Triste Natale

“A snowman stands in front of a Xmas tree with a sad expression”. Web.

Mi piaceva il Natale. Quando vivevo da solo assumeva dei toni agrodolci che riuscivano a raggiungermi l’animo e farmi trovare un equilibrio con tutto ciò che mi circondava. Avevo ed ho ancora, un lavoro che per sua natura mi trascina, anche e soprattutto nel periodo natalizio, là dove tutte le persone si incontrano per godere assieme di quell’atmosfera magica. Il centro città con le sue mille e più persone, le sue altrettante lucine e musiche natalizie, il freddo del clima e il calore della gente che come per effetto di un incantesimo, si ricorda di essere umana e dunque più buona. L’affollarsi della gente per le piazze e i viottoli in cerca di regali da fare o di una semplice passeggiata con la famiglia, il suo chiacchiericcio, le urla dei bambini felici. Tutto si bilanciava perfettamente con il silenzio e la solitudine di casa mia. La mia “Normalità”. Nessun albero, tanto meno nessun presepe, nessuna decorazione o festone, ghirlanda o simili. Nessuna canzone di Natale, nessun “Jingle Bells” se non quello che mi rimaneva in testa per qualche ora dopo essere rientrato nel mio rifugio dal mondo. C’era silenzio. C’era pace. Era un ritrovarsi e un sapere di esserci indipendentemente dal mondo, ma all’interno di esso.

Le due facce dello stesso natale si alternavano fino alla cena del ventiquattro. Ogni anno, preventivamente attorno a fine novembre, io e mia sorella convincevamo te e la mamma a fare l’albero. Lo so che ti rompevi le palle e so che il tuo unico contributo era solo recuperare l’albero in solaio, aprirne i rami e occuparti delle parti alte, ma era bello ritrovarlo. Era bello sapere che in qualche modo, ognuno nella sua misura, avevate contribuito entrambi per farci felici. Così come era bello ritrovarsi tutti insieme arrivando un po’ per volta come in un punto di ritrovo a cui si può sempre tornare e trovare qualcuno ad aspettarti. Trovarvi a casa ad occuparvi dei vari preparativi, i regali alle spalle del divano, la mamma nervosa per la riuscita della cena, tu ai suoi ordini pur sapendo che tanto ogni cosa fatta non sarebbe andata bene perché non è così che si fa. Arrivare e mettersi il pigiama prima di aiutarvi, prima di darti il cambio, prima di fingere di non essere mai andato via perché probabilmente non l’ho mai fatto davvero. E poi la cena, l’esser sazi dopo il primo primo, il prosecco con il melograno, la tovaglia rossa, la tv che parla con sé stessa in sottofondo, il caffè, l’attesa della mezzanotte per poter aprire i regali, molti concordati nelle settimane precedenti, ma comunque belli e sorprendenti una volta aperti, il “Provali e fammi sapere se ti vanno bene altrimenti li vado a cambiare”, i calzettoni che immancabilmente ogni anno ci regalava la mamma.

Sopra ogni cosa al mondo la cena del ventiquattro era il mio miglior regalo ogni anno.

E così, mentre per il resto del mondo non cambiava nulla, per me cambiava tutto. Casa mia era un po’ meno vuota e silenziosa, il lavoro meno pesante, le persone meno asfissianti ed io sicuramente un po’ più felice. Una piccola lampadina natalizia si accendeva anche dentro di me.

Adesso molte cose sono cambiate. Io non vivo più da solo e tu non ci sei più. A quella cena manca il suo buffone di corte, le manca il suo intrattenitore, quello che in qualche modo aveva sempre qualcosa da dire, quello che aveva sempre qualche discussione in cui coinvolgerti, quello che in qualche maniera riusciva sempre a strapparti un sorriso. Per fortuna una parte di te è rimasta in mia sorella, se fosse per me sarebbe tutto un lungo susseguirsi di silenzi. Non fraintendermi, non voglio dire che ora sia brutta o che non mi vada di andarci o che io non voglia tornare a casa. È comunque bello il ritrovarsi, il sedersi attorno ad un tavolo per stare insieme con un pretesto, aspettare di aprire i regali, il rinnovarsi dell’appuntamento.

È solo che la mamma non è più nervosa adesso, è solo triste, io non metto più il pigiama e senza le tue voglie le portate si sono notevolmente ridotte di numero quindi la mamma può occuparsene da sola senza finti pretesti per coinvolgerci, a volte non vuole neanche il nostro aiuto. L’albero sembra sempre un po’ più spento e meno decorato, la tovaglia meno rossa. Ci sono meno regali dietro al divano, ma non preoccuparti ci sono ancora le calze della mamma. Qualche volta la tv smette di parlare da sola e riesce a raggiungere qualcuno di noi. È solo che alla cena manca il suo showman ed a me il mio papà.

K0

Questo leone deve morire

Wikipedia

Il leone, adorato e temuto, è da sempre associato a qualità d’animo come l’orgoglio, il coraggio, la nobiltà e la regalità, il potere e la forza. Il suo ruggito nel nostro immaginario è un moto di sincerità ed al tempo stesso un atto di potere senza pari: lo percepiamo nascere dal nostro intimo, dallo stomaco, lo sentiamo crescere d’intensità mentre da esso si allontana lungo le nostre vene ed arterie, come fosse una valanga è ad ogni centimetro, ad ogni attimo, più potente e carico, ci accorgiamo di quell’istante in cui ci si ferma in gola, appena sotto le mandibole, quasi voglia assaporare quel suo flusso in piena, quasi stia raccogliendo ogni goccia delle sue forze per distruggere la sua diga e riversarsi sul mondo intero colmandolo, quasi come se una volta uscito dalla nostra bocca ogni cosa davanti ad esso ne verrà sommersa e al proprio riemergere non possa essere mai più la stessa. Dentro noi non esiste nulla più forte del ruggito di un leone.

Da tempo immemore tra gli animali associati al divino, costituì per gli antichi egizi una delle divinità più popolari: Sekhmeth, la dea dalla testa di leonessa. La tradizione vuole che questa fosse stata scelta dal dio Rah, disgustato dagli esseri umani, per porre fine alla loro esistenza. La dea, una volta assunte le fattezze di una leonessa, cominciò la sua opera di sterminio in una maniera così spietata che gli altri dei si mossero a pietà verso il genere umano e implorarono Rah di placare la sua messa. Questi cosparse i campi di birra e succo di melograno, rendendoli così di un rosso simile al sangue di cui la dea si nutriva nello svolgere il suo compito divino. La dea, ubriaca, crollò in un sonno profondo, al risveglio la sua collera si era ormai spenta ed il genere umano fu così salvo.

Adorato e temuto, il leone gode, come molte altre specie, di un altro dualismo: il maschile e il femminile. Il maschio alfa domina il suo branco, ha la possibilità di riprodursi e difende il suo territorio, la femmina invece si occupa del sostentamento del gruppo, della caccia e del badare ai cuccioli. Il maschio per lo più immobile, forza in potenza, la femmina cacciatrice, attiva, forza in atto.

Un’immagine meravigliosa del leone viene offerta nel film “Poolhall Junkies”:

Youtube – Poolhall Junkies

“C’è questo leone. È il re della giungla. Un’enorme criniera. Sta disteso sotto un albero, nel mezzo dell’Africa. È così grande e fa così caldo. Non vuole muoversi. Arrivano i cuccioli e iniziano a dargli fastidio. Gli mordono la coda, le orecchie. Lui non fa nulla. La leonessa inizia a dargli fastidio. Arriva, lo provoca. Ancora niente. Gli altri animali lo notano e iniziano a farsi avanti. Gli sciacalli, le iene. Gli ruggiscono, lo deridono. Gli mordono le zampe e mangiano il suo cibo. Mentre lo fanno si avvicinano, sempre più sfacciati. Finché un giorno quel leone si alza e fa un macello. Corre come il vento, mangia tutto ciò che è sulla sua strada. Perché ogni tanto il leone deve mostrare agli sciacalli, chi è, realmente “.

