La mia stanza

“Creati una stanza. Un luogo difficile da raggiungere. Un luogo per il quale solo tu conosci la strada. Un posto in cui nessuno possa avvicinarti. Uno spazio in cui imparare a muoverti in solitudine.”

La mia “Stanza” è nata come spesso avviene per molte cose da uno spunto. Da un punto d’origine. Da esso ha preso piano piano forma, un passo, immaginario, dopo l’altro. Giorno dopo giorno sono riuscito a scendere sempre un po’ di più, in profondità.

Vi racconto la mia “Stanza”. Le virgolette sono d’obbligo perché, come vedrete, più che angoli ci sono passi.

Cominciamo.

Il sole sta tramontando su uno scenario desertico. Qualche grande roccia su una distesa di sabbia e pochi, bassi, arbusti. Il cielo comincia a tingersi di note bluastre. Sto camminando, ho la percezione di me, ma non mi vedo. So dove sto andando, adesso conosco bene quella strada. In principio il senso di smarrimento e la gioia della scoperta si rincorrevano senza sosta dentro il mio essere. Adesso è solo pace, consapevolezza e determinazione. Non sono solo. Non più. Lo ero le prime volte, forse. Forse, semplicemente, non vedevo chi avevo attorno. Poi un po’ per volta, uno alla volta, si sono mostrati. Non sono sicuro di riuscire a percepire tutti coloro che mi sono vicini durante questo cammino, anzi sono abbastanza convinto del contrario. La prima a rivelarsi è stata la Leonessa. Cammina placida al mio fianco, raramente volge il suo sguardo su di me. Non ha bisogno di vedermi, sa che sono lì. Il secondo personaggio è un uomo dal fisico longilineo e la testa da Ibis. Nonostante cammini sempre in testa al gruppo, nonostante sia sempre stato davanti ai miei occhi, non ero mai riuscito a vederlo prima di quel giorno. Ad essi si aggiunge una Donna. Giovane, nel fiore degli anni, un’acconciatura decorata, ma semplice allo stesso momento. Infine un Coccodrillo chiude il gruppo. Ci muoviamo in silenzio, nessuno emette altri rumori al di fuori di quelli legati ai propri passi. Insieme, all’unisono, ci muoviamo verso la nostra meta. Il passo è lento, quello di una camminata in cui la testa è immersa in un pensiero impegnativo.

Non ci vuole molto. Un ingresso rettangolare si scorge all’improvviso a pochi passi da noi. Come se avesse deciso di rivelarsi ai nostri occhi solo in quell’istante. Ognuno di noi sa cosa fare. La giovane Donna sgretola la sua essenza in particelle finissime e in una dolce nube si dirige verso il cielo ormai buio dando vita alla volta stellata che ospiterà il nostro prossimo cammino. La leonessa, pigramente, si sdraia su un fianco proprio davanti all’uscio. Si preoccuperà che nessuno mai possa entrare. Il resto della compagnia procede oltre la soglia buia.

Appena dentro l’Ibis si ferma e mi porge una fiaccola. Il suo cammino finisce qui. In quell’esatto momento, mentre la fiaccola entra a far parte di me, dal mio corpo salta fuori un’ombra. L’ospite nascosto è sempre stato parte della nostra comitiva e seppur celato alla vista, tutti siamo sempre stati coscienti della sua presenza. L’oscurità si compone davanti ai miei piedi in uno Sciacallo e mi incita a seguirlo. Dietro di noi, il Coccodrillo. Il percorso è in discesa e il buio permea l’ambiente circostante. Ricorda l’interno di una struttura antica. La prima torcia affissa sulla parete smette presto di illuminare il nostro cammino, ma non appena diviene troppo oscuro la fiaccola che l’Ibis ha riposto in me accende la torcia successiva. Tutto sembra essere disposto per arrivare al limite senza superarlo mai. Superiamo alcune stanze, non riesco a vedere molto oltre gli usci, ma non serve: non è lì che stiamo andando.

Alla fine del tragitto c’è una stanza di medie dimensioni. L’unica illuminata fino ad ora, comincio a scorgerne la luce oltre la curvatura del corridoio. Lo Sciacallo entra per primo e si sdraia immediatamente a destra dell’ingresso. Mentre faccio il primo passo all’interno del nuovo ambiente il mio sguardo è rivolto al Coccodrillo dietro di me. Pare non voglia continuare. Il suo cammino è ultimato. Rimarrà a vegliare su questo nuovo seppur ben conosciuto uscio.

La prima volta che alzai lo sguardo rimasi impietrito. Un enorme Cobra nero occupava buona parte del volume del locale. Mi fissava, mi sentivo in pericolo, ma nonostante ciò nessuno dei miei guardiani muoveva un muscolo, aspettavano.  Ai quattro angoli della stanza si scorgono quattro grosse candele cilindriche. Con le spalle rivolte al muro e ponderando attentamente ogni mio lento movimento mi accingo ad accenderle una per una. Come se quella luce aggiuntiva possa rivelarmi qualcosa di più. Qualcosa che possa risolvere lo stallo in cui mi trovo e possa aiutarmi ad andare oltre. Il miracolo non avviene. Mentre mi convinco che l’unico modo per affrontare la situazione è intraprendere un combattimento dall’esito probabilmente scontato con l’enorme serpente, i suoi occhi sembrano comunicarmi qualcosa di diverso. Il terrore, l’adrenalina, si rimodellano al mio interno in fiducia e consapevolezza. Abbasso i pugni e mi avvicino. Il Cobra allarga le sue spire e mi fa posto prima di ristringerle dolcemente attorno al mio corpo che per la prima volta riesco a vedere interamente, come se qualcuno mi osservasse. Sono seduto, le gambe incrociate, gli avambracci appoggiati sulle cosce. Riconosco la posizione, è quella dello scriba.

A quel punto una delle pareti rivela una porta segreta. Si apre autonomamente. Dal nuovo ambiente giunge una luce bianca molto intensa, quasi accecante. Abbandono la mia posizione incuriosito e conscio di poter procedere. I miei occhi si abituano presto alla nuova luce e la nuova stanza rivela un individuo sospeso a mezz’aria nella stessa posizione che fino a poco prima assumevo io stesso. Non ci sono passaggi. Non vedo altre porte. Tuttavia dentro di me ho la certezza di non essere arrivato. Devo solo capire come andare avanti. Come superare questo nuovo blocco. È solo allora che lo noto: lui è bianco ed io nero. Nonostante la posizione sia la medesima, la nostra natura apparente ci differenzia, quasi fossimo il negativo l’uno dell’altro. Salgo a mezz’aria e di nuovo assumo la posa. In quell’istante le due entità si fondono come si stessero aspettando vicendevolmente da tempo immemore e tutto esplode in una bianca luce abbagliante.

K0

Come prendere una decisione. VM14

https://www.memescan.it/meme/22795

Come prendere una decisione, importante o meno che sia? In rete troverete di certo mille mila e più “Guide”. Adesso una in più. Buona lettura.

PARTE PRIMA – AVVENTURIERI ED INVENTORI:

Nel prendere in considerazione la tua idea, qualunque scelleratezza tu abbia in mente, tieni sempre a mente questi tre personaggi storici e le loro avventure, o meglio, disavventure.

