Che dire.

Che dire. Di sicuro siamo andati avanti. Tornare indietro questa volta proprio non si poteva. Probabilmente non si poteva neanche fare peggio. Eppure. Sì, lo so. La mia punteggiatura non ti piace. Non avresti messo né quel punto né quella virgola. Non ti è mai piaciuta. Dicevamo? Ah, sì, eppure. Eppure, mi sembra di aver perso qualcosa. Perso, non nel senso di smarrito, intendiamoci. A ritrovare tutto quello che smarrisco ogni giorno ci ho perso la speranza. Vedi? Ho perso anche quella. Intendo perso nel senso di mancato. Anche mancato è brutto. Si avvicina, ma non è quello. Sembra quasi una freccia che non centra il bersaglio. Sì, ok, veloce è stato veloce, ma non mi è parsa una freccia. Lasciamo Cupido e gli arcieri ai propri posti di combattimento. In realtà dubito che possano uscire di casa vista la pandemia. Ad ogni modo. Sfiorato? Si avvicina, ma ancora non ci siamo. Scivolato? Può darsi. Riesci ancora a seguire i miei pensieri? Concentrazione. Scivolato in parte rende l’idea. Due realtà che si toccano e si conoscono, ma che poi scivolano in direzioni parallele, ma lontane. Intoccabili e invisibili l’una all’altra. Sai cosa sono parallele? Le celle. Almeno così le immagino. Tante piccole stanzine grigie con una parete di sbarre metalliche, una di fianco all’altra. Geometriche in un luogo a sua volta geometrico. Inspira, lentamente. Espira. La senti? Ah, che magnifica prigione la normalità. Sai cosa può fare una prigione? Contenere. E sai cosa non può fare? Contenere. Degli stadi in cui si presenta la materia fisica può trattenerne solo uno: il fisico. Uno su tre (su quattro se includiamo il plasma), non mi pare un grande risultato. Anzi, forse anche in questo caso non si poteva far di peggio. Come stai? Vedo i tuoi post di tanto in tanto. Non li cerco, intendiamoci. Compaiono sullo schermo annoiato del mio telefono. Eccesso di tempo libero immagino. Ad ogni modo. Sei felice come sembra? Sembri felice? Ti basta davvero? Perso-mancato-sfiorato-scivolato. Dicevo, non credo sia sbagliato, però. Maledetto però. Ti porta sempre lì lì per saltare e poi ti abbandona spaesato a te stesso. Come sono arrivato qui? Che stavo facendo? Però, forse, in un universo parallelo. Signor regista non possiamo vedere anche le scene tagliate? Il finale alternativo? Uno spoiler almeno?

Io? Sto bene. Bè a volte mi viene da starnutire, ma riesco a trattenerlo, la maggior parte delle volte almeno. Le altre semplicemente vengo additato quasi fossi un’arma batteriologica. Ci sta. Sempre meglio del rogo. Sto divagando dici? Ah. Non lo so, direi di sì. Sono successe tante cose e onestamente non ho ancora trovato il dizionario con la definizione di felicità più giusta per me. Aspetto le prossime pubblicazioni in edicola. Ma non mi fregano. Compro solo le uscite fino alla F e poi mi fermo. Non posso dilapidare i miei risparmi in gioia, imbarazzo, malinconia, nostalgia, pudore, tristezza e vergogna. Zizzania, non dimentichiamo zizzania. Scendo alla felicità. Se la trovo. Probabilmente l’ho appoggiata da qualche parte. Ci vorrebbe un’app. “Trova la tua felicità” per ios e android. Gli altri s’inculassero. “Scusi, ma il mio Huawei supporta l’app per la felicità?” “No, signora, ma chieda al mio collega le indicazioni per la cesta delle corde per impiccarsi, quelle funzionano per tutti”.

In questo momento o stai ridendo o sei terribilmente incazzata. Le mezze misure mai. Non sarai mica brava solo tu. Forse fingi indifferenza. Sì, ti ci vedo con la tua area naturalmente snob e superiore alla media. Sì, lo so. Non ho risposto. Pace.

K0

Nihil Ego (Sum)

Io sono niente.

