Il mio primo Libro

Grazie Bianca

Qualche giorno fa mi sono fatto il regalo più bello che una persona che ama scrivere può farsi: ho pubblicato il mio primo “Libro”. Le virgolette sono d’obbligo sia perché ancora fatico a chiamarlo tale, nella mia testa rimane ancora uno dei miei “Scritti”, sia perché la soluzione scelta, per le motivazioni che vi dirò è stata quella del formato elettronico e quindi dell’ebook.

Il travolgente entusiasmo di mia madre.

Quando molti anni fa cominciai a scrivere il testo in questione non mi era neanche passato per l’anticamera del cervello che un giorno lo avrei pubblicato, di conseguenza non mi ero nemmeno mai posto la questione del come fare. Avevo sempre e solo scritto per me o per le persone che mi stavano vicine, fin lì era stato facile: salva, apri l’applicazione delle email, allega, invia.

Un giorno come gli altri ero a lavoro e durante una breve pausa avevo deciso di andare alle macchinette a prendere un pessimo caffè. All’epoca non avevo la Nespresso a pochi metri dalla scrivania. Abbandonato sul tavolo, un giornale aperto. Mentre aspettavo che la brutta copia di un caffè si raffreddasse fino a diventare bevibile, mi cadde l’occhio su un piccolo articolo, un concorso di scrittura con possibilità di pubblicazione. “Mah” mi dissi, non si sa mai. Strappai l’angolo del giornale con l’annuncio e lo misi in tasca.

Qualche giorno dopo finii di rivedere il testo per la millesima volta. Non sembrava mai “Finito”, c’era sempre qualcosa da rivedere, ma mi ero stufato di leggerlo e rileggerlo, cambiando parole e correggendo virgole e punti. Mi ricordai del pezzetto di carta che nel frattempo dai pantaloni della mia divisa aveva attraversato l’intera Milano per finire nel caos della mia scrivania. Lo presi e lo rilessi. Sembrava facile, bastava inviare una mail. Aprii l’applicativo e allegai il testo. Inviato.

Passò qualche giorno, settimana forse, già allora il tempo aveva cominciato a perdere rilevanza, quando mi arrivò a casa una proposta di pubblicazione. Avevo qualche decina di giorni per rispondere, la condizione era che avrei dovuto comprare le prime X copie del mio futuro libro. Mi sentii lusingato, ma feci comunque scadere il termine. Non volevo pagare per pubblicare un mio scritto. Non mi sentivo “Scelto” fino in fondo. Nei mesi successivi arrivarono altre due proposte da altrettante case editrici. La formula era più o meno sempre la stessa o tale fu anche la mia decisione.

Passarono gli anni fino a quando, poco più di un mese fa ormai, mi ricordai di quello scritto. Se ne stava lì sul mio pc a fissarmi. Incompleto come sempre. Senza uno scopo, proprio come lo avevo lasciato anni prima. Pochi giorni prima avevo letto la possibilità di autopubblicare in formato ebook grazie ad Amazon e quindi Kindle. “Chissà se Kobo fa la stessa cosa”. Google. Autopubblicare Kobo. La risposta fu affermativa.

Avevo già la copertina che avevo fatto realizzare qualche anno prima alla solita Bianca. In realtà “Avevo” è un parolone. “Hai ancora la copertina del libro che ti ho fatto fare qualche anno fa? Non la trovo più”. Puntuale e precisa come sempre me la inviò nel giro di qualche ora. Whatsapp. Audio. “Ciao Cris, quando hai mezz’ora da dedicarmi? Devo mettere due scritte su un’immagine: un titolo e un nome”. Invia. Qualche giorno dopo avevo tutto. Dovevo solo rivedere il testo. Di nuovo.

Si chiama Kobo Writing Life . È un servizio veloce e gratuito che vi permette di pubblicare nel giro di poche ore, in pochissimi passaggi (4) il vostro testo in formato epub direttamente sul Kobo Store. Il formato è supportato praticamente da ogni dispositivo elettronico:

Sarà poi possibile acquistare l’ebook direttamente dal vostro Kobo, se ne avete uno, o altrimenti potete acquistare lo scritto dallo store e caricare il testo sul vostro dispositivo. Facile e veloce. Il prezzo di vendita lo decidete voi.

