Sogno I

dal web.

Non vedo nulla. Ho gli occhi chiusi. Provo ad aprirli, ma mi fanno male.

C’è troppa luce.

Un tramonto di un inizio settembre mi rende quasi cieco. Un po’ per volta mi sforzo di abituarmi a tutta quella luce arancione. Ho la sensazione di essere appena nato. Dopo qualche attimo interminabile comincio ad intravedere delle sagome nere. Sono persone. Sembrano non patire tutta quella luce. Stanno in piedi di fronte a me e interagiscono tra loro. Le figure si fanno pian piano più nitide. Riconosco alcune voci. La mamma e il papà di Fabio e Riccardo. Da qualche parte ci saranno anche loro, penso. Non li vedo e non sento le loro voci, ma so che ci sono. Saranno semplicemente molto stanchi, come me. Abbiamo giocato insieme tutto il pomeriggio. Sento la voce di mia madre e la presenza della mia sorellina. Gli adulti chiaccherano tra loro, mentre alcuni estranei si fanno strada attraverso il gruppo per raggiungere le proprie macchine. Comincia a fare fresco. Non ho potuto fare il bagno oggi, faceva troppo freddo e c’era troppo corrente. Non che sia mai stato semplice bagnarsi in quel fiume. Ho sempre fatto fatica a non farmi trascinare via dalla corrente, ma l’acqua gelida mi piace molto.

E’ stata una bella giornata, sto bene. Giocare vicino a quell’albero è stato bellissimo.

Il mio gioco!

L’ho dimenticato, come ho potuto. L’ho pure costruito io! “Mamma ho dimenticato il gioco! Devo andare a prenderlo!”. Mi sente, ma non mi da retta. E’ troppo presa nella conversazione con la mamma dei miei amici. “Il gioco! L’ho lasciato all’albero!”. Niente, mi fa segno di aspettare e di non interrompere.

Non posso lasciarlo lì. E’ mio. L’ho fatto io!

Nessuno mi da retta. Devo andare a riprenderlo. Mi volto e comincio a correre nella direzione da cui siamo venuti. Non posso sbagliare: c’è solo una lunga strada dritta che corre lungo il fianco del fiume. Devo fare in fretta, non si sono accorti che me ne sono andato. C’è il rischio che se ne vadano senza di me! Corro a più non posso. Sento i piccoli sassi smuoversi sotto i miei piedi. L’aria fredda sulla pelle delle mie braccia sudate. E’ quasi buio. Devo fare in fretta.

Mi brucia il torace. Quanto manca? Ho superato il punto? Impossibile, avrei visto l’albero con le sue radici scoperte. La strada sembrava più corta. E’ sempre più buio. Il sole tramonta velocemente e gli alberi che costeggiano il fiume coprono buona parte della luce.

Cosa sto andando a riprendere? Il mio gioco, sì, ma com’era fatto? Ricordo di averlo fatto io, ma l’ansia e il fiatone sembrano bloccarmi la memoria, non mi viene in mente altro per quanto mi sforzi di ricordare. Pazienza, appena lo vedrò mi ricorderò. E’ il mio gioco. L’ho fatto io. Mi rassicuro.

 L’albero! Le radici! Ci siamo!