C’è un ciucciolo di leone dentro ognuno di noi il giorno in cui nasciamo. Questo, insieme a noi, muove i suoi primi passi, gironzola a gattoni curioso alla scoperta del mondo che gli sta attorno, gioca con gli altri cuccioli: le prime lotte, le prime cacce. Prova a ruggire, anche se quello stridulo rumorino che esce dalla sua bocca ha ancora molta strada davanti prima di diventare un ruggito da leone, da adulto. Cresciamo e con noi il leone entra nella pubertà, cambia il pelo, un accenno di barba, di criniera. Cambiano gli odori e con essi gli umori. Il cucciolo inizia a ribellarsi all’alfa. Il nuovo, al vecchio. Nonostante gli affetti rimangano, nel bene o nel male, ci separiamo dal branco. Bisogna farlo per noi stessi e per gli altri. È così che vanno le cose, ci ripetiamo. Diveniamo adulti finalmente. Le lotte non sono più giochi tra fratelli, ma veri scontri per la sopravvivenza, dell’infanzia mantengono solo il loro essere un appuntamento quotidiano. Quegli stessi fratelli sono ora i nostri più temuti nemici. Il primo ruggito non lo si scorda mai. Lo abbiamo sentito esplodere appena sopra il nostro stomaco e farsi così grande dentro di noi da non poter essere contenuto. I primi fallimenti, le prime ferite. Il mondo non è più lo stesso perché noi, la nostra pelle, i nostri occhi, non sono siamo più gli stessi. Non potrebbe essere diversamente. Passa il tempo e con esso i nostri anni, il nostro leone è sempre più pigro, le cicatrici sempre più spesse. Lo abbiamo messo a tacere, non gli abbiamo più dato retta, lo abbiamo riempito di palliativi, quasi fosse una malattia. Lo abbiamo costretto sotto quell’albero dell’Africa. Ci siamo rassegnati, ci siamo adattati. Non siamo neanche più certi di averne ancora bisogno. Non siamo neanche più sicuri che il giorno che invece ne avremo riuscirà a svegliarsi dal suo torpore e tornerà a lottare al nostro fianco. Ci capita davanti allo specchio di sorridere al ricordo del nostro giovane Io. Ma poi guardandoci nei nostri stessi occhi, là dove prima nascevano i ruggiti, ora nasce quel triste dubbio che ci fa chiedere: questo leone deve morire?

Web

K0

Oggi.

Canova: Amore & Psiche

Ti ho sognata. Ancora. Eri sdraiata a pancia in su. Le mie spalle, opposte alle tue, sorreggevano la tua testa. Le tue, la mia. Cullandola dolcemente, ho sollevato la tua montagna di capelli e l’ho appoggiata a terra. Su di essi ho adagiato la tua testa. Ti ho sorriso e spingendomi verso di te, ho baciato il tuo labbro inferiore. Di contro hai fatto lo stesso. Ti ho sorriso ancora.

Un bacio. Un semplice bacio. E’ cominciata così. Lo ricordi ancora? Quel maledetto giorno, quel maledetto appuntamento di lavoro, quel tuo maledetto ufficio. Era il 12 febbraio, pioveva. Mi hanno fatto accomodare ad aspettare che tu arrivassi. Non sembrava fosse una stranezza che tu fossi in ritardo. Quando hai spalancato quella porta non ho avuto modo di sentire le tue scuse. Ero troppo impegnato a riprendere fiato, a cercare di cancellare quella mia espressione inebetita, a ritrovare l’uso della parola. Quanto ci abbiamo messo a darci il primo bacio? Mezz’ora? Potrei giurare ci siano voluti anni. Sento ancora il sapore e l’odore della tua saliva. Se non fosse stato per il telefono del tuo ufficio che non si ostinava a smettere di squillare probabilmente saremmo ancora lì.

La seconda volta non fu più facile. Almeno fino al secondo giro di spritz. “Beviamo una cosa e ci salutiamo”. Finimmo a spogliarci tra le scomodità di un sedile posteriore, in pieno centro città alle cinque del mattino. Quando la vita degli altri stava per ricominciare all’alba di un nuovo giorno noi stavamo tornando a casa. Ognuno la sua. Entrambi con una propria vita da ricominciare. Fu quella sera che ebbe inizio la fine.

Ci rifugiavamo nel tuo ufficio in pausa pranzo a mangiarci a vicenda, buttando i vestiti ovunque, finendo sempre su quel dannato pavimento che ancora i miei gomiti e le mie ginocchia ricordano. Ci ritrovavamo in un motel il giovedì mattina per tentare di sfuggire alle nostre vite, come se fosse possibile, a graffiarci per provare ad appartenerci, a prenderci senza sosta, anima e corpo, per tentare di fonderci in una cosa sola. Non desideravamo altro. Quell’insensato desiderio di fusione ci faceva bruciare di giorno e ci torturava la notte. Non mangiavamo e non dormivamo. In palestra il sudore ci ricordava dei graffi, dei morsi. Le ferite non facevano in tempo a guarire e di settimana in settimana si rinnovavano continuamente. Non bastava, non bastava mai. Non importava quante volte e in quanti modi prendessi il tuo corpo, in quanti tentassi di strapparti l’anima. Non bastava. Non esistevi che tu. I ricordi del nostro tempo assieme lasciavano spazio solo al cercare di trovare altro tempo da passare con te.

Stavamo sprofondando dimenticandoci di respirare. L’ossessione di impossessarci dell’altro ci trascinava verso il fondo di un oceano così scuro da non vedere nemmeno il peso che avevamo incatenato alle nostre caviglie.

Il bruciore del primo respiro fu molto più doloroso di quello dei graffi accumulati negli ultimi mesi. Quello del realizzare che non saremmo mai riusciti a vivere insieme alla luce del sole lo fu ancora di più. Ben presto finimmo con l’odiarci. Tutto finì col remarci contro. Remavamo in direzioni contrarie condannandoci a rimare fermi, ruotando su noi stessi. Facendolo ci rinfacciavamo l’un l’altra le ferite che ci eravamo inflitti. Le stesse cose che ci avevano avvicinato, che avevano provato ad unificarci, ci divisero. L’una sull’altra costruirono un muro così spesso che appena fu abbastanza alto da farci sparire alla vista dell’altro le lacrime non poterono abbatterlo. Spostammo i graffi dalle schiene alle nocche, ma l’unico risultato fu quello di dipingere il nostro lato del muro con la nostra pelle ed il nostro sangue. Non si mosse. Non vacillò. Il dipinto che ognuno aveva realizzato dal suo lato ricordava ad entrambi quanto male ci fossimo fatti e quanto bisogno avessimo di voltarci e camminare in direzioni opposte. Come se a quel muro avessimo conficcato un chiodo per tenere ben salde le nostre anime allontanarci da esso fu il dolore più grande delle nostre vite.

Oggi ancora mi torni in mente quando non sono assorto in qualche mio pensiero. Ancora ti odio per il male che mi hai fatto. Ancora ricordo il bruciore dei graffi e il dolore dei morsi. Ancora sento il sapore e l’odore della tua saliva. Oggi non voglio sapere se tu sia felice e neanche se tu sia viva. Oggi non voglio neanche provare a concepire che tu possa avere una vita senza di me. Che tu possa essere quello che non sei stata con me: felice.

Oggi io ti amo ancora.