Ripetilo di nuovo, sentilo rimbombare nella tua testa, ascoltati:

io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Lo senti quel principio di panico? Quella che pian piano inconsciamente passa dall’essere paura ad essere libertà?

In una società retta dal principio di non contraddizione (qui la definizione) per cui una cosa è una cosa solo perché non è un’altra, assumersi la responsabilità di identificarsi con il niente è quanto meno spiazzante. Fin da bambino ci insegnano che un cane è un cane anche perché, oltre ad abbiare, non è un gatto, né un cavallo, né un elefante e così via. Ci inculcano che ogni cosa a questo mondo ha un suo opposto: il bene e il male, il salato e il dolce, il bianco e il nero. Così è facile sapere dove mettere le cose, compresi noi stessi. È semplice, lo sappiamo tutti che il nero va posizionato all’opposto del bianco, lungo un’immaginaria linea retta esattamente nel punto più lontano possibile. È facile anche per i bagni: pisello-maschio, non pisello-femmina. Anche se ultimamente le cose si sono un po’ complicate.

In una società in cui tutto ha un posto logicamente assegnato e dunque in cui tutto è facilmente collocabile non fa differenza riordinare la propria camera o la propria testa, ma dire che qualcosa è niente è un bel guaio. “E questo niente dove lo metto adesso? Vicino ai libri? O ai fiori? E di che colore è il niente? Senti, lo lascio qui sul pavimento, in un angolo, tanto non mi vede nessuno. Ma se qualcuno ci inciampa e si fa male? Che casino. E adesso?”. Figuriamoci poi se quel “Niente” è una persona. “Ciao Mamma, lui, bè lei, bè questo…insomma ti presento Niente”. È quasi la storia del ciclope di Ulisse. La situazione degenera poi se quel signor Niente siamo noi: “Come Niente?! Aspetta un attimo! Oh, ‘Niente’ a chi?? Io sono un sacco di cose, sono questo e sono quello e poi nel tempo libero sono anche quell’altro! Vedi?! Non sono mica niente io!”. Che sollievo.

La nostra prigione di etichette è quanto meno rassicurante. Ogni cosa ha il suo posto, il suo proprietario, il suo nome. Anche per le persone è così: lei è Cinzia, è la mia fidanzata.

Lei. Cinzia. Mia. Fidanzata.

Che nella vostra mente abbiate letto queste ultime quattro parole con tono asettico e logico o con la voce di uno scimmiesco uomo delle caverne poco importa. Il ragionamento rimane comunque primitivo, poco verosimile, stretto.

Indipendentemente dal numero di etichette che ci appicchiamo addosso ogni giorno della nostra vita, davanti alla semplice frase “Io sono niente” ci troviamo comunque a disagio.

Cozza contro ogni nostra logica, ma non è solo questo. Quelle semplici parole in qualche modo riescono a metterci davanti alla verità, davanti ad un’infinita potenzialità.

È vero che essere “Qualcosa” è rassicurante, ci aiuta a capire chi siamo e cosa dobbiamo fare, ma ricordate che nella società che ci siamo costruiti attorno se siamo una cosa non possiamo esserne un’altra, quanto meno non possiamo essere il suo opposto. Questo può andarci bene nella vita di tutti i giorni, quando non abbiamo tempo di fermarci a riflettere perché tra un caffè, una riunione, il preparare la cena e il nuovo episodio della nostra serie tv preferita è già ora di andare a dormire. Chiudete gli occhi.

Io sono niente.

Lo sentite quanto non vi basta più essere qualcosa? Riuscite a sentire quanto è pieno quel “Niente”, quanta energia ha in sé? Solo il niente può essere tutto, proprio perché non è niente. Non cercate di analizzarlo logicamente, non vi serve. Sentite dentro di voi quella sensazione? Come se tutti i piccoli tasselli che vi compongono si stessero muovendo dentro di voi in maniera autonoma per ricollocarsi ognuno al suo vero posto. Come se qualcuno vi avesse svelato la soluzione di un enigma che vi ha torturato per anni e la cui risposta era in realtà così semplice. Vi siete accorti di quel piccolo sorriso che avete fatto?

Io sono niente.

