La mia stanza

“Creati una stanza. Un luogo difficile da raggiungere. Un luogo per il quale solo tu conosci la strada. Un posto in cui nessuno possa avvicinarti. Uno spazio in cui imparare a muoverti in solitudine.”

La mia “Stanza” è nata come spesso avviene per molte cose da uno spunto. Da un punto d’origine. Da esso ha preso piano piano forma, un passo, immaginario, dopo l’altro. Giorno dopo giorno sono riuscito a scendere sempre un po’ di più, in profondità.

Vi racconto la mia “Stanza”. Le virgolette sono d’obbligo perché, come vedrete, più che angoli ci sono passi.

Cominciamo.

Il sole sta tramontando su uno scenario desertico. Qualche grande roccia su una distesa di sabbia e pochi, bassi, arbusti. Il cielo comincia a tingersi di note bluastre. Sto camminando, ho la percezione di me, ma non mi vedo. So dove sto andando, adesso conosco bene quella strada. In principio il senso di smarrimento e la gioia della scoperta si rincorrevano senza sosta dentro il mio essere. Adesso è solo pace, consapevolezza e determinazione. Non sono solo. Non più. Lo ero le prime volte, forse. Forse, semplicemente, non vedevo chi avevo attorno. Poi un po’ per volta, uno alla volta, si sono mostrati. Non sono sicuro di riuscire a percepire tutti coloro che mi sono vicini durante questo cammino, anzi sono abbastanza convinto del contrario. La prima a rivelarsi è stata la Leonessa. Cammina placida al mio fianco, raramente volge il suo sguardo su di me. Non ha bisogno di vedermi, sa che sono lì. Il secondo personaggio è un uomo dal fisico longilineo e la testa da Ibis. Nonostante cammini sempre in testa al gruppo, nonostante sia sempre stato davanti ai miei occhi, non ero mai riuscito a vederlo prima di quel giorno. Ad essi si aggiunge una Donna. Giovane, nel fiore degli anni, un’acconciatura decorata, ma semplice allo stesso momento. Infine un Coccodrillo chiude il gruppo. Ci muoviamo in silenzio, nessuno emette altri rumori al di fuori di quelli legati ai propri passi. Insieme, all’unisono, ci muoviamo verso la nostra meta. Il passo è lento, quello di una camminata in cui la testa è immersa in un pensiero impegnativo.

Non ci vuole molto. Un ingresso rettangolare si scorge all’improvviso a pochi passi da noi. Come se avesse deciso di rivelarsi ai nostri occhi solo in quell’istante. Ognuno di noi sa cosa fare. La giovane Donna sgretola la sua essenza in particelle finissime e in una dolce nube si dirige verso il cielo ormai buio dando vita alla volta stellata che ospiterà il nostro prossimo cammino. La leonessa, pigramente, si sdraia su un fianco proprio davanti all’uscio. Si preoccuperà che nessuno mai possa entrare. Il resto della compagnia procede oltre la soglia buia.

Appena dentro l’Ibis si ferma e mi porge una fiaccola. Il suo cammino finisce qui. In quell’esatto momento, mentre la fiaccola entra a far parte di me, dal mio corpo salta fuori un’ombra. L’ospite nascosto è sempre stato parte della nostra comitiva e seppur celato alla vista, tutti siamo sempre stati coscienti della sua presenza. L’oscurità si compone davanti ai miei piedi in uno Sciacallo e mi incita a seguirlo. Dietro di noi, il Coccodrillo. Il percorso è in discesa e il buio permea l’ambiente circostante. Ricorda l’interno di una struttura antica. La prima torcia affissa sulla parete smette presto di illuminare il nostro cammino, ma non appena diviene troppo oscuro la fiaccola che l’Ibis ha riposto in me accende la torcia successiva. Tutto sembra essere disposto per arrivare al limite senza superarlo mai. Superiamo alcune stanze, non riesco a vedere molto oltre gli usci, ma non serve: non è lì che stiamo andando.

Alla fine del tragitto c’è una stanza di medie dimensioni. L’unica illuminata fino ad ora, comincio a scorgerne la luce oltre la curvatura del corridoio. Lo Sciacallo entra per primo e si sdraia immediatamente a destra dell’ingresso. Mentre faccio il primo passo all’interno del nuovo ambiente il mio sguardo è rivolto al Coccodrillo dietro di me. Pare non voglia continuare. Il suo cammino è ultimato. Rimarrà a vegliare su questo nuovo seppur ben conosciuto uscio.

La prima volta che alzai lo sguardo rimasi impietrito. Un enorme Cobra nero occupava buona parte del volume del locale. Mi fissava, mi sentivo in pericolo, ma nonostante ciò nessuno dei miei guardiani muoveva un muscolo, aspettavano.  Ai quattro angoli della stanza si scorgono quattro grosse candele cilindriche. Con le spalle rivolte al muro e ponderando attentamente ogni mio lento movimento mi accingo ad accenderle una per una. Come se quella luce aggiuntiva possa rivelarmi qualcosa di più. Qualcosa che possa risolvere lo stallo in cui mi trovo e possa aiutarmi ad andare oltre. Il miracolo non avviene. Mentre mi convinco che l’unico modo per affrontare la situazione è intraprendere un combattimento dall’esito probabilmente scontato con l’enorme serpente, i suoi occhi sembrano comunicarmi qualcosa di diverso. Il terrore, l’adrenalina, si rimodellano al mio interno in fiducia e consapevolezza. Abbasso i pugni e mi avvicino. Il Cobra allarga le sue spire e mi fa posto prima di ristringerle dolcemente attorno al mio corpo che per la prima volta riesco a vedere interamente, come se qualcuno mi osservasse. Sono seduto, le gambe incrociate, gli avambracci appoggiati sulle cosce. Riconosco la posizione, è quella dello scriba.

A quel punto una delle pareti rivela una porta segreta. Si apre autonomamente. Dal nuovo ambiente giunge una luce bianca molto intensa, quasi accecante. Abbandono la mia posizione incuriosito e conscio di poter procedere. I miei occhi si abituano presto alla nuova luce e la nuova stanza rivela un individuo sospeso a mezz’aria nella stessa posizione che fino a poco prima assumevo io stesso. Non ci sono passaggi. Non vedo altre porte. Tuttavia dentro di me ho la certezza di non essere arrivato. Devo solo capire come andare avanti. Come superare questo nuovo blocco. È solo allora che lo noto: lui è bianco ed io nero. Nonostante la posizione sia la medesima, la nostra natura apparente ci differenzia, quasi fossimo il negativo l’uno dell’altro. Salgo a mezz’aria e di nuovo assumo la posa. In quell’istante le due entità si fondono come si stessero aspettando vicendevolmente da tempo immemore e tutto esplode in una bianca luce abbagliante.