Il mio testo?

Si intitola “A Sofia”.

Con il pretesto del crescere una bambina, un padre accenna ad alcuni punti fondamentali del mondo in cui viviamo, quelli che ogni giorno diamo per scontati e che, pur influenzando le nostre vite, rimangono per lo più invisibili. Continua poi con piccole, ma grandi riflessioni sulle persone che ci circondano, compresi noi stessi per poi dedicarsi a qualche cenno di natura intima e spirituale. Non voglio dirvi altri.

Spero di avervi incuriosito abbastanza. Lo trovate qui: https://www.kobo.com/it/it/ebook/a-sofia

Leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate!

Buona lettura.

Libera interpretazione di un’opera

https://www.instagram.com/bianca_e_i_suoi_colori/

NIGREDO:

“Ciao. So che non dovrei essere qui. Non serve che tu me lo ripeta di nuovo. Le tue parole ancora rimbombano nella mia testa come un insopportabile eco: ‘Vattene, non devi più venire qui. Vattene, non puoi più stare qui. Vattene!’. Sono sempre lì, giorno e notte, come un disco rotto il giorno del mio compleanno. Non preoccuparti, sono qui solo per riprendermi ciò che è mio, poi me ne andrò. Per sempre. Dov’è? Lo tieni ancora con te o è già finito nella tua adorata collezione? Allora?! Lo hai con te o no?! Ha già dovuto cedere il posto ad uno nuovo? Certo, sarà di sicuro così. Ti conosco! Lo vedo. Lasciami passare, lo vedo! Togliti di torno. Non toccarmi!

Guarda: batte ancora. Nonostante tutto. Che stupido. Come la sua proprietaria. Povero ingenuo, nonostante le ferite ancora ti ostini a battere per chi non ti vuole più con lui. Sei proprio un cretino. Non preoccuparti, ti terrò con me. Cuciremo insieme gli strappi e non ti affiderò più a nessun altro. Saremo solo io e te fino a quando non cesseremo di vivere entrambi. Speriamo accada presto.

Sì, me ne vado, me ne vado. La smetto di tediarti con i miei drammi. Tanto non ti interessa. Almeno, non più. Chissà poi se te ne è mai importato nulla o se hai solo voluto consumarci sino all’ultimo battito. Mi dispiace sia andata così. Scusami. Ora vado.

Ma scusami un bel nulla! Ci hai abbandonato, ci hai tradito. Ti abbiamo dato tutto e ciò che abbiamo ricevuto in cambio è finire per terra nell’angolo del pavimento zozzo di camera tua! Non meriti nulla! Neanche l’aria che respiri! Come hai potuto!? Come cazzo hai potuto farci questo!? Forse non eravamo abbastanza per te?! Ma chi cazzo credi di essere! Vaffanculo!”

RUBEDO:

“Ciao! Mi chiamo, bè non è importante come mi chiamo. Non più di tanto almeno. E tu? So che ci siamo appena conosciuti, ma i tuoi occhi mi piacciono. Mi trasmettono fiducia ed io ho proprio voglia di tornare a fidarmi di qualcuno. Potrò sembrarti pazza, ma…vuoi prendertene cura? Almeno per un po’. Bè di lui e di me, ovviamente. Siamo un pacchetto completo, nessuno sconto! Sono stanca di doverci badare da sola. Straripo dalla voglia di farmi cullare, di sentirmi al sicuro in un tiepido calore. Puoi farlo tu? Mi piacciono le tue mani, sono così grandi. Chissà come sapresti tenerci al riparo nelle fredde notti d’inverno e in quanti posti riusciresti a trascinarci nei caldi giorni d’estate. Voglio andare al mare! Ci porti? Bè non subito, eh. Non sono una che si lancia in cose folli. Ma tu mi piaci. Davvero. Sì, sì, ho capito che ci conosciamo appena e che non sai nemmeno il mio nome. Ma che importanza può avere un nome quando si parla di cuori? Di vite? Nessuna! Potresti anche chiamarti con un nome impronunciabile, ma so che potrei amarti lo stesso e di certo tu non potresti evitare di ricambiare! Ti chiamerò Gino, per semplificare. Così evitiamo la questione dell’impronunciabilità. È un sorriso quello? Oh, finalmente! Ce n’è voluto di tempo!