  • GALILEO GALILEI: il celeberrimo astronomo che con una semplice, ma non da tutti, ipotesi ci ha rivoluzionato la scienza delle stelle (Paolo Fox ancora doveva nascere): non è il Sole che ruota intorno alla Terra, bensì il contrario. Bravo, bravissimo. Questo è quello per cui viene ricordato, ad alcuni però manca una piccolissima parte: il rogo. Benché Galileo riuscisse a dimostrare con i mezzi rudimentali dell’epoca la realtà su cui il suo ragionamento si fondava, fu comunque costretto a rimangiarsi tutto onde evitare di finire su un barbecue decisamente non vegano in quanto il suo ragionare non era esattamente conforme a quello della chiesa cattolica dell’epoca. Morale? Per quanto tu possa avere ragione, per quanto tu possa provare ciò che dici, per quanto tu possa avercelo più grosso degli altri, c’è il serio rischio che tu perda contro una mandria di pisellini e che la tua unica consolazione sia quella di sapere che il tuo dito medio si trova esposto in un museo. Profilo basso;
  • CRISTOFORO COLOMBO: qualora la tua idea sia quella di partire e lasciare tutto perché chi ti sta attorno non capisce che vive in un posto di merda in cui non funziona nulla e c’è troppa burocrazia, ricordati sempre di Cristoforo. Sarà ammissibile scrivere “Merda” o mi banneranno? X WORDPRESS: è una licenza poetica, serve a rendere l’atmosfera. Un bel giorno si svegliò dando degli imbecilli a tutti e promettendo che avrebbe trovato un’altra via per raggiungere le Indie. Promise mare e monti (probabilmente letteralmente),  riuscì a trovare degli investitori e partì. Rischiò che il suo equipaggio gli separasse la testa dal corpo e raggiunse le Americhe, allora inesplorate. In realtà c’era già stato chiunque prima di lui, ma riuscì a rigirare bene la frittata. Per colpa sua gli Indiani si chiamano così seppur siano i veri americani. Per colpa sua oggi abbiamo gli Stati Uniti d’America e tutto ciò che questo comporta. Morale: se ti accorgi di aver fatto la cagata almeno cerca di girarla a tuo favore. NB: sono già stati scoperti tutti i continenti, ma non tutti i pianeti, forse. Buona fortuna;
  • THOMAS EDISON: l’inventore della lampadina. Edison è il motivo per cui non dovresti mai fare nulla che sia giustificato dalla mera gloria personale. Questo povero stronzo (X WORDPRESS, vedi sopra), ha posto in essere dieci miliardi di invenzioni che hanno rivoluzionato il mondo facendo avanzare il progresso tecnologico dell’epoca di anni luce, humour da pub di basso livello, ma per cosa viene ricordato? Ha inventato la lampadina. LA LAMPADINA. Morale: per il tuo benessere personale non fare nulla per la vanagloria, tanto anche qualora correggessi l’inclinazione del pianeta ti direbbero che si stava meglio prima e ti toccherebbe risistemare tutto. NB probabilmente colto da qualche isteria presagendo come sarebbe finita la sua reputazione ideò anche la sedia elettrica. Probabilmente sperando che con essa avrebbe ucciso buona parte degli appartenenti alla sua specie. Come biasimarlo.

PARTE SECONDA – LA RAZIONALITA’:

Ammesso che tu non abbia già deciso di pancia imbarcandoti su qualche nave alla ricerca di qualche pianeta in cui ancora non abbiano la lampadina circumnavigando il sole, la razionalità busserà certamente alla tua porta. Si spera, altrimenti prego, si accomodi, il burrone è da quella parte la stanno aspettando sul fondo, buon viaggio.

  • ANALISI SWOT: ci sono centinaia e centinaia di grafici e tabelle che ti possono tornare utili nel tentare di affrontare razionalmente il prendere una decisione. Personalmente faccio molto riferimento al modello SWOT. No, idiota, quella è la SWAT, tendo a non coinvolgere forze dell’ordine nel prendere le mie decisioni. Figuriamoci quelle americane. Dicevamo: undefinedQuesto modello ti permette di inserire, prima, e visualizzare, poi, tutti i punti di forza, le debolezze, le opportunità e i rischi del prendere una decisione. Cerca di essere il più onesto possibile nel compilarlo. Non che a me freghi qualcosa, ma avrebbe poco senso farlo ad minchiam. Punto di forza: è colorato!!!!!!
  • IL COLLOQUIO CON UN FINTO AMICO: non so tu, ma io non affiderei neanche una nocciolina ai miei amici, quindi evito di dargli in mano la mia vita. Però il concetto alla base funziona. Prenditi qualche ora o il tempo che ritieni opportuno e siediti a fare un po’ di schizofrenia (non dirlo al tuo psicologo o almeno non dirgli che te l’ho detto io). Prendi un foglio ed una penna, siediti ad un tavolo ed immagina di parlare con un tuo amico, uno che ti conosce alla perfezione. Chiedigli consiglio, chiedigli cosa ne pensa della tua idea e quali siano i perché della tua idea/scelta e perché dovresti imbarcarti in questa avventura. Cerca di essere positivo (per favore non al COVID-19). Segna i punti salienti sul foglio;
  • L’AVVOCATO DEL DIAVOLO: il tuo amico è uno stronzo, sì, quello di prima che non esiste. Rovescia la situazione e prova a convincerti del contrario, pensa che tutto possa andare male, convinciti che l’idea che ti ritrovi in testa sia una malsana fantasia di uno psicopatico, probabilmente di un futuro serial killer (già parli da solo e hai gli amici immaginari, sei ad un buon punto). Datti dello scemo, fa bene ogni tanto, spiega a te stesso perché la tua idea non funzionerà mai e quanto stai bene dove sei. Come prima, segna tutto su un foglio. PRO TIP: il foglio ha due facciate, salva un albero, gira il foglio.

PARTE TERZA – IL DIVINO E IL CASO

Qui viene il bello. Sia che tu creda che il tuo percorso sia già stato scritto, sia che tu creda di avere il pieno controllo delle tue azioni, ricorda sempre una cosa: spesso e volentieri gli imbecilli si incontrano a metà strada sulla via del fallimento. Quindi:

  • LANCIA UNA MONETINA: ovviamente prima assegna le sue facce ad altrettante alternative. Se le alternative sono più di due puoi usare un dado. Online trovi kit di dadi con innumerevoli facce, buono shopping. Dicevamo, lancia il tuo oggetto, ma fallo bene, lancialo molto in alto o molto lontano. E’ importante. Ora vai a prenderlo. Il dado sarà finito sotto il divano e la monetina invece ti sarà sicuramente caduta e sarà finita a rotolare per tutta la casa, ma è un bene. Mentre vai a recuperarlo, tra un’imprecazione e l’altra, ascoltati stai sicuramente sperando in un esito. Quella è la tua scelta. Puoi lasciare il dado sotto al divano e la monetina in bocca a tuo figlio. Non aggiungere altri sofismi alla tua speranza. Se credi in Dio e credi che l’esito sia il suo “Consiglio” sappi che potrebbe anche darti quel risultato per metterti alla prova, quindi per una volta il riscontro empirico non serve a nulla, ma hey, credi in Dio, dunque non è la prima volta. Se invece sei un sostenitore del caso come credi che l’esito di un dado possa cambiare la tua vita? Dai, smettila.

CONCLUDENDO:

Che questo post ti sia servito o meno a prendere la tua decisione ricorda sempre quattro cose:

  1. Non mi hai pagato per darti consiglio, quindi se queste 1000+ parole non sono servite a un tubo, pazienza, sappi che io vivrò bene lo stesso;
  2. La più grande passeggiata di sempre è iniziata con un solo passo. Anche quella sulla Luna. Cerca solo di mettere giù dal letto il piede giusto ogni mattina;
  3. La paura è la migliore bussola di sempre. Dove hai paura di andare, vai. Nella società odierna lo spirito di sopravvivenza (lo so che lo hai usato come giustificazione per non aver seguito una tua paura) è diventato una baggianata. Cosa vuoi che ne sappia lui poverino. E’ stato creato per non farti finire in un burrone, non per farti o non farti prendere un biglietto aereo. Ovunque ci sia paura c’è crescita. Anche se andrà tutto a rotoli almeno avrai portato a casa qualcosa.
  4. “Chi crede di farcela e chi crede di non farcela di solito finiscono entrambi per aver ragione”. Lo ha detto Confucio, non il mio panettiere. Puoi fidarti.

