondo.

In tutto questo cominciavo a tendere il mio elastico, sulle punte delle dita, ogni giorno di più. Qualche amico di Facebook si sposava, qualcuno cominciava a figliare, qualcuno, Dio solo sa come, cominciava a postare foto di posti bellissimi, perennemente soleggiati, tutto l’anno. Uno è diventato persino un giocatore di beach volley professionista. Un giocatore di beach volley, vi rendete conto? Va bè.

“Ma tu quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Ma tutti quegli anelli?”, “E quei tatuaggi?”, “Pensi di mettere la testa a posto?!”, “Hai quasi TRENT’ANNI”.

Trent’anni. Sembrava quasi un’estrema unzione.

E io? Io ascoltavo il monologo iniziale di Trainspotting. Ve lo ricordate? Questo qui:

Ma l’elastico se ne fotteva di quante volte lo ascoltassi ogni giorno. La sua tensione cominciava a farsi sentire comunque. Mentre la fatidica data si avvicinava io cominciavo ad attraversare le mie fasi:

Fase 1. La bacchetta magica. Lo confesso: a volte mi capitava di avere questo pensiero senza senso per cui, magicamente, allo scoccare dei miei trent’anni mi sarei ritrovato sposato con la donna della mia vita, ovviamente già da me ingravidata, in una nostra casa, entrambi con il lavoro della nostra vita. E un cane. Molto Mulino Bianco insomma.

Fase 2. C’è da mettersi sotto. “Le cose non si fanno da sole! Dai Kappa! Daje!” Hai ragione, devo mettere la testa a posto. Trovare una compagna, impegnarmi nel mio lavoro e dare una regolata alla mia vita. Sì, anche mettermi a dieta.

Fase 3. Merda è troppo tardi. Oh cazzo, ma come è successo che ho già 29 anni e 364 giorni? E adesso come cazzo faccio? È difficile anche per me fare tutto in una sera. Avrei dovuto svegliarmi prima, sono un fallito. Avevano ragione.

Poi però succede il miracolo: allo scoccare dei 30 anni nessun messo comunale viene a bussarti alla porta in piena notte per marchiarti a fuoco la parola “FALLITO” in fronte così che tutti possano vederla. Sarà in ritardo? Avrà trovato traffico? Eppure fuori la strada è vuota. Sarà in malattia? È possibile che il comune non abbia un sostituto? Ma che disservizio è questo? Sconcertato e un po’ indignato te ne vai quindi a dormire. Il risveglio dei trenta e un giorno è strano: ti accarezzi la fronte, non si sa mai che il messo sia passato mentre dormivi, ti guardi allo specchio e i capelli bianchi sono li stessi di ieri, idem le rughe e forse hai perso anche qualche grammo per l’agitazione. Timoroso esci di casa e nessuno ti addita come un untore, diffidente percorri il tragitto fino al lavoro e lì non senti l’odore di bruciato che ti aspettavi: nessuno dei tuoi colleghi ha preparato il rogo su cui bruciarti vivo, anzi qualcuno ti fa anche gli auguri. Incredulo arrivi a fine giornata. I giorni successivi vanno ancora meglio. L’elastico che avevi teso per dieci anni è partito. In pieno hai mancato il bersaglio, ma almeno non te lo sei dato in faccia. Tutta l’ansia che avevi accumulato è lì a dirti: “E sticazzi, pace”.

Non c’è altra soluzione. Devo farlo. Devo chiedere un colloquio urgente alla mia coscienza.