K0

Che dire.

Che dire. Di sicuro siamo andati avanti. Tornare indietro questa volta proprio non si poteva. Probabilmente non si poteva neanche fare peggio. Eppure. Sì, lo so. La mia punteggiatura non ti piace. Non avresti messo né quel punto né quella virgola. Non ti è mai piaciuta. Dicevamo? Ah, sì, eppure. Eppure, mi sembra di aver perso qualcosa. Perso, non nel senso di smarrito, intendiamoci. A ritrovare tutto quello che smarrisco ogni giorno ci ho perso la speranza. Vedi? Ho perso anche quella. Intendo perso nel senso di mancato. Anche mancato è brutto. Si avvicina, ma non è quello. Sembra quasi una freccia che non centra il bersaglio. Sì, ok, veloce è stato veloce, ma non mi è parsa una freccia. Lasciamo Cupido e gli arcieri ai propri posti di combattimento. In realtà dubito che possano uscire di casa vista la pandemia. Ad ogni modo. Sfiorato? Si avvicina, ma ancora non ci siamo. Scivolato? Può darsi. Riesci ancora a seguire i miei pensieri? Concentrazione. Scivolato in parte rende l’idea. Due realtà che si toccano e si conoscono, ma che poi scivolano in direzioni parallele, ma lontane. Intoccabili e invisibili l’una all’altra. Sai cosa sono parallele? Le celle. Almeno così le immagino. Tante piccole stanzine grigie con una parete di sbarre metalliche, una di fianco all’altra. Geometriche in un luogo a sua volta geometrico. Inspira, lentamente. Espira. La senti? Ah, che magnifica prigione la normalità. Sai cosa può fare una prigione? Contenere. E sai cosa non può fare? Contenere. Degli stadi in cui si presenta la materia fisica può trattenerne solo uno: il fisico. Uno su tre (su quattro se includiamo il plasma), non mi pare un grande risultato. Anzi, forse anche in questo caso non si poteva far di peggio. Come stai? Vedo i tuoi post di tanto in tanto. Non li cerco, intendiamoci. Compaiono sullo schermo annoiato del mio telefono. Eccesso di tempo libero immagino. Ad ogni modo. Sei felice come sembra? Sembri felice? Ti basta davvero? Perso-mancato-sfiorato-scivolato. Dicevo, non credo sia sbagliato, però. Maledetto però. Ti porta sempre lì lì per saltare e poi ti abbandona spaesato a te stesso. Come sono arrivato qui? Che stavo facendo? Però, forse, in un universo parallelo. Signor regista non possiamo vedere anche le scene tagliate? Il finale alternativo? Uno spoiler almeno?

Io? Sto bene. Bè a volte mi viene da starnutire, ma riesco a trattenerlo, la maggior parte delle volte almeno. Le altre semplicemente vengo additato quasi fossi un’arma batteriologica. Ci sta. Sempre meglio del rogo. Sto divagando dici? Ah. Non lo so, direi di sì. Sono successe tante cose e onestamente non ho ancora trovato il dizionario con la definizione di felicità più giusta per me. Aspetto le prossime pubblicazioni in edicola. Ma non mi fregano. Compro solo le uscite fino alla F e poi mi fermo. Non posso dilapidare i miei risparmi in gioia, imbarazzo, malinconia, nostalgia, pudore, tristezza e vergogna. Zizzania, non dimentichiamo zizzania. Scendo alla felicità. Se la trovo. Probabilmente l’ho appoggiata da qualche parte. Ci vorrebbe un’app. “Trova la tua felicità” per ios e android. Gli altri s’inculassero. “Scusi, ma il mio Huawei supporta l’app per la felicità?” “No, signora, ma chieda al mio collega le indicazioni per la cesta delle corde per impiccarsi, quelle funzionano per tutti”.

In questo momento o stai ridendo o sei terribilmente incazzata. Le mezze misure mai. Non sarai mica brava solo tu. Forse fingi indifferenza. Sì, ti ci vedo con la tua area naturalmente snob e superiore alla media. Sì, lo so. Non ho risposto. Pace.

K0

Sogno I

dal web.

Non vedo nulla. Ho gli occhi chiusi. Provo ad aprirli, ma mi fanno male.

C’è troppa luce.

Un tramonto di un inizio settembre mi rende quasi cieco. Un po’ per volta mi sforzo di abituarmi a tutta quella luce arancione. Ho la sensazione di essere appena nato. Dopo qualche attimo interminabile comincio ad intravedere delle sagome nere. Sono persone. Sembrano non patire tutta quella luce. Stanno in piedi di fronte a me e interagiscono tra loro. Le figure si fanno pian piano più nitide. Riconosco alcune voci. La mamma e il papà di Fabio e Riccardo. Da qualche parte ci saranno anche loro, penso. Non li vedo e non sento le loro voci, ma so che ci sono. Saranno semplicemente molto stanchi, come me. Abbiamo giocato insieme tutto il pomeriggio. Sento la voce di mia madre e la presenza della mia sorellina. Gli adulti chiaccherano tra loro, mentre alcuni estranei si fanno strada attraverso il gruppo per raggiungere le proprie macchine. Comincia a fare fresco. Non ho potuto fare il bagno oggi, faceva troppo freddo e c’era troppo corrente. Non che sia mai stato semplice bagnarsi in quel fiume. Ho sempre fatto fatica a non farmi trascinare via dalla corrente, ma l’acqua gelida mi piace molto.

E’ stata una bella giornata, sto bene. Giocare vicino a quell’albero è stato bellissimo.

Il mio gioco!

L’ho dimenticato, come ho potuto. L’ho pure costruito io! “Mamma ho dimenticato il gioco! Devo andare a prenderlo!”. Mi sente, ma non mi da retta. E’ troppo presa nella conversazione con la mamma dei miei amici. “Il gioco! L’ho lasciato all’albero!”. Niente, mi fa segno di aspettare e di non interrompere.

Non posso lasciarlo lì. E’ mio. L’ho fatto io!