Intanto, buona fortuna.

K0

Avremo fatto la scelta giusta?

dal web.

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo di investire in soldati ed aerei anziché in dottori ed ospedali? A cosa ci sono serviti e a cosa ci servono ogni giorno milioni di euro a forma di caccia bombardieri e discendenti di baionette se non a divulgare la religione della distruzione e della morte a popolazioni ignare ed innocenti? Non sarebbero serviti forse a più nobile ed utile scopo medici e macchine salva-vita anziché strumenti di omicidio? Immaginate di aver inviato, anziché carrarmati e soldati, infermieri e medicine nei Paesi che ora sono solo macerie e desolazione. Come sarebbe oggi il mondo?

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo di rintanarci come sardine in città ogni giorno più grandi e meno vivibili alternando zone di densità di popolazione a dir poco elevata e zone pressoché disabitate? Non sarebbe stato forse meglio distribuirci in maniera omogenea in centri abitati medio-piccoli lungo tutto il territorio di questo nostro bel Paese? Sprovvisti, sì, di supermercati e grattaceli, ma addobbati da piccole botteghe e grandi viste su ciò che di più prezioso c’è al mondo: il mondo stesso. Preferiamo davvero il nostro odiato cemento? Tanto caldo d’estate quando freddo d’inverno.

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo una mentalità di consumismo anziché di risparmio? Cambiare un telefono all’anno in momenti come questi a cosa ci è servito? Non sarebbe stato forse meglio avere qualche soldino in più per aiutarci a vicenda e chissà magari sostenere ulteriormente la ricerca medica?

Avremo fatto la scelta giusta a concentrarci sull’aspetto economico delle cose piuttosto che sulla logica e sulla prevenzione? Avremo fatto davvero la scelta giusta a scegliere di importare pressoché ogni cosa perché nel breve periodo conviene di più piuttosto che valorizzare, magari con un po’ di fatica, la produzione interna? Abbiamo davvero bisogno di ritrovarci senza neanche un’impresa che produce dispositivi medici all’interno del nostro territorio per porci il problema?

Avremo fatto la scelta giusta a scegliere la comodità del petrolio e dei gas al minor impatto ambientale delle energie rinnovabili? Facciamo davvero la scelta migliore a comprare ogni giorno energia elettrica prodotta da Paesi che utilizzano il nucleare piuttosto che sfruttare le innumerevoli risorse che questo mondo ha da offrirci?

Avremo fatto la scelta giusta, ci chiederemo, ad aver scelto la carriera e la vetrina dei social network piuttosto che un vivere più vicino alla natura ed agli affetti personali? Avremo fatto la scelta giusta preferendo la soddisfazione del presente all’investire sul nostro futuro?

Ci accorgeremo in tempo di aver fatto ogni giorno una scelta che per quanto appassionante e conveniente nel momento in cui si pone in essere potrebbe rivelarsi un cancro per la nostra vita? Ricordiamo ci con un colpo di spugna non si leva neanche lo sporco dai piatti, figuriamoci gli sbagli un’esistenza.

K0

Confessione di un pagano

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Mi perdoni padre perché ho peccato. Padre? Posso chiamarla così nonostante le sia vietato di copulare e dunque di riprodursi nonostante sia un eletto del Signore? Mi scusi.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Proprio non riesco a concepire un Dio in grado allo stesso tempo di arrogarsi l’unicità dell’essere divino e di dichiararsi buono e comprensivo. Il divino per i miei occhi, per il mio cuore, è ovunque e non in un singolo punto lontano chissà in quale angolo di chissà quale cielo. È nella terra e nell’acqua, nell’aria e nel fuoco. E’ in ogni singola emozione che quotidianamente domina il nostro vivere e il nostro morire. E’ nella piuma sulla bilancia così come nelle leonesse e nei serpenti. È nelle nostre rinascite e nei luoghi e nei momenti compresi tra esse.

Mi perdoni Padre perché ho peccato.

Più volte ho nominato il nome del millantato Dio unico, a voler usare un eufemismo, in maniera vana. Mi scusi, ma proprio non riesco a capire il discrimine tra le creature che lo stesso dio ha creato, la differenza tra un agnello e un maiale. Scusi anche il mio sarcasmo, ma mi sembra tutto un ragionare così fanciullesco. Pensi che il mio Paese se ne prende anche cura. Credo che presto sarà disponibile in qualche comma del codice penale anche la lista degli animali concessi e di quelli sacrileghi. Per fortuna siamo stati creati a sua immagine e somiglianza. Così ogni giorno possiamo continuare ad uccidere in suo nome senza nominarlo, senza riprodurne l’immagine, senza poter scrivere il suo nome.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Durante il Santo Natale ho dovuto recarmi a lavoro, così come il giorno del vostro primo santo. Non parliamo poi delle domeniche. Ma come posso onorare io questo precetto se ogni domenica dell’anno persino il Papa stesso macchia la sua coscienza con il peccato di lavoro festivo? Lodiamo nostro signore di non essere ebrei e di poter dunque disonorare il sabato lavorando. È buffo come i diversi dei unici riposino in giorni diversi, non trova? Sarà questione di fuso orario?

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Non ho onorato a sufficienza mio padre, quello vero, per tutte le cose buone che ha fatto per me e per la mia famiglia. Lo stesso faccio con mia madre, santa donna seppur non vergine. A mia discolpa posso dire che non ho rimesso loro le loro stesse colpe, ma ho cercato di accettarli e amarli per come sono.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho ucciso ogni giorno, per molti anni, la mia essenza dopo averla ridotta in catene e aver tentato di piegarla più e più volte. Si è ostinata a rinascere ogni volta come fosse un nuovo sole. Pensavo fosse una condanna ed invece è stato un miracolo. Ho spezzato le catene degli insegnamenti assoluti e categorici, catechisti direi, ed ora sono libero.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

La natura è stata generosa con me. Scusi il mio sorriso, ma proprio non posso trattenerlo. Così come è difficile trattenere altro, soprattutto in primavera, in presenza di certe creature a dir poco angeliche.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho rubato molto nella mia vita. Sorrisi e lacrime ad esempio. Di sicuro la cancelleria, ma sfido chiunque a scagliare la famosa prima pietra. Il cibo dai piatti dei miei commensali, davanti a certe pietanze è proprio impossibile trattenersi. Indipendentemente dalla stagione in questo caso. È il quarto cerchio, vero? Probabilmente già mi attendono. Nel caso chiederò indicazioni, anche se sbircerei volentieri qua e là. Sa, Dante, mi ha fatto incuriosire parecchio.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho mentito, non tanto spesso, ma l’ho fatto. A fin di bene per lo più. La diplomazia è un’arte che padroneggio abbastanza bene e amo il quieto vivere. A mio svantaggio ho confermato accuse per non ferire o almeno per non farlo ulteriormente. Ma immagino conti poco agli occhi dell’Assoluto.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho la pessima abitudine di prendermi ciò che desidero. Proprio non riesco a farne a meno. È la mia testa, sa, mi fisso. Proprio non viene da pensare ad altro. Per fortuna le catene che tengono le schiave legate al proprio padrone si sono ridotte ad avere un solo anello d’oro. È molto più facile rubarle adesso. Le dirò, erano molto propense all’assecondare questo loro rapimento e si sono dette molto soddisfatte. Scusi il sarcasmo padre, ma capirà che nel 2020 questo precetto è quanto meno da rivedere.