La liberazione del fallimento: avere trent’anni

https://www.instagram.com/vita30anni

Che belli i 20 anni. Il corpo giovane, il cibo spazzatura, gli amori, le serate con gli amici, l’alcol a fiumi, qualche droga leggera, le notti in bianco, le energie illimitate, la vita spensierata. La vita spensierata. La mela di Biancaneve. Sì, perché è lì che tutto inizia, ma noi presi dal fiume dei nostri eccessi a malapena ricordiamo il nostro indirizzo di casa, figuriamoci se riusciamo a renderci conto di cosa sta succedendo davvero. Come Biancaneve prendiamo la mela che ci viene offerta. Dai, come si fa a non afferrarla: guarda come spicca il suo rosso, guarda come rifrange la luce con la sua superficie perfettamente liscia, guarda quanto cavolo odora di libertà. Siamo grandi adesso, votiamo, il liceo è finito, nessun genitore ci costringe ad un rientro entro la mezzanotte, possiamo andare in giro da soli a fare quel che ci pare e godere del nostro essere ufficialmente adulti. Quanto è saporita questa mela. A differenza del suo veleno che non solo è insapore, ma è anche ad effetto lento. È a 20 anni che cominciamo a tendere l’elastico: l’indice di una mano da una parte, il pollice e l’indice della seconda mano dall’altra. Elastico che ci porterà fino allo scoccare dei trenta.

I Trenta.

Che botta. Solo a dirlo sembra un’enormità. Un essere misterioso che ad un certo punto comincia a proiettare la sua ombra su di noi, sul gioire dei nostri vent’anni, rovinandoci pian piano le giornate. Lasciandoci sempre meno ore di luce. Un po’ come le giornate di fine settembre.

Trent’anni. Qualcosa che non rifarei.

Nonostante possa dirmi più che “Fortunato” nell’ottica di cui stiamo per parlare, anche il mio secondo lustro dei vent’anni ha avuto le sue ombre e anch’io, come molti, l’ho visto inesorabilmente soccombere nel maggio di qualche anno fa.

A 29 anni avevo già un tempo indeterminato full-time con un ruolo di circa responsabilità in una società solida. Il che può sembrare un miracolo nel nostro contesto economico. Ma anche le mele più belle spesso vengono divorate al loro interno da piccoli parassiti. Se all’apparenza poteva sembrare tutto perfetto, osservato, anzi vissuto, da vicino saltavano all’occhio tutte le difficoltà dell’essere novizio in un ruolo da responsabile, nel dover gestire risorse umane ed economiche, spesso senza un supporto da chi già ricopriva il mio stesso ruolo. Insomma, venivo additato come un cazzaro, a volerla dire tutta. Per non parlare della mia vita privata: qualche anno prima ero tornato a casa dei miei genitori dopo una convivenza finita male e dopo qualche tempo ero finito per essere il terzo incomodo in una relazione tra due persone che ancora oggi non mi capacito di come facessero a stare insieme. Per fortuna avevo la mia famiglia su cui potevo contare. Quando non mi prendeva per fallito ed irresponsabile in quanto incapace di capire le mie scelte. Ah sì! Mi ero anche appena laureato e la vita aveva già cominciato a darmi qualche indizio per il futuro a breve termine: mio padre che morirà da lì a qualche anno non aveva potuto assistere alla mia discussione della tesi in quanto impegnato in una seduta di radioterapia. Avrebbe sconfitto il primo dei due tumori, ma non avrà la meglio invece, sul secondo.

In tutto questo cominciavo a tendere il mio elastico, sulle punte delle dita, ogni giorno di più. Qualche amico di Facebook si sposava, qualcuno cominciava a figliare, qualcuno, Dio solo sa come, cominciava a postare foto di posti bellissimi, perennemente soleggiati, tutto l’anno. Uno è diventato persino un giocatore di beach volley professionista. Un giocatore di beach volley, vi rendete conto? Va bè.

“Ma tu quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Ma tutti quegli anelli?”, “E quei tatuaggi?”, “Pensi di mettere la testa a posto?!”, “Hai quasi TRENT’ANNI”.

Trent’anni. Sembrava quasi un’estrema unzione.

E io? Io ascoltavo il monologo iniziale di Trainspotting. Ve lo ricordate? Questo qui:

Ma l’elastico se ne fotteva di quante volte lo ascoltassi ogni giorno. La sua tensione cominciava a farsi sentire comunque. Mentre la fatidica data si avvicinava io cominciavo ad attraversare le mie fasi:

Fase 1. La bacchetta magica. Lo confesso: a volte mi capitava di avere questo pensiero senza senso per cui, magicamente, allo scoccare dei miei trent’anni mi sarei ritrovato sposato con la donna della mia vita, ovviamente già da me ingravidata, in una nostra casa, entrambi con il lavoro della nostra vita. E un cane. Molto Mulino Bianco insomma.

Fase 2. C’è da mettersi sotto. “Le cose non si fanno da sole! Dai Kappa! Daje!” Hai ragione, devo mettere la testa a posto. Trovare una compagna, impegnarmi nel mio lavoro e dare una regolata alla mia vita. Sì, anche mettermi a dieta.

Fase 3. Merda è troppo tardi. Oh cazzo, ma come è successo che ho già 29 anni e 364 giorni? E adesso come cazzo faccio? È difficile anche per me fare tutto in una sera. Avrei dovuto svegliarmi prima, sono un fallito. Avevano ragione.

Poi però succede il miracolo: allo scoccare dei 30 anni nessun messo comunale viene a bussarti alla porta in piena notte per marchiarti a fuoco la parola “FALLITO” in fronte così che tutti possano vederla. Sarà in ritardo? Avrà trovato traffico? Eppure fuori la strada è vuota. Sarà in malattia? È possibile che il comune non abbia un sostituto? Ma che disservizio è questo? Sconcertato e un po’ indignato te ne vai quindi a dormire. Il risveglio dei trenta e un giorno è strano: ti accarezzi la fronte, non si sa mai che il messo sia passato mentre dormivi, ti guardi allo specchio e i capelli bianchi sono li stessi di ieri, idem le rughe e forse hai perso anche qualche grammo per l’agitazione. Timoroso esci di casa e nessuno ti addita come un untore, diffidente percorri il tragitto fino al lavoro e lì non senti l’odore di bruciato che ti aspettavi: nessuno dei tuoi colleghi ha preparato il rogo su cui bruciarti vivo, anzi qualcuno ti fa anche gli auguri. Incredulo arrivi a fine giornata. I giorni successivi vanno ancora meglio. L’elastico che avevi teso per dieci anni è partito. In pieno hai mancato il bersaglio, ma almeno non te lo sei dato in faccia. Tutta l’ansia che avevi accumulato è lì a dirti: “E sticazzi, pace”.

Non c’è altra soluzione. Devo farlo. Devo chiedere un colloquio urgente alla mia coscienza.

L’allarme risuona assordante, la luce rossa intermittente penetra l’oscurità fino a raggiungere la caverna in cui è solita rinchiudersi. “Due coglioni, chissà che cazzo vuole adesso”. Si alza, si pulisce addosso le mani sporche di cioccolata e pizza. “Che vuoi”. Senza neanche il tono interrogativo. Bè, ma scusa, ho trent’anni, sono un fallito, come mai nessuno mi sta perseguitando con fiaccole e forconi? “Fallito de che?! Ma vedi di non rompere i coglioni e torna a giocare ai videogiochi va”. Basito, rimani immobile. Ti guarda, con un cenno ti fa segno di andartene. Incredulo ti giri e cominci a camminare. “Ah, Coso, aspetta n’attimo. È finita la cioccolata. Tocca andare a ricomprarla. O trovare qualcuno che lo faccia per noi. Mo’ vai, levati dal cazzo”.

Con un sorriso ti allontani. Non è successo niente. Ti sei solo fatto le seghe mentali. Per dieci anni.

