Libera interpretazione di un’opera

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NIGREDO:

“Ciao. So che non dovrei essere qui. Non serve che tu me lo ripeta di nuovo. Le tue parole ancora rimbombano nella mia testa come un insopportabile eco: ‘Vattene, non devi più venire qui. Vattene, non puoi più stare qui. Vattene!’. Sono sempre lì, giorno e notte, come un disco rotto il giorno del mio compleanno. Non preoccuparti, sono qui solo per riprendermi ciò che è mio, poi me ne andrò. Per sempre. Dov’è? Lo tieni ancora con te o è già finito nella tua adorata collezione? Allora?! Lo hai con te o no?! Ha già dovuto cedere il posto ad uno nuovo? Certo, sarà di sicuro così. Ti conosco! Lo vedo. Lasciami passare, lo vedo! Togliti di torno. Non toccarmi!

Guarda: batte ancora. Nonostante tutto. Che stupido. Come la sua proprietaria. Povero ingenuo, nonostante le ferite ancora ti ostini a battere per chi non ti vuole più con lui. Sei proprio un cretino. Non preoccuparti, ti terrò con me. Cuciremo insieme gli strappi e non ti affiderò più a nessun altro. Saremo solo io e te fino a quando non cesseremo di vivere entrambi. Speriamo accada presto.

Sì, me ne vado, me ne vado. La smetto di tediarti con i miei drammi. Tanto non ti interessa. Almeno, non più. Chissà poi se te ne è mai importato nulla o se hai solo voluto consumarci sino all’ultimo battito. Mi dispiace sia andata così. Scusami. Ora vado.

Ma scusami un bel nulla! Ci hai abbandonato, ci hai tradito. Ti abbiamo dato tutto e ciò che abbiamo ricevuto in cambio è finire per terra nell’angolo del pavimento zozzo di camera tua! Non meriti nulla! Neanche l’aria che respiri! Come hai potuto!? Come cazzo hai potuto farci questo!? Forse non eravamo abbastanza per te?! Ma chi cazzo credi di essere! Vaffanculo!”

RUBEDO:

“Ciao! Mi chiamo, bè non è importante come mi chiamo. Non più di tanto almeno. E tu? So che ci siamo appena conosciuti, ma i tuoi occhi mi piacciono. Mi trasmettono fiducia ed io ho proprio voglia di tornare a fidarmi di qualcuno. Potrò sembrarti pazza, ma…vuoi prendertene cura? Almeno per un po’. Bè di lui e di me, ovviamente. Siamo un pacchetto completo, nessuno sconto! Sono stanca di doverci badare da sola. Straripo dalla voglia di farmi cullare, di sentirmi al sicuro in un tiepido calore. Puoi farlo tu? Mi piacciono le tue mani, sono così grandi. Chissà come sapresti tenerci al riparo nelle fredde notti d’inverno e in quanti posti riusciresti a trascinarci nei caldi giorni d’estate. Voglio andare al mare! Ci porti? Bè non subito, eh. Non sono una che si lancia in cose folli. Ma tu mi piaci. Davvero. Sì, sì, ho capito che ci conosciamo appena e che non sai nemmeno il mio nome. Ma che importanza può avere un nome quando si parla di cuori? Di vite? Nessuna! Potresti anche chiamarti con un nome impronunciabile, ma so che potrei amarti lo stesso e di certo tu non potresti evitare di ricambiare! Ti chiamerò Gino, per semplificare. Così evitiamo la questione dell’impronunciabilità. È un sorriso quello? Oh, finalmente! Ce n’è voluto di tempo!

Sai sotto questo apparente entusiasmo sono una timidona. Diciamo che l’alcol mi sta aiutando parecchio! Davvero non mi importa come ti chiami. Né che lavoro fai, da dove vieni o dove vivi. Mi auguro solo tu non segua il calcio. Scusami, ma quando sono nervosa non ce la faccio proprio a rimanere seria. È solo che vorrei darlo a te. Sì, proprio a te e non chiedermi il perché. Non saprei darti risposta. Allora? Vuoi prendertene cura tu? Voglio solo appoggiarlo vicino al tuo e sentirli battere all’unisono. Non ti chiedo nulla di più. Posso?

Abbracciami.”

L’immagine, quella doppiamente interpretata per intenderci, è di Bianca. Trovate altri suoi lavori sul suo profilo instagram.

K0

Il dilemma della pecora intelligente

Immagine di @Bianca_e_i_suoi_colori

È rosso. Quella stramaledetta luce ci inchioda al marciapiede. D’un tratto il cervello, accortosi dell’assenza di movimento, riemerge dai pensieri nel quale si era placidamente immerso cullato dall’andatura regolare dell’abitudinario percorso verso l’ufficio. Scocciato: “Bè che succede? Perché non ci stiamo muovendo?”. ‘È rosso’. Una rapida occhiata a sinistra, una a destra (non si sa mai). “Ma non c’è nessuno! Andiamo!”. ‘È rosso’. “Per carità saranno sì e no tre metri!”. ‘È rosso’. Altri si affiancano, anch’essi paralizzati dalla calda luce. Uno scambio di sguardi, quasi a chiedere il da farsi, ma nulla. Tutto tace in un condiviso e consensuale immobilismo. Lunghi attimi. All’improvviso un folle, ma coraggioso individuo si fa avanti tra la folla e dopo qualche istante di esitazione, spinto da chissà quale nobile proposito o missione, attraversa. L’ammirazione per colui che ha infranto le regole sociali (e stradali) che ci soggiogavano ci pervade e prende il sopravvento: tutti decidiamo di seguirlo in questa sua crociata verso la libertà. Impavidi percorriamo la distanza maledetta da quella luce infernale. Con un brivido che ci corre lungo la schiena raggiungiamo l’altra sponda. In quel preciso istante scatta il verde. Ovviamente.