Riconosco il posto. Una volta raggiunto il punto mi piego appoggiando le mani sulle mie ginocchia. Sono sfinito. Sto morendo di caldo, ma l’aria gelida punge la mia pelle madida. Cosa sto cercando? Com’era fatto? Mi lasceranno qui. Nessuno sa che sono tornato indietro. Non si accorgeranno di me. Devo fare in fretta. Cos’era? Cosa avevo usato per costruirlo? Vedo l’erba appiattita dove poco prima giacevano i nostri teli, cerco tra le radici del grande albero, sul ciglio della strada sterrata, vicino al piccolo strapiombo che si affaccia sul fiume. Niente, niente, niente. Mi lasceranno qui. Lo so. Devo muovermi. Ma non lo trovo! Non so cosa cercare! Ho fatto così tanta strada e la stessa mi rimane per tornare indietro! Per cosa?! Non ricordo. Non ricordo. Non ricordo. Eppure l’ho tenuto in mano per ore. Ma come è possibile?! Non posso. Non posso. Non posso fermarmi di più. Mi lasceranno qui! Devo tornare indietro. Sono combattuto, ma non ho scelta. E’ ancora più buio. Mi staranno cercando. Saranno preoccupati. Mi sgrideranno! Che figura che farò davanti ai miei amici. Devo fare in fretta. Sento la maglietta bagnata di sudore incollarsi al mio torace prima di lanciarsi verso il mio giubbotto gillet con la zip allacciata fino al collo. Fa freddo e non posso slacciarlo. Così mi hanno insegnato. Ho caldissimo, ma non posso fermarmi. Cerco di evitare i sassi più grossi per evitare di farmi male alle caviglie, ma non sempre ci riesco. Non ho più fiato. Non ce la faccio. Andranno via senza di me. E’ passato un sacco di tempo. Non li troverò più. Come il mio gioco. Non avrò né la mia famiglia né il mio gioco. Rimarrò qui al buio da solo fino a chissà quando. Forse una volta a casa si accorgeranno della mia assenza. Sì, di sicuro quando dovremo scendere dalla macchina e io non ci sarò torneranno a prendermi. E se non se ne accorgessero? Devo fare in fretta. Mi lasceranno qui. La strada sembra non finire mai. Di sicuro questa volta è ancora più lunga. Non farò mai in tempo.

Comincio a scorgere le prime macchine. Sono sollevato, ma anche preoccupato. Tra poco scoprirò se sono andati via senza di me. Se sono ancora lì saranno preoccupatissimi. Mia madre mi sgriderà davanti a Fabio. Che figuraccia. Speriamo non lo racconti a nessuno. Vorrei sotterrarmi.

Sono arrivato. Sento il mio torace muoversi tantissimo, la maglietta ormai è totalmente appiccicata alla mia pelle. Ho il fiatone. Sono ancora lì! Lì vedo! Mi avvicino correndo. Sono ancora in tempo! Parlano tra loro, ci sono tutti. Nessuno è preoccupato e nessuno mi sta cercando. Sono contento! Nessuno mi sgriderà! Che fortuna. Pazienza per il mio gioco. Appena tornerò a casa con la mia famiglia me ne costruirò un altro più bello e che non lascerò in giro. Promesso. Sono contento.

Il torace rallenta, il fiatone si placa ed il mio sorriso si spegne. Non se ne sono accorti! Nessuno si è accorto che ero andato via! Avrei potuto perdermi e nessuno se ne sarebbe reso conto. Qualcosa di invisibile mi fascia il cuore e lo stringe. Non ero mai stato così triste. Non importo a nessuno. Nessuno si è accorto che ero andato via. Avrei potuto perdermi e non sarebbe importato a nessuno. Sarebbero andati via senza di me, dimenticandosi di me come io ho fatto con il mio gioco. A casa avrebbero costruito un bambino più bello e di cui sarebbe importato di più, che non avrebbero lasciato in giro, dimenticandolo, come se non fosse mai esistito. Adesso ho solo freddo. Chiudo gli occhi. Ma questa volta non è colpa della luce.

K0

Triste Natale

“A snowman stands in front of a Xmas tree with a sad expression”. Web.

Mi piaceva il Natale. Quando vivevo da solo assumeva dei toni agrodolci che riuscivano a raggiungermi l’animo e farmi trovare un equilibrio con tutto ciò che mi circondava. Avevo ed ho ancora, un lavoro che per sua natura mi trascina, anche e soprattutto nel periodo natalizio, là dove tutte le persone si incontrano per godere assieme di quell’atmosfera magica. Il centro città con le sue mille e più persone, le sue altrettante lucine e musiche natalizie, il freddo del clima e il calore della gente che come per effetto di un incantesimo, si ricorda di essere umana e dunque più buona. L’affollarsi della gente per le piazze e i viottoli in cerca di regali da fare o di una semplice passeggiata con la famiglia, il suo chiacchiericcio, le urla dei bambini felici. Tutto si bilanciava perfettamente con il silenzio e la solitudine di casa mia. La mia “Normalità”. Nessun albero, tanto meno nessun presepe, nessuna decorazione o festone, ghirlanda o simili. Nessuna canzone di Natale, nessun “Jingle Bells” se non quello che mi rimaneva in testa per qualche ora dopo essere rientrato nel mio rifugio dal mondo. C’era silenzio. C’era pace. Era un ritrovarsi e un sapere di esserci indipendentemente dal mondo, ma all’interno di esso.