Nessuno mi da retta. Devo andare a riprenderlo. Mi volto e comincio a correre nella direzione da cui siamo venuti. Non posso sbagliare: c’è solo una lunga strada dritta che corre lungo il fianco del fiume. Devo fare in fretta, non si sono accorti che me ne sono andato. C’è il rischio che se ne vadano senza di me! Corro a più non posso. Sento i piccoli sassi smuoversi sotto i miei piedi. L’aria fredda sulla pelle delle mie braccia sudate. E’ quasi buio. Devo fare in fretta.

Mi brucia il torace. Quanto manca? Ho superato il punto? Impossibile, avrei visto l’albero con le sue radici scoperte. La strada sembrava più corta. E’ sempre più buio. Il sole tramonta velocemente e gli alberi che costeggiano il fiume coprono buona parte della luce.

Cosa sto andando a riprendere? Il mio gioco, sì, ma com’era fatto? Ricordo di averlo fatto io, ma l’ansia e il fiatone sembrano bloccarmi la memoria, non mi viene in mente altro per quanto mi sforzi di ricordare. Pazienza, appena lo vedrò mi ricorderò. E’ il mio gioco. L’ho fatto io. Mi rassicuro.

 L’albero! Le radici! Ci siamo!

Riconosco il posto. Una volta raggiunto il punto mi piego appoggiando le mani sulle mie ginocchia. Sono sfinito. Sto morendo di caldo, ma l’aria gelida punge la mia pelle madida. Cosa sto cercando? Com’era fatto? Mi lasceranno qui. Nessuno sa che sono tornato indietro. Non si accorgeranno di me. Devo fare in fretta. Cos’era? Cosa avevo usato per costruirlo? Vedo l’erba appiattita dove poco prima giacevano i nostri teli, cerco tra le radici del grande albero, sul ciglio della strada sterrata, vicino al piccolo strapiombo che si affaccia sul fiume. Niente, niente, niente. Mi lasceranno qui. Lo so. Devo muovermi. Ma non lo trovo! Non so cosa cercare! Ho fatto così tanta strada e la stessa mi rimane per tornare indietro! Per cosa?! Non ricordo. Non ricordo. Non ricordo. Eppure l’ho tenuto in mano per ore. Ma come è possibile?! Non posso. Non posso. Non posso fermarmi di più. Mi lasceranno qui! Devo tornare indietro. Sono combattuto, ma non ho scelta. E’ ancora più buio. Mi staranno cercando. Saranno preoccupati. Mi sgrideranno! Che figura che farò davanti ai miei amici. Devo fare in fretta. Sento la maglietta bagnata di sudore incollarsi al mio torace prima di lanciarsi verso il mio giubbotto gillet con la zip allacciata fino al collo. Fa freddo e non posso slacciarlo. Così mi hanno insegnato. Ho caldissimo, ma non posso fermarmi. Cerco di evitare i sassi più grossi per evitare di farmi male alle caviglie, ma non sempre ci riesco. Non ho più fiato. Non ce la faccio. Andranno via senza di me. E’ passato un sacco di tempo. Non li troverò più. Come il mio gioco. Non avrò né la mia famiglia né il mio gioco. Rimarrò qui al buio da solo fino a chissà quando. Forse una volta a casa si accorgeranno della mia assenza. Sì, di sicuro quando dovremo scendere dalla macchina e io non ci sarò torneranno a prendermi. E se non se ne accorgessero? Devo fare in fretta. Mi lasceranno qui. La strada sembra non finire mai. Di sicuro questa volta è ancora più lunga. Non farò mai in tempo.

Comincio a scorgere le prime macchine. Sono sollevato, ma anche preoccupato. Tra poco scoprirò se sono andati via senza di me. Se sono ancora lì saranno preoccupatissimi. Mia madre mi sgriderà davanti a Fabio. Che figuraccia. Speriamo non lo racconti a nessuno. Vorrei sotterrarmi.

Sono arrivato. Sento il mio torace muoversi tantissimo, la maglietta ormai è totalmente appiccicata alla mia pelle. Ho il fiatone. Sono ancora lì! Lì vedo! Mi avvicino correndo. Sono ancora in tempo! Parlano tra loro, ci sono tutti. Nessuno è preoccupato e nessuno mi sta cercando. Sono contento! Nessuno mi sgriderà! Che fortuna. Pazienza per il mio gioco. Appena tornerò a casa con la mia famiglia me ne costruirò un altro più bello e che non lascerò in giro. Promesso. Sono contento.

Il torace rallenta, il fiatone si placa ed il mio sorriso si spegne. Non se ne sono accorti! Nessuno si è accorto che ero andato via! Avrei potuto perdermi e nessuno se ne sarebbe reso conto. Qualcosa di invisibile mi fascia il cuore e lo stringe. Non ero mai stato così triste. Non importo a nessuno. Nessuno si è accorto che ero andato via. Avrei potuto perdermi e non sarebbe importato a nessuno. Sarebbero andati via senza di me, dimenticandosi di me come io ho fatto con il mio gioco. A casa avrebbero costruito un bambino più bello e di cui sarebbe importato di più, che non avrebbero lasciato in giro, dimenticandolo, come se non fosse mai esistito. Adesso ho solo freddo. Chiudo gli occhi. Ma questa volta non è colpa della luce.

K0

Come prendere una decisione. VM14

https://www.memescan.it/meme/22795

Come prendere una decisione, importante o meno che sia? In rete troverete di certo mille mila e più “Guide”. Adesso una in più. Buona lettura.

PARTE PRIMA – AVVENTURIERI ED INVENTORI:

Nel prendere in considerazione la tua idea, qualunque scelleratezza tu abbia in mente, tieni sempre a mente questi tre personaggi storici e le loro avventure, o meglio, disavventure.