K0

Il dilemma della pecora intelligente

Immagine di @Bianca_e_i_suoi_colori

È rosso. Quella stramaledetta luce ci inchioda al marciapiede. D’un tratto il cervello, accortosi dell’assenza di movimento, riemerge dai pensieri nel quale si era placidamente immerso cullato dall’andatura regolare dell’abitudinario percorso verso l’ufficio. Scocciato: “Bè che succede? Perché non ci stiamo muovendo?”. ‘È rosso’. Una rapida occhiata a sinistra, una a destra (non si sa mai). “Ma non c’è nessuno! Andiamo!”. ‘È rosso’. “Per carità saranno sì e no tre metri!”. ‘È rosso’. Altri si affiancano, anch’essi paralizzati dalla calda luce. Uno scambio di sguardi, quasi a chiedere il da farsi, ma nulla. Tutto tace in un condiviso e consensuale immobilismo. Lunghi attimi. All’improvviso un folle, ma coraggioso individuo si fa avanti tra la folla e dopo qualche istante di esitazione, spinto da chissà quale nobile proposito o missione, attraversa. L’ammirazione per colui che ha infranto le regole sociali (e stradali) che ci soggiogavano ci pervade e prende il sopravvento: tutti decidiamo di seguirlo in questa sua crociata verso la libertà. Impavidi percorriamo la distanza maledetta da quella luce infernale. Con un brivido che ci corre lungo la schiena raggiungiamo l’altra sponda. In quel preciso istante scatta il verde. Ovviamente.

Ero in aeroporto con la mia compagna, stavamo mestamente aspettando l’arrivo del nostro aereo per poter rientrare a Milano dalle ferie. Lei, più giovane e tecnologica, brandendo il suo preziosissimo smartphone mi avvisa che l’applicazione della compagnia segnala un ritardo di quasi un’ora. Mi scorgo verso il monitor sopra il nostro gate, ma nulla. Malfidente cerco di capire dal mio telefono quale magia abbia compiuto per prevedere il ritardo, ma evidentemente non sono più poi così tanto giovane, né al passo coi tempi. Le chiedo di farmi vedere il suo schermo magico, giusto per essere sicuro che, non so, magari abbiamo dimenticato come si legge o l’ordine dei numeri, non si sa mai. E’ sempre meglio controllare con i propri occhi, mi dico. Effettivamente quanto da lei millantato coincideva al vero, nessuna svista. Mi ero preventivamente detto che la tecnologia non sbaglia e che quindi avrei dovuto credere a qualunque cosa avessi letto. Finiamo di prendere il nostro caffè seduti al tavolino del bar adiacente all’ingresso dell’imbarco, ma visto il previsto ritardo, non ci alziamo. A quanto pare però gli altri passeggeri, o almeno la gran parte di loro, non erano assidui utilizzatori di app di compagnie aeree, né accompagnati da una giovine maga esperta in tecnologia, decidono di mettersi in coda. È a questo punto che vengo assalito dal dilemma della pecora intelligente. Ve lo illustro: le pecore sono rinomate per il loro muoversi in gregge, non sono gli unici animali a muoversi in gruppo, ma non si sa bene per quale motivo, se si pensa ad un animale i cui esemplari tendono a muoversi in massa si pensa subito ad un gregge di pecore. Viceversa se si pensa ad un animale intelligente di sicuro non si va a pescare come prima scelta l’ovino. Per questo motivo una pecora intelligente dovrebbe spiccare tra le altre, differenziandosi per quanto possibile. Il mio informatore di fiducia mi aveva comunicato di aver visto nella sua sfera di cristallo piena di microchip che il mio aeromobile sarebbe giunto molto in ritardo. Il mio cervello aveva elaborato l’informazione con su semplice “Va bè sticazzi, stiamocene seduti a mangiare mentre io mi faccio i fatti miei”. Eppure, nonostante tutto conducesse alla logica scelta di non bruciare mezza caloria in più del necessario per stare anche solo un secondo più del dovuto in piedi, lui era lì. Piano piano si faceva largo in me, sempre più forte, sempre più invadente, ormai aveva raggiunto persino le gambe che quasi fremevano dalla voglia di lavorare (per la prima volta nella loro vita). Lui era lì e gridava ‘Andiamo! Andiamo! Andiamo! Vanno tutti! Andiamo!’. L’istinto del gregge. L’implacabile ed instancabile istinto del gregge. Cominciò quindi una lotta epica tra il mio cervello, forte dell’alleanza con la mia pigrizia, che mi voleva saldamente spalmato sulla sedia del bar, e quella vocina dentro di me che ora gridava a più non posso. Ad ogni persona che si aggiungeva alla coda il mio cervello subiva un duro colpo, mentre il mio istinto rinasceva pieno di rinnovata energia. Inutile dire che la lotta fu breve. Presto cedetti e mi misi in coda trascinando con me la mia veggente tecnologica e il suo dissenso.

Una volta in coda la razionalità tornò a recuperare energie. Ad ogni minuto speso in coda corrispondeva un “Te lo avevo detto” da parte del mio cervello. Ma fu tutto vano. Il mio istinto aveva raggiunto la pace dei sensi e nulla riusciva più a tangerlo. Rimanemmo in coda e aspettammo. Non potendo brucare, ci limitavamo a belare.

Gli esseri umani sono così. Possiamo farci poco, quando siamo circondati da nostri simili tendiamo ad avvicinarci più agli ovini che alle scimmie. Perché lo so che tu ora sei lì a credermi un deficiente, ma fermati un attimo e dimmi: non ti è mai capitato di trovare un casello vuoto e uno con delle macchine in coda e quindi di accodarti in quello pieno anziché in quello vuoto non si sa bene per quale motivo? Non ti è mai capitato, mentre guidi distrattamente di ritrovarti dietro ad una macchina parcheggiata in seconda fila in attesa che svoltasse? O in una fitta nebbia di seguire le luci della macchina di fronte a te pur non sapendo se la tua e la sua meta coincidessero? O semplicemente di fare una scelta piuttosto che un’altra solo perché “Così fan tutti”?

Se così fosse prendi pure posto qui vicino a me. In caso contrario candidati come pastore.

Bèèèèè.

P.S. l’immagine in testa è stata realizzata appositamente per questo post da Bianca che ringrazio. Appena avete qualche minuto tra una brucata e una belata prendete la vostra sfera di pixels da mille euro e visitate il suo profilo:

K0

Reddito di Cittadinanza – un futuro strappato troppo presto.

dal web.

Negli ultimi giorni ha fatto notizia l’affermazione di Salvini secondo la quale l’istituto del reddito di cittadinanza debba essere posto ad una accurata verifica in quanto oggetto di sotterfugi e frodi da parte degli italiani.

Sembra quasi sia colpa del reddito di cittadinanza se gli italiani sono stronzi.

Ad ogni modo, non sono qui per criticare l’indole un po’ birichina dell’italiano medio, bensì per spezzare una lancia a favore della “Nuova” istituzione in auge da qualche mese. Partiamo dalle basi.

https://www.ilmessaggero.it/t/reddito-di-cittadinanza/

Che cos’è il reddito di cittadinanza?

Come avete avuto modo di capire dalle varie trasmissioni televisive, dagli articoli di giornale, dai post sui social network e dalle chiacchere condominiali il reddito di cittadinanza, per come lo intendiamo al momento noi italiani, non è altro che un sussidio ed un’integrazione alle famiglie il cui reddito non supera la soglia di povertà indicata dall’Istat. Soglia identificata con la cifra di 780€. Questa stessa cifra va poi ad indicare anche il limite massimo di godimento mensile di questo sussidio. In soldoni: se guadagnate meno di 780€ al mese potete richiedere l’integrazione allo Stato. Se anche guadagnate 0€ non potete richiedere più di quella somma.