L’allarme risuona assordante, la luce rossa intermittente penetra l’oscurità fino a raggiungere la caverna in cui è solita rinchiudersi. “Due coglioni, chissà che cazzo vuole adesso”. Si alza, si pulisce addosso le mani sporche di cioccolata e pizza. “Che vuoi”. Senza neanche il tono interrogativo. Bè, ma scusa, ho trent’anni, sono un fallito, come mai nessuno mi sta perseguitando con fiaccole e forconi? “Fallito de che?! Ma vedi di non rompere i coglioni e torna a giocare ai videogiochi va”. Basito, rimani immobile. Ti guarda, con un cenno ti fa segno di andartene. Incredulo ti giri e cominci a camminare. “Ah, Coso, aspetta n’attimo. È finita la cioccolata. Tocca andare a ricomprarla. O trovare qualcuno che lo faccia per noi. Mo’ vai, levati dal cazzo”.

Con un sorriso ti allontani. Non è successo niente. Ti sei solo fatto le seghe mentali. Per dieci anni.

K0

Lavorare nei rossi: il lavoro domenicale

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“E il settimo giorno Dio si riposò da tutte le opere che aveva portato a termine”. Persino Dio la domenica, per definizione il suo giorno, il giorno del Signore, non lavora. Anzi, si gode le meritate preghiere e adorazioni. Tornano ciclicamente in auge le discussioni sul lavoro domenicale e festivo in genere, se sia giusto, quanto andrebbe retribuito, se e come andrebbe limitato, se porti o meno benefici all’economia e in caso affermativo a discapito di cosa.

Partiamo dalla ratio che sta alla base dell’ufficializzazione di tutto, la ragione per cui ad un certo punto si è voluto investire a livello governativo su questa tematica: l’economia. Per meglio dire: i soldi. Come sempre. Il pensiero che sta alla base della liberalizzazione delle aperture dei negozi è il seguente: se i negozi sono chiusi la gente sta a casa, se la gente sta a casa non spende soldi. Sia mai che riesca a mettere da parte due lire o centesimi che dir si voglia. “Apriamo tutti i negozi sempre!”. Questo vuol dire liberalizzare le giornate di apertura, permettere a chi possiede (attenzione: possiede, non lavora) un negozio di rimanere aperto un giorno in più a settimana. Ovviamente si è lasciata la discrezionalità ai proprietari, non lo si è imposto a livello normativo, a mio avviso una scelta di comodo, una mancata assunzione della responsabilità. Perché dare la possibilità ad un proprietario di aprire un giorno in più significa ottenere un risultato certo senza neanche l’imposizione. E’ un po’ come se foste a dieta e qualcuno vi piazzasse davanti la vostra pizza preferita, non obbligandovi a mangiarla, ma neanche vietandovi di farlo. A questo punto la discussione si scinde in due parti, lungi da me riaprire una battaglia sindacale, che gli Dei mi fulmino, ma subito si è riaperta la partita proprietari vs lavoratori.

Da un lato i proprietari delle attività, dopo aver fatto i propri conti sui costi e i guadagni del rimanere aperti un giorno in più hanno deciso se aprire o meno i propri negozi. Dall’altra parte i lavoratori che si sono ritrovati ad essere messi in turno la domenica e i giorni festivi.

“Si, ma io ti pago di più!”. Vero, chi lavora la domenica ed i giorni rossi del calendario viene retribuito un po’ di più, rispetto a chi non lo fa, ovviamente parliamo solo delle ore effettivamente lavorate nel giorno di festa, non si ottiene la medaglia Pokemon di super lavoratore e quindi la retribuzione maggiorata a fine mese. Non è uno status quo, se lavori nei rossi bene, altrimenti ti attacchi. Ah, dimenticavo, la scelta non è tua.

“Abbiamo creato posti di lavoro!”. Vero, si è aperta qualche posizione, dovendo coprire un orario di apertura maggiore si è reso necessario assumere qualche dipendente in più. Non parlerò qui della situazione contrattuale in Italia, altrimenti non ce la caviamo più. E’ anche vero che si sono andate a scaricare le ore lavorative settimanali visto che essendo data la possibilità alle persone di andare in negozio sette giorni su sette di sicuro qualcuno si è spostato dalle giornate infrasettimanali a quelle festive. Se devo comprare un frullatore vado in negozio una volta sola, non è che ci vado due volte perché la domenica sono aperti.