Quindi sono tutto, pur essendo nulla.

Posso essere tutto.

È un’inspiegabile sensazione di calore interiore, di pace, di fiducia. Tutto è al proprio posto.

Io sono niente ed è spaventoso e meraviglioso allo stesso istante.

Io sono niente e non ho bisogno che sia diverso da così perché questo sono io.

Io sono niente.

K0

La gente sui mezzi pubblici

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Allora Kappa, come ti ho già più volte detto, non puoi cominciare a parlare di un soggetto senza collocarlo in un ambiente. E’ come iniziare un discorso a metà. Un film non parte mai con un leone che corre, anche perché sarebbe impossibile, deve necessariamente trovarsi da qualche parte, no? Sarebbe impossibile collocarlo in un vuoto assoluto. Anche perché, poraccio, ci schiatterebbe senz’aria. Si scorge l’orizzonte, le vibrazioni dell’aria che trema a causa del calore che si alza dal suolo, una grande distesa e infine l’inquadratura stringe sul felino. E’ facile, no?

Sì, sì, ce l’ho. Chiudi gli occhi e immagina, ricorda. Ah se chiudi gli occhi non leggi, giusto. Bè non chiuderli allora.

Milano, è un tardo pomeriggio di un giovedì qualsiasi, di una settimana qualsiasi, di un anno qualsiasi. Un giorno a caso insomma. Centro città, sono le 18:00 quando, come per un accordo inciso nell’intimo dell’animo umano sin dai tempi antichi, dall’origine delle origini,  ogni impiegato d’ufficio, mamma, bambino, anziano, muratore bergamasco, membro di un circo che non è mai esistito prima di quel momento, donna di mezza età che ha appena acquistato l’intera Rinascente facendosela riporre in diecimila comodi sacchetti semirigidi, compagnia di preadolescenti ululanti ed in calore e pure la coppia di Leocorni che finalmente si è capito dove minchia stava, decide di riversarsi per le strade. Tutti, come uno stormo di uccelli migratori di un’unica specie, dopo aver sentito il richiamo delle sei del pomeriggio dettato dai rintocchi del proprio orologio biologico sanno dove andare. Nessuna legge fisica, sociologica o zoologica, è ancora riuscita a spiegarsi perché tutto ciò accada, ma loro sanno dove andare. Come tante gocce d’acqua si riuniscono incanalandosi per i corsi del centro storico, come un fiume, cominciano a scorrere nella vallata che li condurrà alla loro meta finale: il tuo tram, autobus o metropolitana. Non importa quale sceglierai per tornare a casa, prima ancora che tu abbia mosso i primi passi, prima ancora che il tuo stesso cervello si sia posto il quesito, loro leggono il tuo subconscio a distanza, preparandosi ad abbandonare tutto ciò che stavano facendo sino ad allora per seguirti. Il loro istinto li guida da te. Loro sono qui, vicino a te, troppo vicino a te, sono qui per privarti della possibilità di goderti il momento in cui finalmente realizzi di stare tornando a casa dall’amore della tua vita: il tuo pigiama. Ti seguono, ti precedono e ti aspettano, fino a quel momento in cui realizzi che ormai per te è troppo tardi, come una gazzella oramai esausta, capisci che il tuo momento è arrivato. Stanno salendo con te. Tutti.

Mentre preghi che l’aria condizionata inizi a funzionare, non tanto per stare al fresco, quello è impossibile, ma almeno per avere una parvenza di ricambio d’aria, una speranza che il tuo ritorno a casa non risulti essere più simile ad una deportazione, ti guardi attorno. Altro non puoi fare. Lo spazio vitale è così ridotto che anche solo pensare di poter tirare fuori il telefono dalla tasca per guardare casi umani su Instagram pare essere un’utopia. Ma d’altra parte non ti serve andare sui social quando davanti a te hai uno zoo. Quando ci sei in mezzo.

Da molti anni a questa parte lavoro in centro a Milano e nel corso dei vari esodi di cui sono stato partecipe ho osservato, analizzato, catalogato e ovviamente disprezzato, le varie tipologie di “Homo-rincasantes”. Con mia somma gioia, oggi voglio condividere con voi i miei studi.