  • GALILEO GALILEI: il celeberrimo astronomo che con una semplice, ma non da tutti, ipotesi ci ha rivoluzionato la scienza delle stelle (Paolo Fox ancora doveva nascere): non è il Sole che ruota intorno alla Terra, bensì il contrario. Bravo, bravissimo. Questo è quello per cui viene ricordato, ad alcuni però manca una piccolissima parte: il rogo. Benché Galileo riuscisse a dimostrare con i mezzi rudimentali dell’epoca la realtà su cui il suo ragionamento si fondava, fu comunque costretto a rimangiarsi tutto onde evitare di finire su un barbecue decisamente non vegano in quanto il suo ragionare non era esattamente conforme a quello della chiesa cattolica dell’epoca. Morale? Per quanto tu possa avere ragione, per quanto tu possa provare ciò che dici, per quanto tu possa avercelo più grosso degli altri, c’è il serio rischio che tu perda contro una mandria di pisellini e che la tua unica consolazione sia quella di sapere che il tuo dito medio si trova esposto in un museo. Profilo basso;
  • CRISTOFORO COLOMBO: qualora la tua idea sia quella di partire e lasciare tutto perché chi ti sta attorno non capisce che vive in un posto di merda in cui non funziona nulla e c’è troppa burocrazia, ricordati sempre di Cristoforo. Sarà ammissibile scrivere “Merda” o mi banneranno? X WORDPRESS: è una licenza poetica, serve a rendere l’atmosfera. Un bel giorno si svegliò dando degli imbecilli a tutti e promettendo che avrebbe trovato un’altra via per raggiungere le Indie. Promise mare e monti (probabilmente letteralmente),  riuscì a trovare degli investitori e partì. Rischiò che il suo equipaggio gli separasse la testa dal corpo e raggiunse le Americhe, allora inesplorate. In realtà c’era già stato chiunque prima di lui, ma riuscì a rigirare bene la frittata. Per colpa sua gli Indiani si chiamano così seppur siano i veri americani. Per colpa sua oggi abbiamo gli Stati Uniti d’America e tutto ciò che questo comporta. Morale: se ti accorgi di aver fatto la cagata almeno cerca di girarla a tuo favore. NB: sono già stati scoperti tutti i continenti, ma non tutti i pianeti, forse. Buona fortuna;
  • THOMAS EDISON: l’inventore della lampadina. Edison è il motivo per cui non dovresti mai fare nulla che sia giustificato dalla mera gloria personale. Questo povero stronzo (X WORDPRESS, vedi sopra), ha posto in essere dieci miliardi di invenzioni che hanno rivoluzionato il mondo facendo avanzare il progresso tecnologico dell’epoca di anni luce, humour da pub di basso livello, ma per cosa viene ricordato? Ha inventato la lampadina. LA LAMPADINA. Morale: per il tuo benessere personale non fare nulla per la vanagloria, tanto anche qualora correggessi l’inclinazione del pianeta ti direbbero che si stava meglio prima e ti toccherebbe risistemare tutto. NB probabilmente colto da qualche isteria presagendo come sarebbe finita la sua reputazione ideò anche la sedia elettrica. Probabilmente sperando che con essa avrebbe ucciso buona parte degli appartenenti alla sua specie. Come biasimarlo.

PARTE SECONDA – LA RAZIONALITA’:

Ammesso che tu non abbia già deciso di pancia imbarcandoti su qualche nave alla ricerca di qualche pianeta in cui ancora non abbiano la lampadina circumnavigando il sole, la razionalità busserà certamente alla tua porta. Si spera, altrimenti prego, si accomodi, il burrone è da quella parte la stanno aspettando sul fondo, buon viaggio.

  • ANALISI SWOT: ci sono centinaia e centinaia di grafici e tabelle che ti possono tornare utili nel tentare di affrontare razionalmente il prendere una decisione. Personalmente faccio molto riferimento al modello SWOT. No, idiota, quella è la SWAT, tendo a non coinvolgere forze dell’ordine nel prendere le mie decisioni. Figuriamoci quelle americane. Dicevamo: undefinedQuesto modello ti permette di inserire, prima, e visualizzare, poi, tutti i punti di forza, le debolezze, le opportunità e i rischi del prendere una decisione. Cerca di essere il più onesto possibile nel compilarlo. Non che a me freghi qualcosa, ma avrebbe poco senso farlo ad minchiam. Punto di forza: è colorato!!!!!!
  • IL COLLOQUIO CON UN FINTO AMICO: non so tu, ma io non affiderei neanche una nocciolina ai miei amici, quindi evito di dargli in mano la mia vita. Però il concetto alla base funziona. Prenditi qualche ora o il tempo che ritieni opportuno e siediti a fare un po’ di schizofrenia (non dirlo al tuo psicologo o almeno non dirgli che te l’ho detto io). Prendi un foglio ed una penna, siediti ad un tavolo ed immagina di parlare con un tuo amico, uno che ti conosce alla perfezione. Chiedigli consiglio, chiedigli cosa ne pensa della tua idea e quali siano i perché della tua idea/scelta e perché dovresti imbarcarti in questa avventura. Cerca di essere positivo (per favore non al COVID-19). Segna i punti salienti sul foglio;
  • L’AVVOCATO DEL DIAVOLO: il tuo amico è uno stronzo, sì, quello di prima che non esiste. Rovescia la situazione e prova a convincerti del contrario, pensa che tutto possa andare male, convinciti che l’idea che ti ritrovi in testa sia una malsana fantasia di uno psicopatico, probabilmente di un futuro serial killer (già parli da solo e hai gli amici immaginari, sei ad un buon punto). Datti dello scemo, fa bene ogni tanto, spiega a te stesso perché la tua idea non funzionerà mai e quanto stai bene dove sei. Come prima, segna tutto su un foglio. PRO TIP: il foglio ha due facciate, salva un albero, gira il foglio.

PARTE TERZA – IL DIVINO E IL CASO

Qui viene il bello. Sia che tu creda che il tuo percorso sia già stato scritto, sia che tu creda di avere il pieno controllo delle tue azioni, ricorda sempre una cosa: spesso e volentieri gli imbecilli si incontrano a metà strada sulla via del fallimento. Quindi:

  • LANCIA UNA MONETINA: ovviamente prima assegna le sue facce ad altrettante alternative. Se le alternative sono più di due puoi usare un dado. Online trovi kit di dadi con innumerevoli facce, buono shopping. Dicevamo, lancia il tuo oggetto, ma fallo bene, lancialo molto in alto o molto lontano. E’ importante. Ora vai a prenderlo. Il dado sarà finito sotto il divano e la monetina invece ti sarà sicuramente caduta e sarà finita a rotolare per tutta la casa, ma è un bene. Mentre vai a recuperarlo, tra un’imprecazione e l’altra, ascoltati stai sicuramente sperando in un esito. Quella è la tua scelta. Puoi lasciare il dado sotto al divano e la monetina in bocca a tuo figlio. Non aggiungere altri sofismi alla tua speranza. Se credi in Dio e credi che l’esito sia il suo “Consiglio” sappi che potrebbe anche darti quel risultato per metterti alla prova, quindi per una volta il riscontro empirico non serve a nulla, ma hey, credi in Dio, dunque non è la prima volta. Se invece sei un sostenitore del caso come credi che l’esito di un dado possa cambiare la tua vita? Dai, smettila.