Bè padre, mi perdoni, ma nel mio peccare sono stato coerente. Cerco sempre di esserlo. Ho sicuramente desiderato tutto ciò che ho rubato, oggetto o persona che sia. Mi sembra una condizione necessaria e sufficiente.

Ora che abbiamo terminato con me sa dirmi quando la sua chiesa si scuserà con me e con i miei dei per gli omicidi di massa commessi dai vostri crociati, dal tribunale della Santa Inquisizione e nell’arco delle ripetute operazioni di recruitment del vostro fan club a discapito della vita dei miei fratelli e sorelle? Mi dispiace anche per i vostri figli, di certo non suoi, nelle grinfie dei vostri sacerdoti, dei suoi colleghi insomma, ma questo non è affar mio. E poi non ho mai sentito di un girone per i pedofili, quindi al vostro ineccepibile Dio deve andar bene così.

Vorrei poterla perdonare, padre, per i suoi peccati.

K0

Maschi Vs Femmine

Twitter

Twitter è un posto magico. Un social di parole, seppur con un limite di caratteri, in cui ognuno può liberamente dire la sua. Senza metterci la faccia, né il nome. Un social di parole che nonostante tutto è pieno di tette e culi come, se non in misura maggiore, i peggiori account di Instagram. Almeno lì si vedono anche le facce. Così, qualche giorno fa, stavo scorrendo la mia home alla ricerca di un po’ di intrattenimento per uno dei pochi momenti di noia di questo periodo. Tra un paio di tette senza volto, ma attenzione: con aforismi ricchi di principi, calici sorretti tra le dita di piedi smaltati e tweet a sfondo politico mi appare questo post:

Continuo a scorrere, evidentemente immerso in altri pensieri, quando ad un tratto una vocina dentro di me: “Aspetta, ma che cazzo ho appena letto?!”. Scorro indietro alla ricerca del post, lo rileggo un paio di volte per accertarmi di aver compreso il contenuto (Italia sempre peggio per valori di analfabetismo funzionale e comprensione del testo, ma questa è un’altra storia) e inorridisco. Inorridisco non è il termine corretto perché in realtà la sensazione che provavo era più simile una soluzione di incredulità e disprezzo. “Ma siamo davvero ancora a questi livelli?”, commento tra me e me. Metto via il telefono e scendo dal tram.

Il post seppur, mi auguro, probabilmente a scopo polemico, riesce a tirare fuori il peggio nei suoi commenti. Persone senza volto esprimono il loro parere e non sempre questo pare essere datato dopo gli anni 2000 d.C. Questo fa riflettere, perché se è vero che siamo (quasi) tutti in grado di dire che questa ‘Norma sociale’ ormai è quasi del tutto superata quando siamo nel pieno delle nostre facoltà, diverso è il discorso quando siamo costretti a tornare al pensiero primitivo. Da quanto non avete un primo appuntamento? Vi ricordate, cari maschietti, l’ansia della questione? “Dovrò offrirle la cena? Devo pagare io? Le farà piacere? Se lo aspetta? O è una di quelle a cui queste cose danno fastidio? Una di quelle, come si chiamano? Ah sì, femministe. Che faccio?”. E invece voi femminucce? “Devo offrirmi di pagare? Tutto o metà? Magari lui non vuole, magari è una persona ancora attenta a queste cose. Dovrò fingere di andare in bagno e lasciare a lui la scelta?”. Che bella l’ansia del primo appuntamento, con tutto ciò che comporta.

Il concetto del “Il maschio paga” è legato ad una società ormai superata. Più che ad una società ad un’economia. Fino a qualche decennio fa le famiglie riuscivano a mantenersi con un solo stipendio di conseguenza era insensato che entrambi i genitori lavorassero. Era meglio concentrare le energie del “Genitore 2” alla cura della prole e della tana. Con il mutamento di questa condizione economica si è reso necessario che entrambi i genitori iniziassero a lavorare e a contribuire ai compiti familiari e domiciliari. Tempo e denaro sono da sempre risorse limitate e quindi da gestire con cautela. In questo contesto economico la donna ha dovuto e voluto farsi carico di un dovere una volta relegato all’uomo, il lavoro, e ha chiesto e preteso che l’uomo cominciasse ad occuparsi dei compiti una volta unicamente a lei affidati. In questa nuova società di persone in cui tutti svolgono gli stessi compiti la donna, giustamente, ha iniziato a pretendere di essere trattata alla pari dell’uomo.

Il problema è che come sempre si predica bene e si razzola male, come si suol dire. La vocina si fa largo tra i miei pensieri mentre scrivo: “Vedi di ponderare bene le parole perché qui si rischia il linciaggio, ho ancora molti moralismi da farti quindi dobbiamo sopravvivere a questo post”. Dicevo, molte volte ho assistito ad atteggiamenti di donne che mentre da un lato manifestassero, più o meno apertamente, questo desiderio di parità nei confronti dei pene-dotati, su molti atteggiamenti quotidiani invece pretendevano di essere ancora messe su un ipotetico piedistallo. Vedi la questione in oggetto. D’altra parte, per par condicio, ho anche visto donne meravigliose che invece si prendono ogni giorno, con ogni gesto, con ogni abitudine, la normale parità di cui sentono di avere pienamente diritto.

Può sembrare una cavolata, ma psicologicamente la questione è invece molto importante. La vita si decide spesso nei momenti di ansia ed insicurezza. Se nelle più piccole, ma quotidiane abitudini di ogni giorno, come può essere appunto un primo appuntamento vi fate trattare da ‘Femmine’ o ancora peggio lo pretendete, perché pensate che vi sia dovuto, come potete chiedere ad un essere semplice come un ‘Maschio’ di non etichettarvi come ‘Femmine’ e come tale cominciare a trattarvi? La parità, come ogni cosa, inizia nei piccoli gesti. Se pretendete di essere messe nelle condizioni di una ‘Femmina’ nella vita di tutti i giorni, non stupitevi se poi, dopo qualche anno, vi lasciano a casa con i bambini a fare le pulizie. La parità inizia nella donna, nel vedersi pari e nel pretendere di essere trattata come tale. Nel chiedere di uscire se qualcuno vi piace, nel dividere i conti o nell’offrire vicendevolmente, nell’aprirvi le porte, nel portarvi i bagagli (così imparate anche a metterci dentro anche meno roba, sembra di spostare sacche con cadaveri delle volte), nel pretendere il rispetto che meritate ogni giorno.

Pro tip (scusate lo slang giovanile): se dividete potete uscire il doppio!

Vi lascio, ho un’altra Santa Inquisizione da fermare, un altro medioevo da illuminare.

P.s. Uomini, tra due giorni sarà il 6 Gennaio, risparmiate alle vostre signore le battute sulla befana per cortesia. Tenetele per la suocera.

K0

Nihil Ego (Sum)

Io sono niente.

Ripetilo di nuovo, sentilo rimbombare nella tua testa, ascoltati:

io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Lo senti quel principio di panico? Quella che pian piano inconsciamente passa dall’essere paura ad essere libertà?

In una società retta dal principio di non contraddizione (qui la definizione) per cui una cosa è una cosa solo perché non è un’altra, assumersi la responsabilità di identificarsi con il niente è quanto meno spiazzante. Fin da bambino ci insegnano che un cane è un cane anche perché, oltre ad abbiare, non è un gatto, né un cavallo, né un elefante e così via. Ci inculcano che ogni cosa a questo mondo ha un suo opposto: il bene e il male, il salato e il dolce, il bianco e il nero. Così è facile sapere dove mettere le cose, compresi noi stessi. È semplice, lo sappiamo tutti che il nero va posizionato all’opposto del bianco, lungo un’immaginaria linea retta esattamente nel punto più lontano possibile. È facile anche per i bagni: pisello-maschio, non pisello-femmina. Anche se ultimamente le cose si sono un po’ complicate.