“Ma noi non vediamo più le nostre famiglie!”. Vero anche questo. La domenica è per tradizione il giorno della famiglia (per chi ne ha una). I bambini sono a casa da scuola e i genitori dal lavoro. Finalmente possiamo stare tutti insieme una volta tanto. Per poi ringraziare il cielo di poter tornare a lavoro lunedì e non dover sentire le scimmie urlatrici e tiratrici di escrementi che abbiamo con fatica e sofferenza partorito e cominciato a crescere.

La verità secondo Kappa. Lavoro da molti, troppi, anni nel terziario e quindi so bene cosa voglia dire lavorare (quasi) ogni domenica, Natale, Capodanno, 25 Aprile, 1° Maggio, 2 Giugno, 15 Agosto etc. E’ assolutamente vero che i turni festivi vengono retribuiti di più, ma posso garantirvi che non è così tanto di più e di sicuro nel lungo periodo il guadagno è ben poca cosa e non fa la differenza, anche perché in fin dei conti le retribuzioni mensili sono sempre quelle. Con l’invecchiare comincia a pesarmi non poter essere a casa, al parco, in giro per il mondo quando tutti gli altri sono liberi soprattutto quando “Gli altri” sono la tua compagna, i tuoi amici e i tuoi parenti. Altra triste verità: nonostante si lavori nei giorni festivi non si hanno a disposizione più giorni di ferie. Ergo, mentre chi ha un lavoro “Tradizionale” ha diritto a 28 giorni (almeno) di ferie non contando i giorni rossi del calendario in cui la sede di lavoro è chiusa e quindi si è di fatto ed obbligatoriamente in ferie, chi si ritrova a lavorare la domenica ha diritto allo stesso numero di giorni di vacanza. Ci sono dei lati positivi ovviamente: hai sempre una scusa per poter balzare gli inviti a cene scomode (anche se di fatto non sei in turno, tanto i tuoi amici e parenti sono a cena, nessuno verrà a controllarti), se hai bisogno di andare in banca, in comune e simili e non lavori in settimana non sei costretto a prenderti qualche ora di permesso per andarci, ma sinceramente non ne vedo altri. Credo sia vero, ma solo in parte, che si siano creati posti di lavoro perché come ho detto prima in alcuni casi le ore lavorative sono state semplicemente spalmate su sette giorni anziché su sei. Lo stesso vale per la questione economica: in alcuni casi ne è valsa la pena, soprattutto per il terziario che offre un intrattenimento grazie al quale chi non lavora può godersi il tempo libero. Non sono del tutto convinto per i negozi di abbigliamento, elettronica e supermercati in genere. Se devo comprare una scarpa, un frullatore e una banana che io ci vada di lunedì o di domenica non penso mi faccia comprare e quindi spendere di più. Un punto invece, è a mio avviso indiscutibilmente a favore dell’apertura domenicale: il turismo. E’ davvero brutto, vi parlo per esperienza personale, arrivare in una città e trovare i negozi chiusi (soprattutto quando dimentichi ogni volta di mettere qualcosa in valigia), ma questo vale anche e soprattutto per i musei e simili, in questo caso è davvero nocivo sia per l’immagine che per l’economia del Paese trovare le serrande abbassate. Nonostante ciò, molti musei, anche quelli delle città più importanti, hanno ancora dei giorni di chiusura al pubblico. Ad ogni modo le statistiche (che poi è quello che importa agli economisti), almeno quelle di cui ho letto io, sono a favore dell’apertura dei negozi, economicamente funziona. We did it.

Ora io vi chiedo: siamo sicuri che puntare ai soldi, allo spendere di più per far muovere l’economia sia meglio che invece investire nel risparmio per un avvenire e soprattutto allo stare con i propri cari che oggi ci sono e domani non sappiamo?

#priorità

K0