Sai sotto questo apparente entusiasmo sono una timidona. Diciamo che l’alcol mi sta aiutando parecchio! Davvero non mi importa come ti chiami. Né che lavoro fai, da dove vieni o dove vivi. Mi auguro solo tu non segua il calcio. Scusami, ma quando sono nervosa non ce la faccio proprio a rimanere seria. È solo che vorrei darlo a te. Sì, proprio a te e non chiedermi il perché. Non saprei darti risposta. Allora? Vuoi prendertene cura tu? Voglio solo appoggiarlo vicino al tuo e sentirli battere all’unisono. Non ti chiedo nulla di più. Posso?

Abbracciami.”

L’immagine, quella doppiamente interpretata per intenderci, è di Bianca. Trovate altri suoi lavori sul suo profilo instagram.

K0

Veleno, il podcast di Repubblica

E’ difficile non spoilerare quando hai davvero voglia di parlare di qualcosa, quando questo qualcosa ti ha preso così tanto che non faresti altro che parlarne a chiunque, condividerlo, lodarlo, affinché tutti possano conoscerlo, viverlo e farne un’esperienza propria.

E’ con questi presupposti che oggi voglio parlavi di “Veleno” una serie podcast prodotta da Repubblica riguardante una delle più emblematiche vicende giudiziarie del nostro Paese: il caso dei pedofili della Bassa Modenese. Non spaventatevi, almeno non ora. La serie parla sì di pedofilia, ma, seppur ne sia indubbiamente una parte fondamentale, in quanto motivo d’origine da cui sono scaturiti tutti i fatti, non ne è il fulcro. Il meraviglioso reportage giornalistico verte invece sul lato B dell’intera vicenda. Ma procediamo per gradi.

Cos’è un podcast? Per chi non lo sapesse (io stesso ne ho scoperto l’esistenza da poche settimane) un podcast è un racconto, un parlato, la voce di una persona registrata su un file audio offerto su richiesta all’utente che lo desidera. E’ un po’ come quando da bambini chiedevate di farvi raccontare una storia da qualcuno. Solo che è in rete e sempre disponibile. Una versione 2.0 della nonna Maria. Sempre con voi, ma non vi prepara dolci e non vi da i soldi per il gelato.

Torniamo a noi, Veleno è, cito: “Una serie audio di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, il montaggio e le musiche […] sono di Luca Micheli, la ricerca e la revisione sono di Debora Campanella. Veleno è un prodotto audio, ma anche multimediale: se volete vedere i luoghi e i personaggi che raccontiamo, sulla pagina del podcast troverete foto e video nella sezione ‘Approfondisci’”. Un racconto quindi, ma non solo. E non poteva essere altrimenti visto che non possiamo accontentarci di limitarci ad ascoltare quando i temi trattati e la maniera in cui ci vengono esposti sono così travolgenti.

Abbiamo parlato di lato B. E’ lo stesso Trincia che già nei primissimi episodi ci fa capire come questa vicenda abbia un lato A e un lato B. Una verità giudicata e una realtà così poco dubbia, ma nonostante ciò non creduta dagli addetti ai lavori dell’epoca. Si parte con il lato A, la verità ufficiale, quella delle sentenze, quella che ci racconta di un gruppo di adulti e delle gravi accuse mosse dagli avvocati e dagli psicologi, delle famiglie divise e delle dichiarazioni fatte dai protagonisti della vicenda: i bambini. Questa apparenza, come ogni superficialità e superficie, è destinata a infrangersi presto e non potrebbe essere diversamente. Fin da subito la voce di Trincia ci insinua un dubbio, buttato lì, come se fosse semplicemente un altro punto di vista, una postilla. Dubbio che nel corso dei sette episodi sentiremo farsi largo dentro di noi, travolgendoci e sconvolgendoci, ribaltando quel senso di disprezzo che dapprima ci ha fatto odiare i destinatari dei procedimenti giuridici, trasformandolo in compassione per dirigere infine il nostro sdegno su altri personaggi della vicenda.