In una società in cui tutto ha un posto logicamente assegnato e dunque in cui tutto è facilmente collocabile non fa differenza riordinare la propria camera o la propria testa, ma dire che qualcosa è niente è un bel guaio. “E questo niente dove lo metto adesso? Vicino ai libri? O ai fiori? E di che colore è il niente? Senti, lo lascio qui sul pavimento, in un angolo, tanto non mi vede nessuno. Ma se qualcuno ci inciampa e si fa male? Che casino. E adesso?”. Figuriamoci poi se quel “Niente” è una persona. “Ciao Mamma, lui, bè lei, bè questo…insomma ti presento Niente”. È quasi la storia del ciclope di Ulisse. La situazione degenera poi se quel signor Niente siamo noi: “Come Niente?! Aspetta un attimo! Oh, ‘Niente’ a chi?? Io sono un sacco di cose, sono questo e sono quello e poi nel tempo libero sono anche quell’altro! Vedi?! Non sono mica niente io!”. Che sollievo.

La nostra prigione di etichette è quanto meno rassicurante. Ogni cosa ha il suo posto, il suo proprietario, il suo nome. Anche per le persone è così: lei è Cinzia, è la mia fidanzata.

Lei. Cinzia. Mia. Fidanzata.

Che nella vostra mente abbiate letto queste ultime quattro parole con tono asettico e logico o con la voce di uno scimmiesco uomo delle caverne poco importa. Il ragionamento rimane comunque primitivo, poco verosimile, stretto.

Indipendentemente dal numero di etichette che ci appicchiamo addosso ogni giorno della nostra vita, davanti alla semplice frase “Io sono niente” ci troviamo comunque a disagio.

Cozza contro ogni nostra logica, ma non è solo questo. Quelle semplici parole in qualche modo riescono a metterci davanti alla verità, davanti ad un’infinita potenzialità.

È vero che essere “Qualcosa” è rassicurante, ci aiuta a capire chi siamo e cosa dobbiamo fare, ma ricordate che nella società che ci siamo costruiti attorno se siamo una cosa non possiamo esserne un’altra, quanto meno non possiamo essere il suo opposto. Questo può andarci bene nella vita di tutti i giorni, quando non abbiamo tempo di fermarci a riflettere perché tra un caffè, una riunione, il preparare la cena e il nuovo episodio della nostra serie tv preferita è già ora di andare a dormire. Chiudete gli occhi.

Io sono niente.

Lo sentite quanto non vi basta più essere qualcosa? Riuscite a sentire quanto è pieno quel “Niente”, quanta energia ha in sé? Solo il niente può essere tutto, proprio perché non è niente. Non cercate di analizzarlo logicamente, non vi serve. Sentite dentro di voi quella sensazione? Come se tutti i piccoli tasselli che vi compongono si stessero muovendo dentro di voi in maniera autonoma per ricollocarsi ognuno al suo vero posto. Come se qualcuno vi avesse svelato la soluzione di un enigma che vi ha torturato per anni e la cui risposta era in realtà così semplice. Vi siete accorti di quel piccolo sorriso che avete fatto?

Io sono niente.

Quindi sono tutto, pur essendo nulla.

Posso essere tutto.

È un’inspiegabile sensazione di calore interiore, di pace, di fiducia. Tutto è al proprio posto.

Io sono niente ed è spaventoso e meraviglioso allo stesso istante.

Io sono niente e non ho bisogno che sia diverso da così perché questo sono io.

Io sono niente.

K0

Questo leone deve morire

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Il leone, adorato e temuto, è da sempre associato a qualità d’animo come l’orgoglio, il coraggio, la nobiltà e la regalità, il potere e la forza. Il suo ruggito nel nostro immaginario è un moto di sincerità ed al tempo stesso un atto di potere senza pari: lo percepiamo nascere dal nostro intimo, dallo stomaco, lo sentiamo crescere d’intensità mentre da esso si allontana lungo le nostre vene ed arterie, come fosse una valanga è ad ogni centimetro, ad ogni attimo, più potente e carico, ci accorgiamo di quell’istante in cui ci si ferma in gola, appena sotto le mandibole, quasi voglia assaporare quel suo flusso in piena, quasi stia raccogliendo ogni goccia delle sue forze per distruggere la sua diga e riversarsi sul mondo intero colmandolo, quasi come se una volta uscito dalla nostra bocca ogni cosa davanti ad esso ne verrà sommersa e al proprio riemergere non possa essere mai più la stessa. Dentro noi non esiste nulla più forte del ruggito di un leone.

Da tempo immemore tra gli animali associati al divino, costituì per gli antichi egizi una delle divinità più popolari: Sekhmeth, la dea dalla testa di leonessa. La tradizione vuole che questa fosse stata scelta dal dio Rah, disgustato dagli esseri umani, per porre fine alla loro esistenza. La dea, una volta assunte le fattezze di una leonessa, cominciò la sua opera di sterminio in una maniera così spietata che gli altri dei si mossero a pietà verso il genere umano e implorarono Rah di placare la sua messa. Questi cosparse i campi di birra e succo di melograno, rendendoli così di un rosso simile al sangue di cui la dea si nutriva nello svolgere il suo compito divino. La dea, ubriaca, crollò in un sonno profondo, al risveglio la sua collera si era ormai spenta ed il genere umano fu così salvo.

Adorato e temuto, il leone gode, come molte altre specie, di un altro dualismo: il maschile e il femminile. Il maschio alfa domina il suo branco, ha la possibilità di riprodursi e difende il suo territorio, la femmina invece si occupa del sostentamento del gruppo, della caccia e del badare ai cuccioli. Il maschio per lo più immobile, forza in potenza, la femmina cacciatrice, attiva, forza in atto.

Un’immagine meravigliosa del leone viene offerta nel film “Poolhall Junkies”:

Youtube – Poolhall Junkies

“C’è questo leone. È il re della giungla. Un’enorme criniera. Sta disteso sotto un albero, nel mezzo dell’Africa. È così grande e fa così caldo. Non vuole muoversi. Arrivano i cuccioli e iniziano a dargli fastidio. Gli mordono la coda, le orecchie. Lui non fa nulla. La leonessa inizia a dargli fastidio. Arriva, lo provoca. Ancora niente. Gli altri animali lo notano e iniziano a farsi avanti. Gli sciacalli, le iene. Gli ruggiscono, lo deridono. Gli mordono le zampe e mangiano il suo cibo. Mentre lo fanno si avvicinano, sempre più sfacciati. Finché un giorno quel leone si alza e fa un macello. Corre come il vento, mangia tutto ciò che è sulla sua strada. Perché ogni tanto il leone deve mostrare agli sciacalli, chi è, realmente “.