Le due facce dello stesso natale si alternavano fino alla cena del ventiquattro. Ogni anno, preventivamente attorno a fine novembre, io e mia sorella convincevamo te e la mamma a fare l’albero. Lo so che ti rompevi le palle e so che il tuo unico contributo era solo recuperare l’albero in solaio, aprirne i rami e occuparti delle parti alte, ma era bello ritrovarlo. Era bello sapere che in qualche modo, ognuno nella sua misura, avevate contribuito entrambi per farci felici. Così come era bello ritrovarsi tutti insieme arrivando un po’ per volta come in un punto di ritrovo a cui si può sempre tornare e trovare qualcuno ad aspettarti. Trovarvi a casa ad occuparvi dei vari preparativi, i regali alle spalle del divano, la mamma nervosa per la riuscita della cena, tu ai suoi ordini pur sapendo che tanto ogni cosa fatta non sarebbe andata bene perché non è così che si fa. Arrivare e mettersi il pigiama prima di aiutarvi, prima di darti il cambio, prima di fingere di non essere mai andato via perché probabilmente non l’ho mai fatto davvero. E poi la cena, l’esser sazi dopo il primo primo, il prosecco con il melograno, la tovaglia rossa, la tv che parla con sé stessa in sottofondo, il caffè, l’attesa della mezzanotte per poter aprire i regali, molti concordati nelle settimane precedenti, ma comunque belli e sorprendenti una volta aperti, il “Provali e fammi sapere se ti vanno bene altrimenti li vado a cambiare”, i calzettoni che immancabilmente ogni anno ci regalava la mamma.

Sopra ogni cosa al mondo la cena del ventiquattro era il mio miglior regalo ogni anno.

E così, mentre per il resto del mondo non cambiava nulla, per me cambiava tutto. Casa mia era un po’ meno vuota e silenziosa, il lavoro meno pesante, le persone meno asfissianti ed io sicuramente un po’ più felice. Una piccola lampadina natalizia si accendeva anche dentro di me.

Adesso molte cose sono cambiate. Io non vivo più da solo e tu non ci sei più. A quella cena manca il suo buffone di corte, le manca il suo intrattenitore, quello che in qualche modo aveva sempre qualcosa da dire, quello che aveva sempre qualche discussione in cui coinvolgerti, quello che in qualche maniera riusciva sempre a strapparti un sorriso. Per fortuna una parte di te è rimasta in mia sorella, se fosse per me sarebbe tutto un lungo susseguirsi di silenzi. Non fraintendermi, non voglio dire che ora sia brutta o che non mi vada di andarci o che io non voglia tornare a casa. È comunque bello il ritrovarsi, il sedersi attorno ad un tavolo per stare insieme con un pretesto, aspettare di aprire i regali, il rinnovarsi dell’appuntamento.

È solo che la mamma non è più nervosa adesso, è solo triste, io non metto più il pigiama e senza le tue voglie le portate si sono notevolmente ridotte di numero quindi la mamma può occuparsene da sola senza finti pretesti per coinvolgerci, a volte non vuole neanche il nostro aiuto. L’albero sembra sempre un po’ più spento e meno decorato, la tovaglia meno rossa. Ci sono meno regali dietro al divano, ma non preoccuparti ci sono ancora le calze della mamma. Qualche volta la tv smette di parlare da sola e riesce a raggiungere qualcuno di noi. È solo che alla cena manca il suo showman ed a me il mio papà.