Vorrei dirvi di più, ma non posso. Voglio che siate voi stessi a vivere le sensazioni che il narratore riesce a trasmetterci, voglio che cadiate nell’errore di un giudizio affrettato e che ne usciate rinati nel segno della compassione per le famiglie coinvolte. Per le vite di quei nostri fratelli e sorelle, figli e figlie, ormai distrutte irrimediabilmente.

La voce di Pablo Trincia è coinvolgente, a tratti quasi avvolgente, mai noiosa o banale. Le musiche non potevano avere note migliori, cullano e tormentano il nostro animo in perfetta armonia con i racconti. Il lavoro investigativo alle spalle degli stessi è puntuale, approfondito ed umano. Brucerete dalla voglia di ascoltare il prossimo episodio e allo stesso tempo sarete intimoriti da quello che potrebbe lasciare dentro di voi.

Non posso non condividere con voi questa esperienza.

Augurandovi un buon ascolto vi chiedo di condividere con me i vostri podcast preferiti e, se avete voglia di scrivere qualche riga, il perché vi hanno appassionato.

Vi lascio qui di seguito il link Spotify alla serie, così che possiate raggiungerla facilmente.

Il piercing al naso – Il septum

Alias l’anello da mucca.  Ho fatto il piercing al naso questo novembre, sei mesi dopo sono qui a condividere alcune considerazioni. Magari a qualcuno possono tornare utili. Magari no.

Ho deciso di farlo un po’ d’impulso, ma ci ho pensato tantissimo prima. Il septum è una di quelle cose che volevo fare da sempre, ma come molte altre idee, anche quella del piercing al naso era sempre rimasta ferma, incastrata in qualche angolo remoto del mio cervello, infangata in qualche paranoia. Non che io avessi paura degli aghi: avevo già diversi tatuaggi e un paio di buchi alle orecchie. Semplicemente non era mai arrivato il fatidico “Momento giusto”. Un pomeriggio, in un momento di noia a lavoro (benedetta noia che ci fai fare i gesti più disparati), ho realizzato di aver ormai superato i 30 e non aver mai fatto il septum proprio perché in attesa del “Momento giusto”. Probabilmente mi aspettavo un segnale divino come una luce dal cielo ad illuminare il muso di una mucca che pascolava per sbaglio in piazza Duomo o un angelo che scendesse dal paradiso e mi dicesse qualcosa del tipo “Ci muoviamo a fare ‘sto buco o vogliamo aspettare ancora qualche decade?”. Così mi sono rivolto al mio collega più prossimo: “Vado in pausa. Vado a cercare un posto per prendere l’appuntamento per fare il septum” e lui in tutta risposta, senza neanche voltarsi verso di me – “Io ho fatto entrambi i piercing ai capezzoli in via Torino”. Ah.

Prendo la giacca e mi metto in viaggio. A piedi (lavoro in centro), meditando se stessi per fare l’ennesima cazzata della mia vita, alle paranoie della gente sul posto di lavoro, a quelli che mi avrebbero detto che ero un po’ datato per fare certe cose. Perso nei miei pensieri e con il senso d’orientamento di un palo cieco e zoppo in un deserto di notte avevo superato il posto. Come un idiota torno indietro ed entro. “Ciao, volevo prendere un appuntamento per fare il septum”, il ragazzo al banco mi guarda e ridendo sotto i baffi che non ha replica: “Non serve l’appuntamento, vieni che lo facciamo subito”. Ah.