C’è un ciucciolo di leone dentro ognuno di noi il giorno in cui nasciamo. Questo, insieme a noi, muove i suoi primi passi, gironzola a gattoni curioso alla scoperta del mondo che gli sta attorno, gioca con gli altri cuccioli: le prime lotte, le prime cacce. Prova a ruggire, anche se quello stridulo rumorino che esce dalla sua bocca ha ancora molta strada davanti prima di diventare un ruggito da leone, da adulto. Cresciamo e con noi il leone entra nella pubertà, cambia il pelo, un accenno di barba, di criniera. Cambiano gli odori e con essi gli umori. Il cucciolo inizia a ribellarsi all’alfa. Il nuovo, al vecchio. Nonostante gli affetti rimangano, nel bene o nel male, ci separiamo dal branco. Bisogna farlo per noi stessi e per gli altri. È così che vanno le cose, ci ripetiamo. Diveniamo adulti finalmente. Le lotte non sono più giochi tra fratelli, ma veri scontri per la sopravvivenza, dell’infanzia mantengono solo il loro essere un appuntamento quotidiano. Quegli stessi fratelli sono ora i nostri più temuti nemici. Il primo ruggito non lo si scorda mai. Lo abbiamo sentito esplodere appena sopra il nostro stomaco e farsi così grande dentro di noi da non poter essere contenuto. I primi fallimenti, le prime ferite. Il mondo non è più lo stesso perché noi, la nostra pelle, i nostri occhi, non sono siamo più gli stessi. Non potrebbe essere diversamente. Passa il tempo e con esso i nostri anni, il nostro leone è sempre più pigro, le cicatrici sempre più spesse. Lo abbiamo messo a tacere, non gli abbiamo più dato retta, lo abbiamo riempito di palliativi, quasi fosse una malattia. Lo abbiamo costretto sotto quell’albero dell’Africa. Ci siamo rassegnati, ci siamo adattati. Non siamo neanche più certi di averne ancora bisogno. Non siamo neanche più sicuri che il giorno che invece ne avremo riuscirà a svegliarsi dal suo torpore e tornerà a lottare al nostro fianco. Ci capita davanti allo specchio di sorridere al ricordo del nostro giovane Io. Ma poi guardandoci nei nostri stessi occhi, là dove prima nascevano i ruggiti, ora nasce quel triste dubbio che ci fa chiedere: questo leone deve morire?

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K0

La liberazione del fallimento: avere trent’anni

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Che belli i 20 anni. Il corpo giovane, il cibo spazzatura, gli amori, le serate con gli amici, l’alcol a fiumi, qualche droga leggera, le notti in bianco, le energie illimitate, la vita spensierata. La vita spensierata. La mela di Biancaneve. Sì, perché è lì che tutto inizia, ma noi presi dal fiume dei nostri eccessi a malapena ricordiamo il nostro indirizzo di casa, figuriamoci se riusciamo a renderci conto di cosa sta succedendo davvero. Come Biancaneve prendiamo la mela che ci viene offerta. Dai, come si fa a non afferrarla: guarda come spicca il suo rosso, guarda come rifrange la luce con la sua superficie perfettamente liscia, guarda quanto cavolo odora di libertà. Siamo grandi adesso, votiamo, il liceo è finito, nessun genitore ci costringe ad un rientro entro la mezzanotte, possiamo andare in giro da soli a fare quel che ci pare e godere del nostro essere ufficialmente adulti. Quanto è saporita questa mela. A differenza del suo veleno che non solo è insapore, ma è anche ad effetto lento. È a 20 anni che cominciamo a tendere l’elastico: l’indice di una mano da una parte, il pollice e l’indice della seconda mano dall’altra. Elastico che ci porterà fino allo scoccare dei trenta.

I Trenta.

Che botta. Solo a dirlo sembra un’enormità. Un essere misterioso che ad un certo punto comincia a proiettare la sua ombra su di noi, sul gioire dei nostri vent’anni, rovinandoci pian piano le giornate. Lasciandoci sempre meno ore di luce. Un po’ come le giornate di fine settembre.

Trent’anni. Qualcosa che non rifarei.

Nonostante possa dirmi più che “Fortunato” nell’ottica di cui stiamo per parlare, anche il mio secondo lustro dei vent’anni ha avuto le sue ombre e anch’io, come molti, l’ho visto inesorabilmente soccombere nel maggio di qualche anno fa.

A 29 anni avevo già un tempo indeterminato full-time con un ruolo di circa responsabilità in una società solida. Il che può sembrare un miracolo nel nostro contesto economico. Ma anche le mele più belle spesso vengono divorate al loro interno da piccoli parassiti. Se all’apparenza poteva sembrare tutto perfetto, osservato, anzi vissuto, da vicino saltavano all’occhio tutte le difficoltà dell’essere novizio in un ruolo da responsabile, nel dover gestire risorse umane ed economiche, spesso senza un supporto da chi già ricopriva il mio stesso ruolo. Insomma, venivo additato come un cazzaro, a volerla dire tutta. Per non parlare della mia vita privata: qualche anno prima ero tornato a casa dei miei genitori dopo una convivenza finita male e dopo qualche tempo ero finito per essere il terzo incomodo in una relazione tra due persone che ancora oggi non mi capacito di come facessero a stare insieme. Per fortuna avevo la mia famiglia su cui potevo contare. Quando non mi prendeva per fallito ed irresponsabile in quanto incapace di capire le mie scelte. Ah sì! Mi ero anche appena laureato e la vita aveva già cominciato a darmi qualche indizio per il futuro a breve termine: mio padre che morirà da lì a qualche anno non aveva potuto assistere alla mia discussione della tesi in quanto impegnato in una seduta di radioterapia. Avrebbe sconfitto il primo dei due tumori, ma non avrà la meglio invece, sul secondo.

In tutto questo cominciavo a tendere il mio elastico, sulle punte delle dita, ogni giorno di più. Qualche amico di Facebook si sposava, qualcuno cominciava a figliare, qualcuno, Dio solo sa come, cominciava a postare foto di posti bellissimi, perennemente soleggiati, tutto l’anno. Uno è diventato persino un giocatore di beach volley professionista. Un giocatore di beach volley, vi rendete conto? Va bè.

“Ma tu quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Ma tutti quegli anelli?”, “E quei tatuaggi?”, “Pensi di mettere la testa a posto?!”, “Hai quasi TRENT’ANNI”.

Trent’anni. Sembrava quasi un’estrema unzione.

E io? Io ascoltavo il monologo iniziale di Trainspotting. Ve lo ricordate? Questo qui:

Ma l’elastico se ne fotteva di quante volte lo ascoltassi ogni giorno. La sua tensione cominciava a farsi sentire comunque. Mentre la fatidica data si avvicinava io cominciavo ad attraversare le mie fasi:

Fase 1. La bacchetta magica. Lo confesso: a volte mi capitava di avere questo pensiero senza senso per cui, magicamente, allo scoccare dei miei trent’anni mi sarei ritrovato sposato con la donna della mia vita, ovviamente già da me ingravidata, in una nostra casa, entrambi con il lavoro della nostra vita. E un cane. Molto Mulino Bianco insomma.

Fase 2. C’è da mettersi sotto. “Le cose non si fanno da sole! Dai Kappa! Daje!” Hai ragione, devo mettere la testa a posto. Trovare una compagna, impegnarmi nel mio lavoro e dare una regolata alla mia vita. Sì, anche mettermi a dieta.

Fase 3. Merda è troppo tardi. Oh cazzo, ma come è successo che ho già 29 anni e 364 giorni? E adesso come cazzo faccio? È difficile anche per me fare tutto in una sera. Avrei dovuto svegliarmi prima, sono un fallito. Avevano ragione.