CONCLUDENDO:

Che questo post ti sia servito o meno a prendere la tua decisione ricorda sempre quattro cose:

  1. Non mi hai pagato per darti consiglio, quindi se queste 1000+ parole non sono servite a un tubo, pazienza, sappi che io vivrò bene lo stesso;
  2. La più grande passeggiata di sempre è iniziata con un solo passo. Anche quella sulla Luna. Cerca solo di mettere giù dal letto il piede giusto ogni mattina;
  3. La paura è la migliore bussola di sempre. Dove hai paura di andare, vai. Nella società odierna lo spirito di sopravvivenza (lo so che lo hai usato come giustificazione per non aver seguito una tua paura) è diventato una baggianata. Cosa vuoi che ne sappia lui poverino. E’ stato creato per non farti finire in un burrone, non per farti o non farti prendere un biglietto aereo. Ovunque ci sia paura c’è crescita. Anche se andrà tutto a rotoli almeno avrai portato a casa qualcosa.
  4. “Chi crede di farcela e chi crede di non farcela di solito finiscono entrambi per aver ragione”. Lo ha detto Confucio, non il mio panettiere. Puoi fidarti.

Intanto, buona fortuna.

K0

Avremo fatto la scelta giusta?

dal web.

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo di investire in soldati ed aerei anziché in dottori ed ospedali? A cosa ci sono serviti e a cosa ci servono ogni giorno milioni di euro a forma di caccia bombardieri e discendenti di baionette se non a divulgare la religione della distruzione e della morte a popolazioni ignare ed innocenti? Non sarebbero serviti forse a più nobile ed utile scopo medici e macchine salva-vita anziché strumenti di omicidio? Immaginate di aver inviato, anziché carrarmati e soldati, infermieri e medicine nei Paesi che ora sono solo macerie e desolazione. Come sarebbe oggi il mondo?

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo di rintanarci come sardine in città ogni giorno più grandi e meno vivibili alternando zone di densità di popolazione a dir poco elevata e zone pressoché disabitate? Non sarebbe stato forse meglio distribuirci in maniera omogenea in centri abitati medio-piccoli lungo tutto il territorio di questo nostro bel Paese? Sprovvisti, sì, di supermercati e grattaceli, ma addobbati da piccole botteghe e grandi viste su ciò che di più prezioso c’è al mondo: il mondo stesso. Preferiamo davvero il nostro odiato cemento? Tanto caldo d’estate quando freddo d’inverno.

Avremo fatto la scelta giusta scegliendo una mentalità di consumismo anziché di risparmio? Cambiare un telefono all’anno in momenti come questi a cosa ci è servito? Non sarebbe stato forse meglio avere qualche soldino in più per aiutarci a vicenda e chissà magari sostenere ulteriormente la ricerca medica?

Avremo fatto la scelta giusta a concentrarci sull’aspetto economico delle cose piuttosto che sulla logica e sulla prevenzione? Avremo fatto davvero la scelta giusta a scegliere di importare pressoché ogni cosa perché nel breve periodo conviene di più piuttosto che valorizzare, magari con un po’ di fatica, la produzione interna? Abbiamo davvero bisogno di ritrovarci senza neanche un’impresa che produce dispositivi medici all’interno del nostro territorio per porci il problema?

Avremo fatto la scelta giusta a scegliere la comodità del petrolio e dei gas al minor impatto ambientale delle energie rinnovabili? Facciamo davvero la scelta migliore a comprare ogni giorno energia elettrica prodotta da Paesi che utilizzano il nucleare piuttosto che sfruttare le innumerevoli risorse che questo mondo ha da offrirci?

Avremo fatto la scelta giusta, ci chiederemo, ad aver scelto la carriera e la vetrina dei social network piuttosto che un vivere più vicino alla natura ed agli affetti personali? Avremo fatto la scelta giusta preferendo la soddisfazione del presente all’investire sul nostro futuro?

Ci accorgeremo in tempo di aver fatto ogni giorno una scelta che per quanto appassionante e conveniente nel momento in cui si pone in essere potrebbe rivelarsi un cancro per la nostra vita? Ricordiamo ci con un colpo di spugna non si leva neanche lo sporco dai piatti, figuriamoci gli sbagli un’esistenza.

K0

Confessione di un pagano

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Mi perdoni padre perché ho peccato. Padre? Posso chiamarla così nonostante le sia vietato di copulare e dunque di riprodursi nonostante sia un eletto del Signore? Mi scusi.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Proprio non riesco a concepire un Dio in grado allo stesso tempo di arrogarsi l’unicità dell’essere divino e di dichiararsi buono e comprensivo. Il divino per i miei occhi, per il mio cuore, è ovunque e non in un singolo punto lontano chissà in quale angolo di chissà quale cielo. È nella terra e nell’acqua, nell’aria e nel fuoco. E’ in ogni singola emozione che quotidianamente domina il nostro vivere e il nostro morire. E’ nella piuma sulla bilancia così come nelle leonesse e nei serpenti. È nelle nostre rinascite e nei luoghi e nei momenti compresi tra esse.

Mi perdoni Padre perché ho peccato.

Più volte ho nominato il nome del millantato Dio unico, a voler usare un eufemismo, in maniera vana. Mi scusi, ma proprio non riesco a capire il discrimine tra le creature che lo stesso dio ha creato, la differenza tra un agnello e un maiale. Scusi anche il mio sarcasmo, ma mi sembra tutto un ragionare così fanciullesco. Pensi che il mio Paese se ne prende anche cura. Credo che presto sarà disponibile in qualche comma del codice penale anche la lista degli animali concessi e di quelli sacrileghi. Per fortuna siamo stati creati a sua immagine e somiglianza. Così ogni giorno possiamo continuare ad uccidere in suo nome senza nominarlo, senza riprodurne l’immagine, senza poter scrivere il suo nome.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Durante il Santo Natale ho dovuto recarmi a lavoro, così come il giorno del vostro primo santo. Non parliamo poi delle domeniche. Ma come posso onorare io questo precetto se ogni domenica dell’anno persino il Papa stesso macchia la sua coscienza con il peccato di lavoro festivo? Lodiamo nostro signore di non essere ebrei e di poter dunque disonorare il sabato lavorando. È buffo come i diversi dei unici riposino in giorni diversi, non trova? Sarà questione di fuso orario?