K0

La liberazione del fallimento: avere trent’anni

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Che belli i 20 anni. Il corpo giovane, il cibo spazzatura, gli amori, le serate con gli amici, l’alcol a fiumi, qualche droga leggera, le notti in bianco, le energie illimitate, la vita spensierata. La vita spensierata. La mela di Biancaneve. Sì, perché è lì che tutto inizia, ma noi presi dal fiume dei nostri eccessi a malapena ricordiamo il nostro indirizzo di casa, figuriamoci se riusciamo a renderci conto di cosa sta succedendo davvero. Come Biancaneve prendiamo la mela che ci viene offerta. Dai, come si fa a non afferrarla: guarda come spicca il suo rosso, guarda come rifrange la luce con la sua superficie perfettamente liscia, guarda quanto cavolo odora di libertà. Siamo grandi adesso, votiamo, il liceo è finito, nessun genitore ci costringe ad un rientro entro la mezzanotte, possiamo andare in giro da soli a fare quel che ci pare e godere del nostro essere ufficialmente adulti. Quanto è saporita questa mela. A differenza del suo veleno che non solo è insapore, ma è anche ad effetto lento. È a 20 anni che cominciamo a tendere l’elastico: l’indice di una mano da una parte, il pollice e l’indice della seconda mano dall’altra. Elastico che ci porterà fino allo scoccare dei trenta.

I Trenta.

Che botta. Solo a dirlo sembra un’enormità. Un essere misterioso che ad un certo punto comincia a proiettare la sua ombra su di noi, sul gioire dei nostri vent’anni, rovinandoci pian piano le giornate. Lasciandoci sempre meno ore di luce. Un po’ come le giornate di fine settembre.

Trent’anni. Qualcosa che non rifarei.

Nonostante possa dirmi più che “Fortunato” nell’ottica di cui stiamo per parlare, anche il mio secondo lustro dei vent’anni ha avuto le sue ombre e anch’io, come molti, l’ho visto inesorabilmente soccombere nel maggio di qualche anno fa.

A 29 anni avevo già un tempo indeterminato full-time con un ruolo di circa responsabilità in una società solida. Il che può sembrare un miracolo nel nostro contesto economico. Ma anche le mele più belle spesso vengono divorate al loro interno da piccoli parassiti. Se all’apparenza poteva sembrare tutto perfetto, osservato, anzi vissuto, da vicino saltavano all’occhio tutte le difficoltà dell’essere novizio in un ruolo da responsabile, nel dover gestire risorse umane ed economiche, spesso senza un supporto da chi già ricopriva il mio stesso ruolo. Insomma, venivo additato come un cazzaro, a volerla dire tutta. Per non parlare della mia vita privata: qualche anno prima ero tornato a casa dei miei genitori dopo una convivenza finita male e dopo qualche tempo ero finito per essere il terzo incomodo in una relazione tra due persone che ancora oggi non mi capacito di come facessero a stare insieme. Per fortuna avevo la mia famiglia su cui potevo contare. Quando non mi prendeva per fallito ed irresponsabile in quanto incapace di capire le mie scelte. Ah sì! Mi ero anche appena laureato e la vita aveva già cominciato a darmi qualche indizio per il futuro a breve termine: mio padre che morirà da lì a qualche anno non aveva potuto assistere alla mia discussione della tesi in quanto impegnato in una seduta di radioterapia. Avrebbe sconfitto il primo dei due tumori, ma non avrà la meglio invece, sul secondo.

In tutto questo cominciavo a tendere il mio elastico, sulle punte delle dita, ogni giorno di più. Qualche amico di Facebook si sposava, qualcuno cominciava a figliare, qualcuno, Dio solo sa come, cominciava a postare foto di posti bellissimi, perennemente soleggiati, tutto l’anno. Uno è diventato persino un giocatore di beach volley professionista. Un giocatore di beach volley, vi rendete conto? Va bè.