  • La mamma con il passeggino. Alcuni regolamenti, tra cui quello del reciproco rispetto (ma anche quello della maggioranza dei mezzi pubblici, eh), prevedono che i passeggini vengano chiusi e il bambino preso in braccio. Capisco che se tieni tuo figlio in passeggino fino a dieci anni, ma alcune mamme anche fino alla prima laurea del pargolo, possa essere difficile per te tenere in braccio un simile peso. Però a quel punto immagino che abbia almeno imparato a stare in piedi, no? Niente, non ho mai visto una persona chiudere un passeggino. O forse non si chiudono affatto? Ti entrano negli stinchi come il più agguerrito dei difensori alla sua ultima finale di mondiale, incuranti dei diritti umani degli sfortunati che hanno attorno e ovviamente l’idea di chiedere almeno scusa non rientra minimamente tra le loro premure. Tra l’altro non so se avete notato come negli ultimi anni i passeggini tendano ad essere simili nelle dimensioni a delle monovolumi. Cosa che mi fa pensare: è davvero un cucciolo d’uomo quello che ti porti in giro o stai allevando un maialino?
  • Per la categoria mezzi sui mezzi pubblici non poteva non essere nominato lui: l’uomo con la bicicletta. Ma io dico, non ti sfiora minimamente l’idea che nel portare un mezzo di trasporto su un altro ci sia qualcosa di sbagliato? E poi, se hai comprato, trovato, rubato una bicicletta, non puoi usare quella per tornare a casa al posto di prendere parte a questa simulazione ben riuscita di sardine in scatola?
  • Le mamme con bambini. Tu hai voluto portare avanti la specie umana, non ti chiedo quale malsana idea ti abbia spinto a farlo, è stata una tua scelta e non è questo il momento di sindacarla. Però ti chiedo, se è difficile notare le differenze tra il tuo pargolo e un diavolo della Tasmania alimentato fin dalla nascita solo con droghe eccitanti, non è il caso di sgridarlo? Schiaffeggiarlo? Sedarlo? Rinchiuderlo in un labirinto? Venderlo per denaro ad un circo? Iscriverlo ad una corsa di cavalli? Perché se il tuo bambino se ne va in giro per tutto il tram urlando, frignando, arrampicandosi e correndo, un po’ il cazzo lo rompe eh;
  • La gente al telefono. Capisco, poco, la tua voglia di condividere con chi ti sta accanto la tua giornata ed i tuoi problemi, però magari non interessa esattamente a tutti e purtroppo qualcuno potrebbe non avere le cuffie. Ci sono i social per questo. CHE CAZZO GRIDI AL CELLULARE. Ma poi come fanno a sentirti dall’altro capo della linea? Qual è il segreto? Quando malauguratamente ho bisogno di fare una telefonata mentre sono in viaggio è un continuo “Cosa? Non ti sento! Che hai detto? Non capisco, sento solo il rumore delle rotaie!”;
  • Chi non si accorge di dover scendere. Io non so come viva la gente. Ogni volta che prendo un mezzo pubblico, nuovo o abituale che sia il tragitto, ho sempre l’ansia di perdere la fermata e di dover scendere a quella successiva, sarà che mi è successo svariate volte vista la mia capacità di concentrazione pari a quella di una farfalla. Cerco quindi di avvicinarmi alle porte man mano che la mia fermata si avvicina, così da non dover arrivare a spodestare la regina d’Inghilterra per dover scendere in fretta e furia. Invece no, loro sono lì, placidi, rivolti al loro cellulare o immersi in chissà quale pensiero, esattamente nel punto del vagone più lontano dalla porta con davanti a loro un numero di persone pari a tutta la popolazione del continente asiatico fino a quando non si aprono le porte. In quel momento qualcosa folgora il loro cervello, il lampo che ha ridato vita al cadavere di Frankenstein attraversa l’interezza del loro corpo, la scintilla della vita. Improvvisamente nulla ha più importanza, ogni giorno un imbecille si sveglia e sa che dovrà correre più veloce della chiusura delle porte. Ogni giorno le porte della metro si animano e sanno che dovranno chiudersi più velocemente dell’imbecille, ma non tanto più velocemente, altrimenti non potranno tagliarlo in due metà esatte. Ma lui corre, corre che neanche Bolt alle olimpiadi, come un vichingo si fa strada tra orde di nemici, schiere e schiere di eserciti avversari, scavalcando e calpestando, brandendo la sua leggendaria spada chiamata “Scusi devo scendere”. Scusi un cazzo, non ti potevi svegliare prima? A volte si salvano, a volte il karma si ricorda di loro e li vedi spiaccicarsi contro le porte e provare a far finta di nulla.