Ero in aeroporto con la mia compagna, stavamo mestamente aspettando l’arrivo del nostro aereo per poter rientrare a Milano dalle ferie. Lei, più giovane e tecnologica, brandendo il suo preziosissimo smartphone mi avvisa che l’applicazione della compagnia segnala un ritardo di quasi un’ora. Mi scorgo verso il monitor sopra il nostro gate, ma nulla. Malfidente cerco di capire dal mio telefono quale magia abbia compiuto per prevedere il ritardo, ma evidentemente non sono più poi così tanto giovane, né al passo coi tempi. Le chiedo di farmi vedere il suo schermo magico, giusto per essere sicuro che, non so, magari abbiamo dimenticato come si legge o l’ordine dei numeri, non si sa mai. E’ sempre meglio controllare con i propri occhi, mi dico. Effettivamente quanto da lei millantato coincideva al vero, nessuna svista. Mi ero preventivamente detto che la tecnologia non sbaglia e che quindi avrei dovuto credere a qualunque cosa avessi letto. Finiamo di prendere il nostro caffè seduti al tavolino del bar adiacente all’ingresso dell’imbarco, ma visto il previsto ritardo, non ci alziamo. A quanto pare però gli altri passeggeri, o almeno la gran parte di loro, non erano assidui utilizzatori di app di compagnie aeree, né accompagnati da una giovine maga esperta in tecnologia, decidono di mettersi in coda. È a questo punto che vengo assalito dal dilemma della pecora intelligente. Ve lo illustro: le pecore sono rinomate per il loro muoversi in gregge, non sono gli unici animali a muoversi in gruppo, ma non si sa bene per quale motivo, se si pensa ad un animale i cui esemplari tendono a muoversi in massa si pensa subito ad un gregge di pecore. Viceversa se si pensa ad un animale intelligente di sicuro non si va a pescare come prima scelta l’ovino. Per questo motivo una pecora intelligente dovrebbe spiccare tra le altre, differenziandosi per quanto possibile. Il mio informatore di fiducia mi aveva comunicato di aver visto nella sua sfera di cristallo piena di microchip che il mio aeromobile sarebbe giunto molto in ritardo. Il mio cervello aveva elaborato l’informazione con su semplice “Va bè sticazzi, stiamocene seduti a mangiare mentre io mi faccio i fatti miei”. Eppure, nonostante tutto conducesse alla logica scelta di non bruciare mezza caloria in più del necessario per stare anche solo un secondo più del dovuto in piedi, lui era lì. Piano piano si faceva largo in me, sempre più forte, sempre più invadente, ormai aveva raggiunto persino le gambe che quasi fremevano dalla voglia di lavorare (per la prima volta nella loro vita). Lui era lì e gridava ‘Andiamo! Andiamo! Andiamo! Vanno tutti! Andiamo!’. L’istinto del gregge. L’implacabile ed instancabile istinto del gregge. Cominciò quindi una lotta epica tra il mio cervello, forte dell’alleanza con la mia pigrizia, che mi voleva saldamente spalmato sulla sedia del bar, e quella vocina dentro di me che ora gridava a più non posso. Ad ogni persona che si aggiungeva alla coda il mio cervello subiva un duro colpo, mentre il mio istinto rinasceva pieno di rinnovata energia. Inutile dire che la lotta fu breve. Presto cedetti e mi misi in coda trascinando con me la mia veggente tecnologica e il suo dissenso.

Una volta in coda la razionalità tornò a recuperare energie. Ad ogni minuto speso in coda corrispondeva un “Te lo avevo detto” da parte del mio cervello. Ma fu tutto vano. Il mio istinto aveva raggiunto la pace dei sensi e nulla riusciva più a tangerlo. Rimanemmo in coda e aspettammo. Non potendo brucare, ci limitavamo a belare.

Gli esseri umani sono così. Possiamo farci poco, quando siamo circondati da nostri simili tendiamo ad avvicinarci più agli ovini che alle scimmie. Perché lo so che tu ora sei lì a credermi un deficiente, ma fermati un attimo e dimmi: non ti è mai capitato di trovare un casello vuoto e uno con delle macchine in coda e quindi di accodarti in quello pieno anziché in quello vuoto non si sa bene per quale motivo? Non ti è mai capitato, mentre guidi distrattamente di ritrovarti dietro ad una macchina parcheggiata in seconda fila in attesa che svoltasse? O in una fitta nebbia di seguire le luci della macchina di fronte a te pur non sapendo se la tua e la sua meta coincidessero? O semplicemente di fare una scelta piuttosto che un’altra solo perché “Così fan tutti”?

Se così fosse prendi pure posto qui vicino a me. In caso contrario candidati come pastore.

Bèèèèè.

P.S. l’immagine in testa è stata realizzata appositamente per questo post da Bianca che ringrazio. Appena avete qualche minuto tra una brucata e una belata prendete la vostra sfera di pixels da mille euro e visitate il suo profilo:

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