Mi fa sdraiare sul tipico lettino da medico, mi disinfetta il naso e mentre mi spiega che piangerò, ma che sarà veloce sento una fitta e lui semplicemente mi dice “Fatto”. Brutta merda, traditore che non sei altro io mi fidavo di te. Ti ho dato il mio naso! Il dolore svanisce immediatamente, alla stessa velocità compaiono le lacrime. Piango. Mi fa alzare per guardarmi allo specchio e noto che mi aveva già anche infilato il piercing oltre a farmi il buco. Ma quando?? E’ bellissimo. Mi asciugo gli occhi e dopo qualche breve spiegazione sulle cure dei primi giorni pago ed esco.

Costo: 70€. Tempo di realizzazione: un milionesimo del tempo perso a farmi le seghe mentali se farlo o meno, è praticamente istantaneo. Dolore: non misurabile, è tutto troppo veloce, a mala pena te ne accorgi. Lacrime: tantissime, ma il naso è una delle zone più delicate di sempre, quindi ci sta. Le cure consistono semplicemente nel disinfettare il buco e il piercing con della salina tramite un bastoncino di cotone. Nulla di più. Sarei dovuto passare a farlo vedere dopo un mese per vedere se era guarito bene o meno, ma dopo neanche dieci giorni a mala pena lo sentivo, quindi non sono mai tornato. Il naso: c’è ancora, non mi è caduto, respiro come prima, nessuna infezione. Odori strani: è normale sentire un po’ di odore di morte ogni tanto, pensate a tutto lo schifo che c’è nelle narici, semplicemente capita che se ne accumuli un po’ attorno al piercing e di conseguenza puzzi un pochino. Muovetelo, i primi giorni eviterà di incrostarsi e nei successivi vi liberete della puzza. Metterlo e toglierlo è relativamente facile, faccio più fatica con gli orecchini. Non da particolarmente fastidio quando vi soffiate il naso, ve lo dice uno che è raffreddato tre mesi all’anno d’inverno e allergico altri due d’estate.

Unico dramma: le palline del maledetto piercing con le due palline appunto.

Non avete idea di quante maledette palline si perdano. Per quanto voi andiate a stringerle ogni volta che ve ne ricordate loro avranno sempre la meglio. Ogni volta che vi soffierete il naso le palline, la sinistra nel mio caso, si allenteranno un po’ e un bel giorno le getterete nel water insieme al fazzoletto. Alla quinta pallina ho cambiato piercing e ho messo quello che ho sempre voluto: il cerchio da mucca.

Se volete farlo non pensateci e fatelo. Se vi fanno problemi a lavoro considerate che potete facilmente toglierlo oppure nasconderlo dentro al naso se il modello di piercing ve lo permette. Se decidete di tenere quello con le palline compratene dieci mila milioni di miliardi. Se vi interessa conosco un buon sito. Chiederò una percentuale su ogni pallina in più che venderanno diventando finalmente ricco.

K0

ATMosfera

ATMosfera-duomo-milano-cena-tram

Partenza ore 20:00 da largo Cairoli. Il punto di ritrovo è di facile individuazione, usciti dalla fermata della metro (rossa) basta seguire i binari davanti al Castello Sforzesco e lo si trova subito, è un tram, non è che possa nascondersi da qualche parte. Ad attenderci un membro dello staff che poi sarà anche il cameriere della nostra serata sul famoso e assolutamente caratteristico tram-ristorante ATMosfera. Ci fa togliere i soprabiti (altrimenti detti giacche per noi poveri) e ci chiede di lasciare gli ombrelli in uno spartanissimo portaombrelli. Prima nota inaspettata: il servizio di guardaroba, sì, va bene, non è quello di un hotel a cinque stelle, ma per essere un ambiente molto piccolo (il servizio viene prestato su un tram vecchio stile, quelli tipo linea 1-19 per intenderci) di tutto mi sarei aspettato tranne un deposito cappotti. Ci accomodiamo al tavolo. I posti a sedere sono pochi, ecco perché è molto difficile trovare posto, sui due lati del veicolo sono disposti da una parte i tavoli da quattro, dall’altra quelli da due, separati da un piccolo corridoio che permette al cameriere di servire e a noi di raggiungere il bagno. Sì, il bagno, altra chicca inaspettata, è piccolo, stretto e sembra di fare pipì come in treno, ma c’è. Carino ed indispensabile, il giro completo per la cena dura due ore e la mia vescica comincia ad accusare i segni dell’avanzare dell’età. Le sedute sono un po’ strette, se per vostra sfortuna siete molto alti e\o larghi sappiate che starete un pochino costretti, nulla di insuperabile comunque. L’ambiente è molto carino, vecchie stampe di Milano adornano le parti alte del mezzo e due monitor mostrano alcune foto di vecchie e nuove location della città.