  • La gente davanti alle uscite. Dio si è ricordato di te. Oggi è l’anniversario della prima sofferenza che ti ha inflitto e per celebrarlo decide di farti un regalo: l’autobus è semivuoto. O più semplicemente hai preso mezz’ora di permesso da lavoro per evitare di dover essere vittima del supplizio del rientro anche oggi. Ma la vita è bastarda, ricordalo sempre. Non importa quanto tu possa impegnarti per fuggire alla tua sfiga, lei sa dove stai andando ed è più veloce di te, quindi ti aspetta lì. Un vecchio proverbio, africano mi pare, recita: “Il destino ti attende sulla strada che hai scelto per evitarlo”, ecco, rende l’idea. Vedi arrivare il tuo autobus, con tutto quello spazio vitale a disposizione, ma mentre cerchi di nascondere la lacrima di gioia che scende dal tuo occhio destro, arriva la disillusione: davanti ad ogni porta c’è un gruppo di due-tre persone ferme. “Staranno per scendere” provi ad illuderti mentre il bus rallenta per fermarsi. Invece no. Li vedi, fermi, statuari. Demoni inviati direttamente da Lucifero per opporsi fisicamente al tuo cammino verso la tua pigiama-felicità. Puoi nettamente leggere il marchio della Bestia sulla loro fronte, ma hai lasciato il kit per l’esorcismo nell’armadietto a lavoro e quindi non ti rimane che chiedere permesso. Purtroppo però loro non parlano la tua lingua, hanno le cuffie, ti ignorano o sono manichini di H&M. Non si sa perché, ma ogni volta che devi salire sull’autobus lo stronzo davanti alla porta non deve scendere e non si sposta, quasi volesse farsi baluardo a difesa del suo territorio, così tu, pregando che non abbia anche fatto pipì sull’angolo per tenere lontani gli altri maschi, sei costretto a ricorrere agli insegnamenti zen per non insultargli le ultime cinque generazioni e a quelli del corso di arrampicata che hai fatto nel ’95 per scavalcarlo.
  • “Scende?”. No, mi ha mandato qui Satana per ostacolare il cammino verso il pigiama di quello lì, lo vede? Quello sfigato sotto la pioggia. Ero sul tram qualche giorno fa, mi si avvicina una coppia di signori anziani e mi pongono la fatidica domanda: “Scende?”. Ho già smesso da qualche anno di essere turbato dal fatto che mi venga dato del lei, una parte di me prega sempre sia per rispetto e non per vecchiaia. Illuso. Ad ogni modo rispondo con un semplice “Sì” e accenno un sorriso. Ero in prossimità delle porte, ma evidentemente mi sono espresso in aramaico antico oppure in qualche lingua “Sì” vuol dire no, perché entrambi mi hanno scavalcato per mettersi davanti a me. Oppure erano messi satanici anche loro? Non ci avevo pensato fino ad ora. Poi ci sono quelli che ti chiedono se scendi, ma una volta sceso li vedi rimanere sul tram e ti chiedi se semplicemente volessero farsi i fatti tuoi o siano spie della CIA che complotta per tenere lontani le persone dai loro pigiami e i loro letti. Al momento non ho certezze di quest’ultima tesi, ma sto raccogliendo prove a riguardo per cui nel caso abbiate anche voi qualcosa fatemi sapere.

 

Mi auguro per voi che non abbiate letto questo post dalla versione mobile di wordpress, che non stiate tornando a casa proprio in questo momento. Io sono in pigiama. Ce l’ho fatta, l’ho raggiunto, sappiate che c’è speranza, non mollate mai.

Buon rientro.

 

K0