Poi però succede il miracolo: allo scoccare dei 30 anni nessun messo comunale viene a bussarti alla porta in piena notte per marchiarti a fuoco la parola “FALLITO” in fronte così che tutti possano vederla. Sarà in ritardo? Avrà trovato traffico? Eppure fuori la strada è vuota. Sarà in malattia? È possibile che il comune non abbia un sostituto? Ma che disservizio è questo? Sconcertato e un po’ indignato te ne vai quindi a dormire. Il risveglio dei trenta e un giorno è strano: ti accarezzi la fronte, non si sa mai che il messo sia passato mentre dormivi, ti guardi allo specchio e i capelli bianchi sono li stessi di ieri, idem le rughe e forse hai perso anche qualche grammo per l’agitazione. Timoroso esci di casa e nessuno ti addita come un untore, diffidente percorri il tragitto fino al lavoro e lì non senti l’odore di bruciato che ti aspettavi: nessuno dei tuoi colleghi ha preparato il rogo su cui bruciarti vivo, anzi qualcuno ti fa anche gli auguri. Incredulo arrivi a fine giornata. I giorni successivi vanno ancora meglio. L’elastico che avevi teso per dieci anni è partito. In pieno hai mancato il bersaglio, ma almeno non te lo sei dato in faccia. Tutta l’ansia che avevi accumulato è lì a dirti: “E sticazzi, pace”.

Non c’è altra soluzione. Devo farlo. Devo chiedere un colloquio urgente alla mia coscienza.

L’allarme risuona assordante, la luce rossa intermittente penetra l’oscurità fino a raggiungere la caverna in cui è solita rinchiudersi. “Due coglioni, chissà che cazzo vuole adesso”. Si alza, si pulisce addosso le mani sporche di cioccolata e pizza. “Che vuoi”. Senza neanche il tono interrogativo. Bè, ma scusa, ho trent’anni, sono un fallito, come mai nessuno mi sta perseguitando con fiaccole e forconi? “Fallito de che?! Ma vedi di non rompere i coglioni e torna a giocare ai videogiochi va”. Basito, rimani immobile. Ti guarda, con un cenno ti fa segno di andartene. Incredulo ti giri e cominci a camminare. “Ah, Coso, aspetta n’attimo. È finita la cioccolata. Tocca andare a ricomprarla. O trovare qualcuno che lo faccia per noi. Mo’ vai, levati dal cazzo”.

Con un sorriso ti allontani. Non è successo niente. Ti sei solo fatto le seghe mentali. Per dieci anni.

K0

Il dilemma della pecora intelligente

Immagine di @Bianca_e_i_suoi_colori

È rosso. Quella stramaledetta luce ci inchioda al marciapiede. D’un tratto il cervello, accortosi dell’assenza di movimento, riemerge dai pensieri nel quale si era placidamente immerso cullato dall’andatura regolare dell’abitudinario percorso verso l’ufficio. Scocciato: “Bè che succede? Perché non ci stiamo muovendo?”. ‘È rosso’. Una rapida occhiata a sinistra, una a destra (non si sa mai). “Ma non c’è nessuno! Andiamo!”. ‘È rosso’. “Per carità saranno sì e no tre metri!”. ‘È rosso’. Altri si affiancano, anch’essi paralizzati dalla calda luce. Uno scambio di sguardi, quasi a chiedere il da farsi, ma nulla. Tutto tace in un condiviso e consensuale immobilismo. Lunghi attimi. All’improvviso un folle, ma coraggioso individuo si fa avanti tra la folla e dopo qualche istante di esitazione, spinto da chissà quale nobile proposito o missione, attraversa. L’ammirazione per colui che ha infranto le regole sociali (e stradali) che ci soggiogavano ci pervade e prende il sopravvento: tutti decidiamo di seguirlo in questa sua crociata verso la libertà. Impavidi percorriamo la distanza maledetta da quella luce infernale. Con un brivido che ci corre lungo la schiena raggiungiamo l’altra sponda. In quel preciso istante scatta il verde. Ovviamente.

Ero in aeroporto con la mia compagna, stavamo mestamente aspettando l’arrivo del nostro aereo per poter rientrare a Milano dalle ferie. Lei, più giovane e tecnologica, brandendo il suo preziosissimo smartphone mi avvisa che l’applicazione della compagnia segnala un ritardo di quasi un’ora. Mi scorgo verso il monitor sopra il nostro gate, ma nulla. Malfidente cerco di capire dal mio telefono quale magia abbia compiuto per prevedere il ritardo, ma evidentemente non sono più poi così tanto giovane, né al passo coi tempi. Le chiedo di farmi vedere il suo schermo magico, giusto per essere sicuro che, non so, magari abbiamo dimenticato come si legge o l’ordine dei numeri, non si sa mai. E’ sempre meglio controllare con i propri occhi, mi dico. Effettivamente quanto da lei millantato coincideva al vero, nessuna svista. Mi ero preventivamente detto che la tecnologia non sbaglia e che quindi avrei dovuto credere a qualunque cosa avessi letto. Finiamo di prendere il nostro caffè seduti al tavolino del bar adiacente all’ingresso dell’imbarco, ma visto il previsto ritardo, non ci alziamo. A quanto pare però gli altri passeggeri, o almeno la gran parte di loro, non erano assidui utilizzatori di app di compagnie aeree, né accompagnati da una giovine maga esperta in tecnologia, decidono di mettersi in coda. È a questo punto che vengo assalito dal dilemma della pecora intelligente. Ve lo illustro: le pecore sono rinomate per il loro muoversi in gregge, non sono gli unici animali a muoversi in gruppo, ma non si sa bene per quale motivo, se si pensa ad un animale i cui esemplari tendono a muoversi in massa si pensa subito ad un gregge di pecore. Viceversa se si pensa ad un animale intelligente di sicuro non si va a pescare come prima scelta l’ovino. Per questo motivo una pecora intelligente dovrebbe spiccare tra le altre, differenziandosi per quanto possibile. Il mio informatore di fiducia mi aveva comunicato di aver visto nella sua sfera di cristallo piena di microchip che il mio aeromobile sarebbe giunto molto in ritardo. Il mio cervello aveva elaborato l’informazione con su semplice “Va bè sticazzi, stiamocene seduti a mangiare mentre io mi faccio i fatti miei”. Eppure, nonostante tutto conducesse alla logica scelta di non bruciare mezza caloria in più del necessario per stare anche solo un secondo più del dovuto in piedi, lui era lì. Piano piano si faceva largo in me, sempre più forte, sempre più invadente, ormai aveva raggiunto persino le gambe che quasi fremevano dalla voglia di lavorare (per la prima volta nella loro vita). Lui era lì e gridava ‘Andiamo! Andiamo! Andiamo! Vanno tutti! Andiamo!’. L’istinto del gregge. L’implacabile ed instancabile istinto del gregge. Cominciò quindi una lotta epica tra il mio cervello, forte dell’alleanza con la mia pigrizia, che mi voleva saldamente spalmato sulla sedia del bar, e quella vocina dentro di me che ora gridava a più non posso. Ad ogni persona che si aggiungeva alla coda il mio cervello subiva un duro colpo, mentre il mio istinto rinasceva pieno di rinnovata energia. Inutile dire che la lotta fu breve. Presto cedetti e mi misi in coda trascinando con me la mia veggente tecnologica e il suo dissenso.

Una volta in coda la razionalità tornò a recuperare energie. Ad ogni minuto speso in coda corrispondeva un “Te lo avevo detto” da parte del mio cervello. Ma fu tutto vano. Il mio istinto aveva raggiunto la pace dei sensi e nulla riusciva più a tangerlo. Rimanemmo in coda e aspettammo. Non potendo brucare, ci limitavamo a belare.

Gli esseri umani sono così. Possiamo farci poco, quando siamo circondati da nostri simili tendiamo ad avvicinarci più agli ovini che alle scimmie. Perché lo so che tu ora sei lì a credermi un deficiente, ma fermati un attimo e dimmi: non ti è mai capitato di trovare un casello vuoto e uno con delle macchine in coda e quindi di accodarti in quello pieno anziché in quello vuoto non si sa bene per quale motivo? Non ti è mai capitato, mentre guidi distrattamente di ritrovarti dietro ad una macchina parcheggiata in seconda fila in attesa che svoltasse? O in una fitta nebbia di seguire le luci della macchina di fronte a te pur non sapendo se la tua e la sua meta coincidessero? O semplicemente di fare una scelta piuttosto che un’altra solo perché “Così fan tutti”?