In fase di prenotazione, da effettuare direttamente dal sito: https://atmosfera.atm.it/, ci viene chiesto di scegliere tra tre menù, uno di carne, uno di pesce e uno vegetariano e quale vino gradite bere a scelta tra due rossi, due bianchi e due spumanti. I menù cambiano ciclicamente, vi riporto qui di seguito quelli che avevamo a disposizione.

Menu Carne.png

Menu Pesce.png

Menu Vege.png

Abbiamo scelto tre menù di pesce e un vegetariano, di fianco a noi c’erano seduti due ragazzi con menù di carne, ho avuto modo di spiare, vista la vicinanza, anche la loro cena. Purtroppo non ho potuto assaggiare. Da bere abbiamo preso entrambi i bianchi, nella cena è compresa una bottiglia di vino ogni due persone, ci è stato chiesto da quale volessimo cominciare. Al nostro arrivo i tavoli sono già pronti con qualche piccolo assaggino e diversi tipi di pane in piccole porzioni, molto carine che nel corso della serata verranno rifornite più volte costantemente. Ci sediamo e si parte. Il tram passa dalle località più turistiche della città, l’atmosfera serale con le sue luci e la pioggia appena caduta rendono le strade milanesi qualcosa di magico. Ci viene servito un calice di prosecco e dopo qualche minuto vengono serviti gli antipasti. Il servizio della cena mantiene un ritmo non eccessivamente lento, né veloce. Le giuste tempistiche per godersi la vista tra una portata e l’altra. Il cibo è di buona qualità, niente di eccelso, sicuramente abbastanza ricercato. Il tram non ha una cucina, quindi tenete ben a mente che a bordo gli alimenti vengono solo scaldati ed impiattati. Non è un vero e proprio ristorante, viste le dimensioni del mezzo sarebbe stato impossibile allestire anche una cucina. Le porzioni sono un po’ piccole, ma c’era da aspettarselo, quindi nessuna delusione. Antipasto, primo, secondo e dolce con caffè. Ad un certo punto della cena ci avvisano che il tram effettuerà una breve sosta per poter permettere agli ospiti di scendere, fumare una sigaretta e sgranchirsi le gambe. Giusto qualche minuto e si riparte. Il giro termina alle 22:00 nel punto in cui aveva avuto inizio, quindi il rientro a casa è agevole, ma prima decidiamo di concederci una passeggiata tra le vie del centro storico milanese. Prezzo: 70€ a persona (50€ per il brunch).

Tripadvisor

Questo è il giudizio di Tripadvisor (aggiornato alla data di oggi 9 maggio 2019).

Per quanto mi riguarda posso assicurarvi che la serata è stata splendida, tranquilla e particolare. La qualità del cibo era abbastanza buona e mi sono alzato dal tavolo a fine cena non pienissimo, ma neanche affamato, quindi niente tappa da McDonald o KFC. Il personale è stato gentile, a fine serata ci siamo anche fermati a scambiare qualche chiacchera con il tramviere. Il prezzo è abbastanza elevato, ma l’esperienza è unica. Da fare almeno una volta nella vita, ma probabilmente non due (a meno che non vogliate rimorchiare qualcuno, potrebbe essere un’ottima location per un primo appuntamento). Il prezzo vale la pena dell’esperienza nel suo complesso, non per il solo servizio ristorante, con quella cifra sicuramente esistono ristoranti migliori in cui mangiare, ma nessuno di questo è un tram.

 

Buona cena