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Non ho onorato a sufficienza mio padre, quello vero, per tutte le cose buone che ha fatto per me e per la mia famiglia. Lo stesso faccio con mia madre, santa donna seppur non vergine. A mia discolpa posso dire che non ho rimesso loro le loro stesse colpe, ma ho cercato di accettarli e amarli per come sono.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho ucciso ogni giorno, per molti anni, la mia essenza dopo averla ridotta in catene e aver tentato di piegarla più e più volte. Si è ostinata a rinascere ogni volta come fosse un nuovo sole. Pensavo fosse una condanna ed invece è stato un miracolo. Ho spezzato le catene degli insegnamenti assoluti e categorici, catechisti direi, ed ora sono libero.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

La natura è stata generosa con me. Scusi il mio sorriso, ma proprio non posso trattenerlo. Così come è difficile trattenere altro, soprattutto in primavera, in presenza di certe creature a dir poco angeliche.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho rubato molto nella mia vita. Sorrisi e lacrime ad esempio. Di sicuro la cancelleria, ma sfido chiunque a scagliare la famosa prima pietra. Il cibo dai piatti dei miei commensali, davanti a certe pietanze è proprio impossibile trattenersi. Indipendentemente dalla stagione in questo caso. È il quarto cerchio, vero? Probabilmente già mi attendono. Nel caso chiederò indicazioni, anche se sbircerei volentieri qua e là. Sa, Dante, mi ha fatto incuriosire parecchio.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho mentito, non tanto spesso, ma l’ho fatto. A fin di bene per lo più. La diplomazia è un’arte che padroneggio abbastanza bene e amo il quieto vivere. A mio svantaggio ho confermato accuse per non ferire o almeno per non farlo ulteriormente. Ma immagino conti poco agli occhi dell’Assoluto.

Mi perdoni padre perché ho peccato.

Ho la pessima abitudine di prendermi ciò che desidero. Proprio non riesco a farne a meno. È la mia testa, sa, mi fisso. Proprio non viene da pensare ad altro. Per fortuna le catene che tengono le schiave legate al proprio padrone si sono ridotte ad avere un solo anello d’oro. È molto più facile rubarle adesso. Le dirò, erano molto propense all’assecondare questo loro rapimento e si sono dette molto soddisfatte. Scusi il sarcasmo padre, ma capirà che nel 2020 questo precetto è quanto meno da rivedere.

Bè padre, mi perdoni, ma nel mio peccare sono stato coerente. Cerco sempre di esserlo. Ho sicuramente desiderato tutto ciò che ho rubato, oggetto o persona che sia. Mi sembra una condizione necessaria e sufficiente.

Ora che abbiamo terminato con me sa dirmi quando la sua chiesa si scuserà con me e con i miei dei per gli omicidi di massa commessi dai vostri crociati, dal tribunale della Santa Inquisizione e nell’arco delle ripetute operazioni di recruitment del vostro fan club a discapito della vita dei miei fratelli e sorelle? Mi dispiace anche per i vostri figli, di certo non suoi, nelle grinfie dei vostri sacerdoti, dei suoi colleghi insomma, ma questo non è affar mio. E poi non ho mai sentito di un girone per i pedofili, quindi al vostro ineccepibile Dio deve andar bene così.

Vorrei poterla perdonare, padre, per i suoi peccati.

K0

Maschi Vs Femmine

Twitter

Twitter è un posto magico. Un social di parole, seppur con un limite di caratteri, in cui ognuno può liberamente dire la sua. Senza metterci la faccia, né il nome. Un social di parole che nonostante tutto è pieno di tette e culi come, se non in misura maggiore, i peggiori account di Instagram. Almeno lì si vedono anche le facce. Così, qualche giorno fa, stavo scorrendo la mia home alla ricerca di un po’ di intrattenimento per uno dei pochi momenti di noia di questo periodo. Tra un paio di tette senza volto, ma attenzione: con aforismi ricchi di principi, calici sorretti tra le dita di piedi smaltati e tweet a sfondo politico mi appare questo post:

Continuo a scorrere, evidentemente immerso in altri pensieri, quando ad un tratto una vocina dentro di me: “Aspetta, ma che cazzo ho appena letto?!”. Scorro indietro alla ricerca del post, lo rileggo un paio di volte per accertarmi di aver compreso il contenuto (Italia sempre peggio per valori di analfabetismo funzionale e comprensione del testo, ma questa è un’altra storia) e inorridisco. Inorridisco non è il termine corretto perché in realtà la sensazione che provavo era più simile una soluzione di incredulità e disprezzo. “Ma siamo davvero ancora a questi livelli?”, commento tra me e me. Metto via il telefono e scendo dal tram.

Il post seppur, mi auguro, probabilmente a scopo polemico, riesce a tirare fuori il peggio nei suoi commenti. Persone senza volto esprimono il loro parere e non sempre questo pare essere datato dopo gli anni 2000 d.C. Questo fa riflettere, perché se è vero che siamo (quasi) tutti in grado di dire che questa ‘Norma sociale’ ormai è quasi del tutto superata quando siamo nel pieno delle nostre facoltà, diverso è il discorso quando siamo costretti a tornare al pensiero primitivo. Da quanto non avete un primo appuntamento? Vi ricordate, cari maschietti, l’ansia della questione? “Dovrò offrirle la cena? Devo pagare io? Le farà piacere? Se lo aspetta? O è una di quelle a cui queste cose danno fastidio? Una di quelle, come si chiamano? Ah sì, femministe. Che faccio?”. E invece voi femminucce? “Devo offrirmi di pagare? Tutto o metà? Magari lui non vuole, magari è una persona ancora attenta a queste cose. Dovrò fingere di andare in bagno e lasciare a lui la scelta?”. Che bella l’ansia del primo appuntamento, con tutto ciò che comporta.

Il concetto del “Il maschio paga” è legato ad una società ormai superata. Più che ad una società ad un’economia. Fino a qualche decennio fa le famiglie riuscivano a mantenersi con un solo stipendio di conseguenza era insensato che entrambi i genitori lavorassero. Era meglio concentrare le energie del “Genitore 2” alla cura della prole e della tana. Con il mutamento di questa condizione economica si è reso necessario che entrambi i genitori iniziassero a lavorare e a contribuire ai compiti familiari e domiciliari. Tempo e denaro sono da sempre risorse limitate e quindi da gestire con cautela. In questo contesto economico la donna ha dovuto e voluto farsi carico di un dovere una volta relegato all’uomo, il lavoro, e ha chiesto e preteso che l’uomo cominciasse ad occuparsi dei compiti una volta unicamente a lei affidati. In questa nuova società di persone in cui tutti svolgono gli stessi compiti la donna, giustamente, ha iniziato a pretendere di essere trattata alla pari dell’uomo.