Quali sono i requisiti minimi?

I requisiti sono davvero minimi: basta aver raggiungo la maggiore età, essere italiani e non avere entrate mensili pari o superiori a 780€.

Così strutturato in realtà risulta essere nient’altro che un sussidio di disoccupazione mascherato sotto nuovi paroloni o comunque qualcosa che gli si avvicina molto. Va riconosciuto al movimento 5 stelle di aver introdotto o quanto meno aver reso popolare il concetto base del reddito di cittadinanza: io sono cittadino italiano, pertanto lo stato deve prendersi cura di me e sostentarmi. Punto di vista diametralmente opposto a quello costituzionale, ma ci arriviamo tra poco.

Il reddito di cittadinanza è il futuro. A dirlo non sono io, bensì il famoso imprenditore e filantropo Elon Musk (quello che probabilmente ci porterà tutti su Marte per intenderci, non il cazzaro del parchetto sotto casa). Lo stesso, nel corso del Summit dei Governi Mondiali di Dubai, ha avuto modo di spiegare come in un’ottica di continua crescita dell’automazione del mondo del lavoro sia normale che si vadano a perdere posti di lavoro. Le macchine oltre a sostituire l’uomo nelle sue mansioni, riescono anche ad avere una migliore resa, rendendo l’essere umano di fatto obsoleto per molte attività. Questo fa sì che i robot lavorino al nostro posto e che la produzione non solo venga svincolata dall’uomo rendendolo libero di godere di un maggiore tempo libero, ma addirittura questa venga incrementata generando più guadagno. In questa nuova ottica, in assenza o scarsità di posti di lavoro, le nazioni devono prendersi carico dei loro cittadini garantendo un reddito di cittadinanza che permetta loro di sostentarsi. Il reddito di cui parla Musk è una cifra in denaro che viene distribuita ad ogni cittadino per il semplice fatto di essere un essere umano. Non c’è soglia minima, non ci sono altre variabili. In un mondo in cui il lavoro umano non esiste più o comunque è notevolmente ridotto, lo Stato si fa carico dei suoi cittadini e ne garantisce il sostentamento.

 A maggiore completezza vi riporto, prima di procedere con il nostro discorso, il link dell’articolo:

http://www.efdd-m5seuropa.com/2017/02/elon-musk-lautomazio.html

Elon Musk è un imprenditore che parla ad un Summit dei Governi Mondiali. Prendiamo le parole del magnate sudafricano per quello che sono: oggettivazioni. Per quanto possa essere vero che l’utilizzo di macchine nel mondo del lavoro non possa che aumentare la produttività bisogna tenere ben a mente che di fatto questi robot apparterranno ad una persona e che sarà quest’ultima a godere delle varie ottimizzazioni. Gli altri godranno semplicemente del ritrovato tempo libero e della loro totale povertà in assenza di un modo di potersi mantenere senza di posti di lavoro, a meno che, come ci si augura, l’istituto del reddito di cittadinanza non divenga una realtà consolidata e concreta.

È sempre bello parlare del futuro, tra scenari di fantascienza e grandi speranze, guardare avanti ci dà nuove energie da investire sul nostro domani. Ma in Italia come siamo messi?

Bè nel caldo Agosto del 2019 in Italia si sentono ancora gli odori e la frescura del Dicembre del 1947. Il giorno di San Giovanni di 72 anni fa (ormai manca poco alla ricorrenza) veniva promulgata la Costituzione Italiana il cui articolo 1 recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”. Continua poi all’articolo 4: “La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”. Avete fatto il bucato? Avete portato fuori il cane? Avete detto la preghierina prima di mangiare? Perché se continuiamo di questo passo a breve gli unici “Doveri, attività e funzioni” con cui potrete “Concorrere al progresso materiale e spirituale della società” saranno solo questi.

Ma sono passati ben 72 anni, è quasi una vita intera (nel nostro Paese l’aspettativa di vita è di 82 anni) chissà quante cose saranno già cambiate, chissà quanti passi avanti abbiamo già fatto!

Tanti quanti il numero di dita che avete attorno all’ombelico (non ditemi che avete controllato). Zero, nessuno, niente, nulla. Chiediamo ancora che ci venga dato un lavoro, ce ne inventiamo ogni giorno di nuovi, cerchiamo in ogni modo di capire come possiamo arrivare alla fine del mese in maniere ogni giorno più originali (o molto vecchie e tradizionali, ma illegali – ammicca, ammicca). Quando finalmente si accenna al futuro nel corso di una campagna elettorale finiamo col ridurre, col travisare, con l’approfittarci di questo nuovo germoglio e vanifichiamo per pigrizia e scarsa integrità morale tutte le nostre visioni futuristiche, le nostre grandi speranze per poi ricadere sempre nei soliti discorsi di circostanza. Non chiediamo ai nostri politici che lo Stato cominci a guardare avanti e cominci ad investire anziché tagliare e spostare fondi. Non pretendiamo che il mondo del lavoro venga reso Res Publica e che sia lo Stato ad occuparsene, magari intraprendendo attività produttive e di servizi anziché cederle, che crei guadagno anziché tassare il nostro, vecchio, quasi obsoleto istituto del salario. La stessa parola ci fa capire quanto vetusto ed arcaico sia questo concetto. Abbiamo fatto ben pochi passi avanti da quando il nostro lavoro veniva ricompensato con una piccola razione di sale.

Stiamo calpestando e strappando le radici di un istituto che se innaffiato e curato avrà modo di darci molti frutti.

Vi lascio con un ultimo articolo, un piccolo spunto di riflessione e magari l’inizio di un piccolo esame di coscienza.

https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/01/14/italia-repubblica-lavoro/?refresh_ce=1

K0

I limiti della Libertà

dal web.

La libertà è sopravvalutata. Lo dico sempre alla mia gatta quando all’aprirsi della porta di casa si avvicina all’uscio per guardare cosa c’è al di là della soglia. Il maschio invece quando ha la sventura di trovarsi in prossimità della porta in fase d’apertura tende a fuggire quasi stesse rischiando di andare incontro alla più grande disgrazia della sua vita. Forse non ha tutti i torti.

“La libertà (…) non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. A dirlo non è la mia gatta indossando una maglietta del Che, né il primo stolto che passa, bensì il ben noto Cicerone. La storia non riporta se anche lui lo dicesse parlando ai suoi gatti.

La libertà a mio avviso può concretizzarsi in cinque forme principali, ognuna delle quali ha come ogni cosa a questo mondo, dei pro e dei contro:

  1. Libertà intesa come indipendenza;
  2. Libertà intesa come possibilità di scelta;
  3. Libertà di pensiero;
  4. Libertà d’espressione;
  5. Libertà d’azione;

Procedendo in ordine partiamo dall’accezione di libertà tanto bramata dalla mia gatta. Indipendenza. Quella che i vostri genitori vi promettevano da piccoli al raggiungimento dei 18 anni, ma che improvvisamente, al raggiungimento della maggiore età, veniva rimpiazzata dalla tipica frase: “Finché sei in questa casa…”. Quella che alla prima notte nel vostro primo appartamento vi ha fatto sospirare e sorridere. Prima di scoprire, il mattino seguente, che i piatti non si lavano magicamente da soli nel corso della notte. Bella l’indipendenza, ci fa sentire così fieri di noi. Ricordatevi che nella vita c’è sempre un “Ma”, un lato B, il rovescio della medaglia. Adesso che siamo liberi dobbiamo badare a noi stessi. Cercarci un posto dove stare, qualcosa da mangiare, pulire, sistemare, lavare i vestiti, stirarli (forse), pagare le bollette, pagare l’affitto e dunque lavorare, incastrare il tutto con i nostri mille altri impegni giornalieri e non farlo solo oggi o domani, ma fintantoché la nostra libertà perdurerà. Bella fregatura.