“Ma tu quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Ma tutti quegli anelli?”, “E quei tatuaggi?”, “Pensi di mettere la testa a posto?!”, “Hai quasi TRENT’ANNI”.

Trent’anni. Sembrava quasi un’estrema unzione.

E io? Io ascoltavo il monologo iniziale di Trainspotting. Ve lo ricordate? Questo qui:

Ma l’elastico se ne fotteva di quante volte lo ascoltassi ogni giorno. La sua tensione cominciava a farsi sentire comunque. Mentre la fatidica data si avvicinava io cominciavo ad attraversare le mie fasi:

Fase 1. La bacchetta magica. Lo confesso: a volte mi capitava di avere questo pensiero senza senso per cui, magicamente, allo scoccare dei miei trent’anni mi sarei ritrovato sposato con la donna della mia vita, ovviamente già da me ingravidata, in una nostra casa, entrambi con il lavoro della nostra vita. E un cane. Molto Mulino Bianco insomma.

Fase 2. C’è da mettersi sotto. “Le cose non si fanno da sole! Dai Kappa! Daje!” Hai ragione, devo mettere la testa a posto. Trovare una compagna, impegnarmi nel mio lavoro e dare una regolata alla mia vita. Sì, anche mettermi a dieta.

Fase 3. Merda è troppo tardi. Oh cazzo, ma come è successo che ho già 29 anni e 364 giorni? E adesso come cazzo faccio? È difficile anche per me fare tutto in una sera. Avrei dovuto svegliarmi prima, sono un fallito. Avevano ragione.

Poi però succede il miracolo: allo scoccare dei 30 anni nessun messo comunale viene a bussarti alla porta in piena notte per marchiarti a fuoco la parola “FALLITO” in fronte così che tutti possano vederla. Sarà in ritardo? Avrà trovato traffico? Eppure fuori la strada è vuota. Sarà in malattia? È possibile che il comune non abbia un sostituto? Ma che disservizio è questo? Sconcertato e un po’ indignato te ne vai quindi a dormire. Il risveglio dei trenta e un giorno è strano: ti accarezzi la fronte, non si sa mai che il messo sia passato mentre dormivi, ti guardi allo specchio e i capelli bianchi sono li stessi di ieri, idem le rughe e forse hai perso anche qualche grammo per l’agitazione. Timoroso esci di casa e nessuno ti addita come un untore, diffidente percorri il tragitto fino al lavoro e lì non senti l’odore di bruciato che ti aspettavi: nessuno dei tuoi colleghi ha preparato il rogo su cui bruciarti vivo, anzi qualcuno ti fa anche gli auguri. Incredulo arrivi a fine giornata. I giorni successivi vanno ancora meglio. L’elastico che avevi teso per dieci anni è partito. In pieno hai mancato il bersaglio, ma almeno non te lo sei dato in faccia. Tutta l’ansia che avevi accumulato è lì a dirti: “E sticazzi, pace”.

Non c’è altra soluzione. Devo farlo. Devo chiedere un colloquio urgente alla mia coscienza.

L’allarme risuona assordante, la luce rossa intermittente penetra l’oscurità fino a raggiungere la caverna in cui è solita rinchiudersi. “Due coglioni, chissà che cazzo vuole adesso”. Si alza, si pulisce addosso le mani sporche di cioccolata e pizza. “Che vuoi”. Senza neanche il tono interrogativo. Bè, ma scusa, ho trent’anni, sono un fallito, come mai nessuno mi sta perseguitando con fiaccole e forconi? “Fallito de che?! Ma vedi di non rompere i coglioni e torna a giocare ai videogiochi va”. Basito, rimani immobile. Ti guarda, con un cenno ti fa segno di andartene. Incredulo ti giri e cominci a camminare. “Ah, Coso, aspetta n’attimo. È finita la cioccolata. Tocca andare a ricomprarla. O trovare qualcuno che lo faccia per noi. Mo’ vai, levati dal cazzo”.

Con un sorriso ti allontani. Non è successo niente. Ti sei solo fatto le seghe mentali. Per dieci anni.

K0