Il problema è che come sempre si predica bene e si razzola male, come si suol dire. La vocina si fa largo tra i miei pensieri mentre scrivo: “Vedi di ponderare bene le parole perché qui si rischia il linciaggio, ho ancora molti moralismi da farti quindi dobbiamo sopravvivere a questo post”. Dicevo, molte volte ho assistito ad atteggiamenti di donne che mentre da un lato manifestassero, più o meno apertamente, questo desiderio di parità nei confronti dei pene-dotati, su molti atteggiamenti quotidiani invece pretendevano di essere ancora messe su un ipotetico piedistallo. Vedi la questione in oggetto. D’altra parte, per par condicio, ho anche visto donne meravigliose che invece si prendono ogni giorno, con ogni gesto, con ogni abitudine, la normale parità di cui sentono di avere pienamente diritto.

Può sembrare una cavolata, ma psicologicamente la questione è invece molto importante. La vita si decide spesso nei momenti di ansia ed insicurezza. Se nelle più piccole, ma quotidiane abitudini di ogni giorno, come può essere appunto un primo appuntamento vi fate trattare da ‘Femmine’ o ancora peggio lo pretendete, perché pensate che vi sia dovuto, come potete chiedere ad un essere semplice come un ‘Maschio’ di non etichettarvi come ‘Femmine’ e come tale cominciare a trattarvi? La parità, come ogni cosa, inizia nei piccoli gesti. Se pretendete di essere messe nelle condizioni di una ‘Femmina’ nella vita di tutti i giorni, non stupitevi se poi, dopo qualche anno, vi lasciano a casa con i bambini a fare le pulizie. La parità inizia nella donna, nel vedersi pari e nel pretendere di essere trattata come tale. Nel chiedere di uscire se qualcuno vi piace, nel dividere i conti o nell’offrire vicendevolmente, nell’aprirvi le porte, nel portarvi i bagagli (così imparate anche a metterci dentro anche meno roba, sembra di spostare sacche con cadaveri delle volte), nel pretendere il rispetto che meritate ogni giorno.

Pro tip (scusate lo slang giovanile): se dividete potete uscire il doppio!

Vi lascio, ho un’altra Santa Inquisizione da fermare, un altro medioevo da illuminare.

P.s. Uomini, tra due giorni sarà il 6 Gennaio, risparmiate alle vostre signore le battute sulla befana per cortesia. Tenetele per la suocera.

K0

Nihil Ego (Sum)

Io sono niente.

Ripetilo di nuovo, sentilo rimbombare nella tua testa, ascoltati:

io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Io sono niente.

Lo senti quel principio di panico? Quella che pian piano inconsciamente passa dall’essere paura ad essere libertà?

In una società retta dal principio di non contraddizione (qui la definizione) per cui una cosa è una cosa solo perché non è un’altra, assumersi la responsabilità di identificarsi con il niente è quanto meno spiazzante. Fin da bambino ci insegnano che un cane è un cane anche perché, oltre ad abbiare, non è un gatto, né un cavallo, né un elefante e così via. Ci inculcano che ogni cosa a questo mondo ha un suo opposto: il bene e il male, il salato e il dolce, il bianco e il nero. Così è facile sapere dove mettere le cose, compresi noi stessi. È semplice, lo sappiamo tutti che il nero va posizionato all’opposto del bianco, lungo un’immaginaria linea retta esattamente nel punto più lontano possibile. È facile anche per i bagni: pisello-maschio, non pisello-femmina. Anche se ultimamente le cose si sono un po’ complicate.

In una società in cui tutto ha un posto logicamente assegnato e dunque in cui tutto è facilmente collocabile non fa differenza riordinare la propria camera o la propria testa, ma dire che qualcosa è niente è un bel guaio. “E questo niente dove lo metto adesso? Vicino ai libri? O ai fiori? E di che colore è il niente? Senti, lo lascio qui sul pavimento, in un angolo, tanto non mi vede nessuno. Ma se qualcuno ci inciampa e si fa male? Che casino. E adesso?”. Figuriamoci poi se quel “Niente” è una persona. “Ciao Mamma, lui, bè lei, bè questo…insomma ti presento Niente”. È quasi la storia del ciclope di Ulisse. La situazione degenera poi se quel signor Niente siamo noi: “Come Niente?! Aspetta un attimo! Oh, ‘Niente’ a chi?? Io sono un sacco di cose, sono questo e sono quello e poi nel tempo libero sono anche quell’altro! Vedi?! Non sono mica niente io!”. Che sollievo.

La nostra prigione di etichette è quanto meno rassicurante. Ogni cosa ha il suo posto, il suo proprietario, il suo nome. Anche per le persone è così: lei è Cinzia, è la mia fidanzata.

Lei. Cinzia. Mia. Fidanzata.

Che nella vostra mente abbiate letto queste ultime quattro parole con tono asettico e logico o con la voce di uno scimmiesco uomo delle caverne poco importa. Il ragionamento rimane comunque primitivo, poco verosimile, stretto.

Indipendentemente dal numero di etichette che ci appicchiamo addosso ogni giorno della nostra vita, davanti alla semplice frase “Io sono niente” ci troviamo comunque a disagio.

Cozza contro ogni nostra logica, ma non è solo questo. Quelle semplici parole in qualche modo riescono a metterci davanti alla verità, davanti ad un’infinita potenzialità.

È vero che essere “Qualcosa” è rassicurante, ci aiuta a capire chi siamo e cosa dobbiamo fare, ma ricordate che nella società che ci siamo costruiti attorno se siamo una cosa non possiamo esserne un’altra, quanto meno non possiamo essere il suo opposto. Questo può andarci bene nella vita di tutti i giorni, quando non abbiamo tempo di fermarci a riflettere perché tra un caffè, una riunione, il preparare la cena e il nuovo episodio della nostra serie tv preferita è già ora di andare a dormire. Chiudete gli occhi.

Io sono niente.