C’è poi chi identifica la libertà con la possibilità di scegliere. Il suo motto in genere è il seguente: “Sono IO l’artefice del MIO destino!”. Molto romantico. Molto romanzato. Parliamoci chiaro, dover scegliere è una merda. Soprattutto se si tratta di scelte importanti, quelle che possono condizionare l’intera nostra vita e magari anche quella di chi ci sta attorno. Non mi riferisco a quelle scelte che attanagliano le giovani vite post liceo, come la scelta della facoltà, dell’università, del dove andare in vacanza, del dover frequentare Tizio o Caio, magari entrambi con l’aggiunta di Sempronio. No, per quelle c’è quasi sempre la possibilità di porre rimedio in qualche modo, anche se non a costo zero (e occhio alle malattie veneree). Parlo del dover decidere di troncare una relazione, del dover lasciare una situazione stabilizzata ormai da anni per poter crescere nonostante tutto questo ci ferisca, parlo del dover scegliere se sopprimere o meno il nostro caro animale domestico che soffre così tanto, ma allo stesso tempo ci accompagna da molti anni, parlo del dover decidere come gestire una malattia terminale di un tuo familiare. Parlo di tutti quei casi in cui l’unica scelta che vorresti poter fare è quella di non scegliere.

Abbiamo fin qui potuto notare come la nostra libertà sia legata all’esistenza di una o più persone al di fuori di noi. Nelle ultime tre accezioni il legame risulta ancora più evidente.

La libertà di pensiero, la più grande bugia. Vi pongo una domanda. Siete in grado di identificare il confine del vostro pensiero? Sapreste indicare con certezza fin dove un pensiero arriva ad essere completamente ed originariamente vostro e da dove parte la corrente di quel miscuglio di elementi che ogni giorno, da quando siete nati, influenza la vostra vita? La vostra educazione, gli insegnamenti dei vostri cari, la morale della vostra religione, i “Valori” della società in cui vivete. Se siete onesti con voi stessi la risposta sarà no. Non perché siete degli esseri monocellulari privi di una propria volontà, non tutti almeno, ma perché semplicemente il vostro “Io” viene seppellito, turbato, formato, coniato e amputato in base al luogo e al tempo in cui nascete. Alle vostre condizioni economiche e sociali. Al credo di chi vi sta attorno. All’evolversi della società in cui trascorrete le vostre 24 ore giornaliere. L’assoluta libertà di pensiero non può esistere. A meno che non siate nati in una grotta e non abbiate mai avuto rapporti umani nell’intero corso della vostra vita.

“Lasciami dire almeno quel cavolo che voglio”. Eh no Ciccio, non credo proprio. Tolti i limiti insiti nel linguaggio a causa dei quali il “Vostro” pensiero già rimodellato da quanto detto sopra, viene poi di fatto pressato dentro tanti piccoli contenitori che sono le parole della vostra lingua, amputando ulteriormente il frutto della vostra immaginazione, rimane un ulteriore limite: l’offesa altrui. Nella società odierna, tendenzialmente la migliore per quanto riguarda i diritti umani, almeno così ci viene spacciata, ogni volta che qualcuno apre bocca per pronunciare una frase di senso compiuto c’è qualcuno che si sente offeso e che ci tiene molto a querelarvi. Per non parlare poi delle offese a Dio che in veneto costano ormai 400€ l’una. Quanto costa la coca al grammo?

Come logica conseguenza, se non possiamo dire quel che pare, figurati se possiamo fare quello che vogliamo. Leggi, morali e valori dettano passo per passo quello che possiamo e non possiamo fare per non finire in prigione, all’inferno o esiliati. Ogni nostra azione ha sempre almeno una conseguenza e di questa dobbiamo tenerne sempre conto. È nostra responsabilità. Se mangiate ingrassate, se non fate sport ingrassate, se state tutto il giorno al pc ingrassate. Spiegatemi qui dove sta la libertà. Spiegatemi come faccio io, di questo passo, a superare la prova costume.

Se a tutto quello che abbiamo fin qui detto aggiungiamo i limiti della nostra natura, l’impossibilità di muoverci avanti e indietro lungo la linea temporale, su e giù attraverso i vari passaggi di stato, il dover sottostare alla forza di gravità, all’invecchiamento, all’impossibilità di bagnarci due volte nello stesso fiume, capite bene quanto sopravvalutato sia il concetto di libertà per come lo conosciamo noi.

Saremmo assolutamente liberi solo se fossimo esseri incorporei privi di spazio-tempo e solo se fossimo l’unico essere nell’universo. Se già solo ce ne fosse un altro sarebbe sempre lì a dirci che abbiamo di nuovo lasciato le nostre particelle in giro. Non so perché, ma quest’ultimo lo immagino in qualche modo femminile.

Nel piccolo della nostra limitata natura umana l’unica possibilità che avete di essere liberi è quella di ritirarvi in un deserto sperduto. Vi avviso: non ci è riuscito nemmeno Giovanni Battista.

Buona fortuna.

K0

Veleno, il podcast di Repubblica

E’ difficile non spoilerare quando hai davvero voglia di parlare di qualcosa, quando questo qualcosa ti ha preso così tanto che non faresti altro che parlarne a chiunque, condividerlo, lodarlo, affinché tutti possano conoscerlo, viverlo e farne un’esperienza propria.

E’ con questi presupposti che oggi voglio parlavi di “Veleno” una serie podcast prodotta da Repubblica riguardante una delle più emblematiche vicende giudiziarie del nostro Paese: il caso dei pedofili della Bassa Modenese. Non spaventatevi, almeno non ora. La serie parla sì di pedofilia, ma, seppur ne sia indubbiamente una parte fondamentale, in quanto motivo d’origine da cui sono scaturiti tutti i fatti, non ne è il fulcro. Il meraviglioso reportage giornalistico verte invece sul lato B dell’intera vicenda. Ma procediamo per gradi.

Cos’è un podcast? Per chi non lo sapesse (io stesso ne ho scoperto l’esistenza da poche settimane) un podcast è un racconto, un parlato, la voce di una persona registrata su un file audio offerto su richiesta all’utente che lo desidera. E’ un po’ come quando da bambini chiedevate di farvi raccontare una storia da qualcuno. Solo che è in rete e sempre disponibile. Una versione 2.0 della nonna Maria. Sempre con voi, ma non vi prepara dolci e non vi da i soldi per il gelato.

Torniamo a noi, Veleno è, cito: “Una serie audio di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, il montaggio e le musiche […] sono di Luca Micheli, la ricerca e la revisione sono di Debora Campanella. Veleno è un prodotto audio, ma anche multimediale: se volete vedere i luoghi e i personaggi che raccontiamo, sulla pagina del podcast troverete foto e video nella sezione ‘Approfondisci’”. Un racconto quindi, ma non solo. E non poteva essere altrimenti visto che non possiamo accontentarci di limitarci ad ascoltare quando i temi trattati e la maniera in cui ci vengono esposti sono così travolgenti.

Abbiamo parlato di lato B. E’ lo stesso Trincia che già nei primissimi episodi ci fa capire come questa vicenda abbia un lato A e un lato B. Una verità giudicata e una realtà così poco dubbia, ma nonostante ciò non creduta dagli addetti ai lavori dell’epoca. Si parte con il lato A, la verità ufficiale, quella delle sentenze, quella che ci racconta di un gruppo di adulti e delle gravi accuse mosse dagli avvocati e dagli psicologi, delle famiglie divise e delle dichiarazioni fatte dai protagonisti della vicenda: i bambini. Questa apparenza, come ogni superficialità e superficie, è destinata a infrangersi presto e non potrebbe essere diversamente. Fin da subito la voce di Trincia ci insinua un dubbio, buttato lì, come se fosse semplicemente un altro punto di vista, una postilla. Dubbio che nel corso dei sette episodi sentiremo farsi largo dentro di noi, travolgendoci e sconvolgendoci, ribaltando quel senso di disprezzo che dapprima ci ha fatto odiare i destinatari dei procedimenti giuridici, trasformandolo in compassione per dirigere infine il nostro sdegno su altri personaggi della vicenda.