Se così fosse prendi pure posto qui vicino a me. In caso contrario candidati come pastore.

Bèèèèè.

P.S. l’immagine in testa è stata realizzata appositamente per questo post da Bianca che ringrazio. Appena avete qualche minuto tra una brucata e una belata prendete la vostra sfera di pixels da mille euro e visitate il suo profilo:

K0

Reddito di Cittadinanza – un futuro strappato troppo presto.

dal web.

Negli ultimi giorni ha fatto notizia l’affermazione di Salvini secondo la quale l’istituto del reddito di cittadinanza debba essere posto ad una accurata verifica in quanto oggetto di sotterfugi e frodi da parte degli italiani.

Sembra quasi sia colpa del reddito di cittadinanza se gli italiani sono stronzi.

Ad ogni modo, non sono qui per criticare l’indole un po’ birichina dell’italiano medio, bensì per spezzare una lancia a favore della “Nuova” istituzione in auge da qualche mese. Partiamo dalle basi.

https://www.ilmessaggero.it/t/reddito-di-cittadinanza/

Che cos’è il reddito di cittadinanza?

Come avete avuto modo di capire dalle varie trasmissioni televisive, dagli articoli di giornale, dai post sui social network e dalle chiacchere condominiali il reddito di cittadinanza, per come lo intendiamo al momento noi italiani, non è altro che un sussidio ed un’integrazione alle famiglie il cui reddito non supera la soglia di povertà indicata dall’Istat. Soglia identificata con la cifra di 780€. Questa stessa cifra va poi ad indicare anche il limite massimo di godimento mensile di questo sussidio. In soldoni: se guadagnate meno di 780€ al mese potete richiedere l’integrazione allo Stato. Se anche guadagnate 0€ non potete richiedere più di quella somma.

Quali sono i requisiti minimi?

I requisiti sono davvero minimi: basta aver raggiungo la maggiore età, essere italiani e non avere entrate mensili pari o superiori a 780€.

Così strutturato in realtà risulta essere nient’altro che un sussidio di disoccupazione mascherato sotto nuovi paroloni o comunque qualcosa che gli si avvicina molto. Va riconosciuto al movimento 5 stelle di aver introdotto o quanto meno aver reso popolare il concetto base del reddito di cittadinanza: io sono cittadino italiano, pertanto lo stato deve prendersi cura di me e sostentarmi. Punto di vista diametralmente opposto a quello costituzionale, ma ci arriviamo tra poco.

Il reddito di cittadinanza è il futuro. A dirlo non sono io, bensì il famoso imprenditore e filantropo Elon Musk (quello che probabilmente ci porterà tutti su Marte per intenderci, non il cazzaro del parchetto sotto casa). Lo stesso, nel corso del Summit dei Governi Mondiali di Dubai, ha avuto modo di spiegare come in un’ottica di continua crescita dell’automazione del mondo del lavoro sia normale che si vadano a perdere posti di lavoro. Le macchine oltre a sostituire l’uomo nelle sue mansioni, riescono anche ad avere una migliore resa, rendendo l’essere umano di fatto obsoleto per molte attività. Questo fa sì che i robot lavorino al nostro posto e che la produzione non solo venga svincolata dall’uomo rendendolo libero di godere di un maggiore tempo libero, ma addirittura questa venga incrementata generando più guadagno. In questa nuova ottica, in assenza o scarsità di posti di lavoro, le nazioni devono prendersi carico dei loro cittadini garantendo un reddito di cittadinanza che permetta loro di sostentarsi. Il reddito di cui parla Musk è una cifra in denaro che viene distribuita ad ogni cittadino per il semplice fatto di essere un essere umano. Non c’è soglia minima, non ci sono altre variabili. In un mondo in cui il lavoro umano non esiste più o comunque è notevolmente ridotto, lo Stato si fa carico dei suoi cittadini e ne garantisce il sostentamento.

 A maggiore completezza vi riporto, prima di procedere con il nostro discorso, il link dell’articolo:

http://www.efdd-m5seuropa.com/2017/02/elon-musk-lautomazio.html

Elon Musk è un imprenditore che parla ad un Summit dei Governi Mondiali. Prendiamo le parole del magnate sudafricano per quello che sono: oggettivazioni. Per quanto possa essere vero che l’utilizzo di macchine nel mondo del lavoro non possa che aumentare la produttività bisogna tenere ben a mente che di fatto questi robot apparterranno ad una persona e che sarà quest’ultima a godere delle varie ottimizzazioni. Gli altri godranno semplicemente del ritrovato tempo libero e della loro totale povertà in assenza di un modo di potersi mantenere senza di posti di lavoro, a meno che, come ci si augura, l’istituto del reddito di cittadinanza non divenga una realtà consolidata e concreta.

È sempre bello parlare del futuro, tra scenari di fantascienza e grandi speranze, guardare avanti ci dà nuove energie da investire sul nostro domani. Ma in Italia come siamo messi?

Bè nel caldo Agosto del 2019 in Italia si sentono ancora gli odori e la frescura del Dicembre del 1947. Il giorno di San Giovanni di 72 anni fa (ormai manca poco alla ricorrenza) veniva promulgata la Costituzione Italiana il cui articolo 1 recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”. Continua poi all’articolo 4: “La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”. Avete fatto il bucato? Avete portato fuori il cane? Avete detto la preghierina prima di mangiare? Perché se continuiamo di questo passo a breve gli unici “Doveri, attività e funzioni” con cui potrete “Concorrere al progresso materiale e spirituale della società” saranno solo questi.

Ma sono passati ben 72 anni, è quasi una vita intera (nel nostro Paese l’aspettativa di vita è di 82 anni) chissà quante cose saranno già cambiate, chissà quanti passi avanti abbiamo già fatto!

Tanti quanti il numero di dita che avete attorno all’ombelico (non ditemi che avete controllato). Zero, nessuno, niente, nulla. Chiediamo ancora che ci venga dato un lavoro, ce ne inventiamo ogni giorno di nuovi, cerchiamo in ogni modo di capire come possiamo arrivare alla fine del mese in maniere ogni giorno più originali (o molto vecchie e tradizionali, ma illegali – ammicca, ammicca). Quando finalmente si accenna al futuro nel corso di una campagna elettorale finiamo col ridurre, col travisare, con l’approfittarci di questo nuovo germoglio e vanifichiamo per pigrizia e scarsa integrità morale tutte le nostre visioni futuristiche, le nostre grandi speranze per poi ricadere sempre nei soliti discorsi di circostanza. Non chiediamo ai nostri politici che lo Stato cominci a guardare avanti e cominci ad investire anziché tagliare e spostare fondi. Non pretendiamo che il mondo del lavoro venga reso Res Publica e che sia lo Stato ad occuparsene, magari intraprendendo attività produttive e di servizi anziché cederle, che crei guadagno anziché tassare il nostro, vecchio, quasi obsoleto istituto del salario. La stessa parola ci fa capire quanto vetusto ed arcaico sia questo concetto. Abbiamo fatto ben pochi passi avanti da quando il nostro lavoro veniva ricompensato con una piccola razione di sale.

Stiamo calpestando e strappando le radici di un istituto che se innaffiato e curato avrà modo di darci molti frutti.

Vi lascio con un ultimo articolo, un piccolo spunto di riflessione e magari l’inizio di un piccolo esame di coscienza.

https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/01/14/italia-repubblica-lavoro/?refresh_ce=1

K0