Vorrei dirvi di più, ma non posso. Voglio che siate voi stessi a vivere le sensazioni che il narratore riesce a trasmetterci, voglio che cadiate nell’errore di un giudizio affrettato e che ne usciate rinati nel segno della compassione per le famiglie coinvolte. Per le vite di quei nostri fratelli e sorelle, figli e figlie, ormai distrutte irrimediabilmente.

La voce di Pablo Trincia è coinvolgente, a tratti quasi avvolgente, mai noiosa o banale. Le musiche non potevano avere note migliori, cullano e tormentano il nostro animo in perfetta armonia con i racconti. Il lavoro investigativo alle spalle degli stessi è puntuale, approfondito ed umano. Brucerete dalla voglia di ascoltare il prossimo episodio e allo stesso tempo sarete intimoriti da quello che potrebbe lasciare dentro di voi.

Non posso non condividere con voi questa esperienza.

Augurandovi un buon ascolto vi chiedo di condividere con me i vostri podcast preferiti e, se avete voglia di scrivere qualche riga, il perché vi hanno appassionato.

Vi lascio qui di seguito il link Spotify alla serie, così che possiate raggiungerla facilmente.

Tatuaggi: Social, Domande & Pregiudizi

ofc from Twitter

https://www.corriere.it/salute/dermatologia/cards/tatuaggi-che-cosa-bisogna-sapere-prima-dopo-non-pentirsene/numeri-problemi_principale.shtml?cmpid=tbd_1f3141b3Dt

Caro Dario il diario,

nel secolo buio in cui ci troviamo, in questo nostro nuovo medioevo, alle soglie della terza decade del terzo millennio, in questo nuvoloso pomeriggio del sesto mese dell’anno voglio fermarmi a rispondere ad alcuni quesiti esistenziali che ancora oggi attanagliano le nostre anime: “Ma i tatuaggi fanno male? Ma i tatuati si drogano? Spacciano? Rubano? Sono tutti dei nullafacenti hipster?”

Sì caro Dario il diario, siamo ancora a questo punto dell’evoluzione. Sembra essere uno scoglio insuperabile per la nostra coscienza. Questi folli con i loro marchi indelebili sulla pelle ancora camminano tra i puri d’epidermide, mischiandosi tra essi, avvicinandoli, rivolgendo loro verbo (ma anche sostantivi e congiunzioni), inducendoli in tentazione ed in alcuni casi addirittura riproducendosi con essi!!1!111!

Sì caro Dario il diario, devo confessarlo. Non posso più andare oltre nella mia menzogna. Ho ceduto, sono stato indotto in tentazione e l’ho accolta nel mio cuore. La mia pelle non è più come il buon Dio l’ha creata (con il featuring del pene di mio padre e la vagina di mia madre). Mi perdoni padre perché ho peccato.

Trenta volte circa. Ormai neanche lì conto più.

Il rogo mi attende. La mia anima sarà presto purificata. Finalmente sarà libera dalle piaghe del nuovo millennio: i social e il diritto d’espressione conferito ad ogni imbecille a questo mondo.

Questa breve premessa dovrebbe aver scoraggiato ogni utente medio. Possiamo quindi andare avanti, finalmente, con qualcosa di costruttivo. In questo caldo pomeriggio di giugno voglio rispondere a qualche domanda riguardante i tatuaggi, qualora qualcuno fosse davvero interessato, ma titubante a farsene fare uno. Spero che possa tornarvi utile e vi invito a scrivermi qualora necessitaste di ulteriori informazioni o aveste dubbi a cui non ho risposto in questo post. Cominciamo.

  • “Ti hanno fatto male?” La soglia del dolore è molto personale, varia molto di persona in persona, è impossibile quindi dare una risposta univoca. Considera che è una sensazione molto particolare, è più una frizione che un dolore vero e proprio. Cambia moltissimo a seconda della zona del corpo, ad esempio non ho avuto nessun dolore a tatuare il petto o la spalla, mentre ne ho avuto tantissimo sul costato. La durata del lavoro influenza parecchio: lentamente la tua resistenza al dolore cala e più tempo ci vuole a realizzare un disegno più il tuo corpo ne soffre. Può capitare di sanguinare.
  • “Non hai avuto paura delle infezioni? È difficile prendersene cura? Gli inchiostri sono cancerogeni?” Allora, procediamo per gradi. No, non ho avuto paura di eventuali infezioni e reazioni, ma solo perché sono stato uno sprovveduto e non ho fatto alcun test allergologico prima di realizzare il primo tatuaggio. (Ora) so che c’è la possibilità di essere allergici alle sostanze utilizzate (inchiostri, disinfettanti e lievi anestetizzanti) e consiglio vivamente di fare un test prima di sottoporsi alle mani del tatuatore e nel caso segnalarglielo. Per fortuna è andato tutto bene. Non è difficile prendersene cura, i primi giorni bisogna solo tenerlo costantemente ricoperto con una crema idratante che impedisce alla pelle di seccare (il Bepanthenol e simili vanno benissimo), lavarlo con sapone neutro e tenerlo a contatto con il solo cotone. Guarisce in fretta: in genere massimo venti giorni. Sostanze cancerogene? Ci sono alcuni studi sui vari inchiostri utilizzati, ma che io sappia non ci sono ancora certezze. D’altra parte tu hai garanzie che quello che mangi e bevi (per non parlare del fumo), l’inquinamento, i segnali televisivi, wi-fi e cellulari che attraversano ogni secondo il tuo corpo da anni non lo siano?
  • “E’ vero che non si può più donare il sangue?” Solo in parte. In caso di donazione, tra i vari requisiti richiesti, c’è anche quello per cui non si può effettuare la donazione se non sono passati almeno sei mesi dall’ultimo tatuaggio/operazione chirurgica. Serve a scongiurare il rischio di trasmettere eventuali epatiti.
  • “E quando sarai vecchio?” Bè cominciamo a dire che “Del doman non v’è certezza” quindi ha poco senso premurarsene ora, almeno secondo me. Magari non sarò mai vecchio, per morte o immortalità. Detto ciò bisogna capire un punto fondamentale e quindi fare una scissione. Ci siamo tatuati per senso estetico? In tal caso posso dirti che sarà meno bello di ora, le forme del corpo cambiano invecchiando e quindi può capitare che i disegni si sformino un po’ (anche se dubito che una tigre diventi un panda, magari sarà solo un po’ meno bella, ma lo sarai anche tu), le rughe invece arrivano per tutti, anche per i tatuati. Purtroppo. C’è da dire che se ti sei tatuato per un motivo estetico secondo me hai sbagliato qualcosa. Per me un tatuaggio è un significato, in alcuni casi anche più di uno. Non è estetica, ma simbolismo, quindi anche quando sarò un vecchio grasso e rugoso i miei tatuaggi avranno il valore per cui sono stati realizzati il primo giorno. Sicuramente mi ricorderanno di quei momenti della mia vita. E’ importante, anche in questo caso, sapersi accettare e avere presente il quadro generale: la vita seppur sia fatta di attimi non consta in uno solo di essi. E’ un’evoluzione incessante in cui tutto, soprattutto gli aspetti materiali, varia.
  • “Ti sei mai pentito di un tatuaggio?” No, il primo ormai risale a più di dieci anni fa e, almeno per ora, posso dirti sicuramente no. Detto ciò ci sono vari modi per eliminare un tatuaggio, seppur nessuno – almeno al momento – senza conseguenze: il laser può lasciare cicatrici, il cover up (coprire un tatuaggio con un altro) ti riporta alla situazione di partenza, ma con un tatuaggio nuovo, i cosmetici per coprirli invece vanno via in giornata. Probabilmente in futuro ci saranno metodi più tecnologici e performanti. Spero di non averne mai bisogno perché vorrà dire che avrò perso l’equilibrio mentale e armonia di cui godo in questo momento.
  • “La gente ha ancora dei pregiudizi nei confronti delle persone tatuate?” Bè la gente ha pregiudizi su tutto, quindi sì, anche sulle persone tatuate. Con grande rammarico devo confessarti che io stesso, sovrappensiero ho espresso, per fortuna solo dentro di me, delle affermazioni primitive contro chi ha dei tatuaggi. Poi mi sono preso a schiaffi da solo. Purtroppo l’automatismo del pregiudizio è insito nella nostra società e quindi occorre sempre un po’ di sforzo e qualche secondo per escluderlo. Quando ho modo di riflettere un secondo tendo invece a “Preferire” una persona tatuata rispetto ad una ancora “Vergine”. Chi si tatua, ovviamente questo ragionamento non vale per chiunque, è una persona disposta a portarsi qualcosa con sé per sempre, a soffrire per quello in cui crede. La reputo coraggiosa, disponibile a mettersi in gioco e in qualche modo più affidabile. Ma come ho detto questo ragionamento non può valere sempre. E poi diciamolo: le donne tatuate sono molto sensuali, hanno un qualcosa di tribale che indubbiamente smuove gli ormoni. Credo che lo stesso possa dirsi per gli uomini.
  • “Hai avuto problemi in famiglia o sul lavoro?” A mio padre non piacevano. Per i primi anni li ho sempre tenuti coperti, mi sono fatto estati intere con pantaloni e magliette a maniche lunghe in casa. Quando li ha visti la prima volta mi ha detto che al prossimo mi avrebbe diseredato. Ne ho fatti molti altri, sorrido ancora al pensiero di quella frase. Mia madre è un po’ più libertina. Sul lavoro no, nessun problema, qualche critica, ma nulla di che. Non escludo che ne avrò quando cambierò lavoro, ma in fin dei conti voglio davvero lavorare in un posto in cui si fanno discriminazioni per un fattore estetico e/o culturale? Direi proprio di no, quindi va bene così.
  • “Vuoi consigliare un soggetto a chi è in cerca di un disegno?” Assolutamente no. Se siete incerti sul soggetto, ma volete tatuarvi, semplicemente non fatelo. Ve lo porterete dietro molti anni, non bisogna avere fretta nel prendere una decisione del genere. Non abbiate paura, ma rifletteteci bene. Posso rincuorarvi dicendovi che dopo qualche giorno che avrete addosso il vostro primo tatuaggio neanche vi accorgerete di averlo. Entrerà a far parte di voi e non vi peserà. A volte guardo le parti non tatuate del mio corpo e mi dico che mi sembrano vuote, insignificanti, che non dicono nulla di me. Ad un certo punto il meccanismo mentale si ribalta e lo “Standard” diventa l’essere tatuati, non il non esserlo.
  • “Posso chiederti il significato di qualcuno dei tuoi?” La mamma non ti ha detto che non si chiede il significato dei tatuaggi? Scherzi a parte credo sia un gesto di estrema maleducazione chiederne il significato, scusami, ma la vivo quasi come un’invasione della privacy. Il fatto che tutti vedano alcuni dei disegni che porto con me non significa che io voglia condividerne il significato. Altrimenti avrei tatuato anche le didascalie. Posso solo dirti che alcuni sono regole, altri ispirazioni, altri ricordi.
  • “Ma la storia dei dispari? Come funziona?” Da quel che so è una leggenda marinaresca. I marinai si tatuavano poco prima di intraprendere il primo viaggio come rito propiziatorio, realizzavano un nuovo disegno una volta giunti a destinazione e si marchiavano nuovamente una volta tornati a casa. In questo modo avere un numero pari di tatuaggi pari significava essere lontani da casa e di conseguenza non era di buon auspicio. In sostanza bisognerebbe averli dispari. Io? Se vuoi ci mettiamo e li contiamo, ma ci vorrà un po’.
  • “Un consiglio ai puri d’epidermide?” Se l’unica cosa che vi ferma è la paura di portare qualcosa per sempre con voi non pensateci e fatelo. Finché crederete in questo qualcosa il tatuaggio ve lo rammenterà, se mai un giorno non dovesse più essere così vi ricorderà di quei momenti e vi farà riflettere su ciò che siete ora. Non preoccupatevi di quello che dice la gente, sono solo stronzate.

K0

Ciao Papà

Attimi Eterni.

Che cos’è la morte per chi rimane

Se non il più grande dei quesiti?

Non è forse vero che buona parte del dolore

Non è altro che assenza di risposte?

Dove sei?

Dove sei andato?

Perché tu?

Perché a me?

Perché non hai fatto nulla per evitarlo?

Avresti potuto?

Avrei potuto fare qualcosa?

Che cosa?

Perché non ho fatto niente?

Come ho potuto non fare nulla?

Ti ho mai detto di volerti bene?

Te ne sei ricordato un attimo prima di andartene?

Ti ricorderai di me?

Ti ho dimostrato a sufficienza il mio affetto?

Come stai?

Cosa si prova a passare di là?

Anubi ha ascoltato la mia preghiera?

Troverai la forza di far tutto?

Troverò la forza di andare avanti?

Cosa devo fare adesso?

Come faccio senza di te?

Come posso non dimenticare i dettagli del tuo volto?

Tornerai?

Ti riconoscerò?

Mi riconoscerai?

Ti ricorderai di me?

Mi cercherai?

Saprò che sei tu?

Ci rivedremo?

Promettimi che ci rivedremo.

Costi quel che costi.

Mi dispiace. Scusami.

Come faccio?

Ti voglio bene, ti voglio bene, ti voglio bene.

Puoi sentirmi?

Puoi sentire quello che emano dal mio petto?

Quello che dicono le mie lacrime?

Riesci ad udire la mia voce singhiozzare?

Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace.

Non sono stato un buon figlio.

Tu invece sei stato un buon padre per me.

Non te l’ho mai detto.

Mi dispiace. Ho buttato via il nostro tempo.

Come potevamo sapere che ne avremmo avuto così poco?

Hai sofferto?

Ti prego dimmi di no. Non potrei sopportarlo.

Dimmi che stai bene ora che non sei più qui.

Ora che la malattia si è spenta con te.

Dimmi che ti manchiamo, ma che ora è tutto più facile.

Che in qualche modo stai meglio.

Che ci rivedremo presto.

Voglio vivere aspettando quel momento.

Voglio tu sia fiero di me.

Che tu lo sia sempre.

Voglio ricordarti. Ti prego fa in modo che succeda.

Sorrido tra le lacrime ripensando alle tue critiche.

E pensare che mi facevano così male.

Va tutto bene, sto bene, stiamo bene.

La mamma sta bene. Anche Grazia.

Sistemeremo tutto, te lo prometto.

Concentrati su quel che devi fare adesso.

E’ importante, non disperare.

Non farlo mai. Sei sempre stato forte.

In qualche modo sono con te.

Lo sarò sempre.

Lo so, devi andare.

Devo lasciarti andare.

Sì, ti sento anche se ti stai allontanando.

Non preoccuparti, sono con te.

Sei dentro di me.

Qualunque cosa accada ricordati di noi.

Non perderti. Non perderci.

Ti voglio bene.

Ciao Papà.

A presto.

A presto