Lo sentite quanto non vi basta più essere qualcosa? Riuscite a sentire quanto è pieno quel “Niente”, quanta energia ha in sé? Solo il niente può essere tutto, proprio perché non è niente. Non cercate di analizzarlo logicamente, non vi serve. Sentite dentro di voi quella sensazione? Come se tutti i piccoli tasselli che vi compongono si stessero muovendo dentro di voi in maniera autonoma per ricollocarsi ognuno al suo vero posto. Come se qualcuno vi avesse svelato la soluzione di un enigma che vi ha torturato per anni e la cui risposta era in realtà così semplice. Vi siete accorti di quel piccolo sorriso che avete fatto?

Io sono niente.

Quindi sono tutto, pur essendo nulla.

Posso essere tutto.

È un’inspiegabile sensazione di calore interiore, di pace, di fiducia. Tutto è al proprio posto.

Io sono niente ed è spaventoso e meraviglioso allo stesso istante.

Io sono niente e non ho bisogno che sia diverso da così perché questo sono io.

Io sono niente.

K0

Il mio primo Libro

Grazie Bianca

Qualche giorno fa mi sono fatto il regalo più bello che una persona che ama scrivere può farsi: ho pubblicato il mio primo “Libro”. Le virgolette sono d’obbligo sia perché ancora fatico a chiamarlo tale, nella mia testa rimane ancora uno dei miei “Scritti”, sia perché la soluzione scelta, per le motivazioni che vi dirò è stata quella del formato elettronico e quindi dell’ebook.

Il travolgente entusiasmo di mia madre.

Quando molti anni fa cominciai a scrivere il testo in questione non mi era neanche passato per l’anticamera del cervello che un giorno lo avrei pubblicato, di conseguenza non mi ero nemmeno mai posto la questione del come fare. Avevo sempre e solo scritto per me o per le persone che mi stavano vicine, fin lì era stato facile: salva, apri l’applicazione delle email, allega, invia.

Un giorno come gli altri ero a lavoro e durante una breve pausa avevo deciso di andare alle macchinette a prendere un pessimo caffè. All’epoca non avevo la Nespresso a pochi metri dalla scrivania. Abbandonato sul tavolo, un giornale aperto. Mentre aspettavo che la brutta copia di un caffè si raffreddasse fino a diventare bevibile, mi cadde l’occhio su un piccolo articolo, un concorso di scrittura con possibilità di pubblicazione. “Mah” mi dissi, non si sa mai. Strappai l’angolo del giornale con l’annuncio e lo misi in tasca.

Qualche giorno dopo finii di rivedere il testo per la millesima volta. Non sembrava mai “Finito”, c’era sempre qualcosa da rivedere, ma mi ero stufato di leggerlo e rileggerlo, cambiando parole e correggendo virgole e punti. Mi ricordai del pezzetto di carta che nel frattempo dai pantaloni della mia divisa aveva attraversato l’intera Milano per finire nel caos della mia scrivania. Lo presi e lo rilessi. Sembrava facile, bastava inviare una mail. Aprii l’applicativo e allegai il testo. Inviato.

Passò qualche giorno, settimana forse, già allora il tempo aveva cominciato a perdere rilevanza, quando mi arrivò a casa una proposta di pubblicazione. Avevo qualche decina di giorni per rispondere, la condizione era che avrei dovuto comprare le prime X copie del mio futuro libro. Mi sentii lusingato, ma feci comunque scadere il termine. Non volevo pagare per pubblicare un mio scritto. Non mi sentivo “Scelto” fino in fondo. Nei mesi successivi arrivarono altre due proposte da altrettante case editrici. La formula era più o meno sempre la stessa o tale fu anche la mia decisione.

Passarono gli anni fino a quando, poco più di un mese fa ormai, mi ricordai di quello scritto. Se ne stava lì sul mio pc a fissarmi. Incompleto come sempre. Senza uno scopo, proprio come lo avevo lasciato anni prima. Pochi giorni prima avevo letto la possibilità di autopubblicare in formato ebook grazie ad Amazon e quindi Kindle. “Chissà se Kobo fa la stessa cosa”. Google. Autopubblicare Kobo. La risposta fu affermativa.

Avevo già la copertina che avevo fatto realizzare qualche anno prima alla solita Bianca. In realtà “Avevo” è un parolone. “Hai ancora la copertina del libro che ti ho fatto fare qualche anno fa? Non la trovo più”. Puntuale e precisa come sempre me la inviò nel giro di qualche ora. Whatsapp. Audio. “Ciao Cris, quando hai mezz’ora da dedicarmi? Devo mettere due scritte su un’immagine: un titolo e un nome”. Invia. Qualche giorno dopo avevo tutto. Dovevo solo rivedere il testo. Di nuovo.

Si chiama Kobo Writing Life . È un servizio veloce e gratuito che vi permette di pubblicare nel giro di poche ore, in pochissimi passaggi (4) il vostro testo in formato epub direttamente sul Kobo Store. Il formato è supportato praticamente da ogni dispositivo elettronico:

Sarà poi possibile acquistare l’ebook direttamente dal vostro Kobo, se ne avete uno, o altrimenti potete acquistare lo scritto dallo store e caricare il testo sul vostro dispositivo. Facile e veloce. Il prezzo di vendita lo decidete voi.

Il mio testo?

Si intitola “A Sofia”.

Con il pretesto del crescere una bambina, un padre accenna ad alcuni punti fondamentali del mondo in cui viviamo, quelli che ogni giorno diamo per scontati e che, pur influenzando le nostre vite, rimangono per lo più invisibili. Continua poi con piccole, ma grandi riflessioni sulle persone che ci circondano, compresi noi stessi per poi dedicarsi a qualche cenno di natura intima e spirituale. Non voglio dirvi altri.

Spero di avervi incuriosito abbastanza. Lo trovate qui: https://www.kobo.com/it/it/ebook/a-sofia

Leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate!

Buona lettura.

Libera interpretazione di un’opera

https://www.instagram.com/bianca_e_i_suoi_colori/

NIGREDO:

“Ciao. So che non dovrei essere qui. Non serve che tu me lo ripeta di nuovo. Le tue parole ancora rimbombano nella mia testa come un insopportabile eco: ‘Vattene, non devi più venire qui. Vattene, non puoi più stare qui. Vattene!’. Sono sempre lì, giorno e notte, come un disco rotto il giorno del mio compleanno. Non preoccuparti, sono qui solo per riprendermi ciò che è mio, poi me ne andrò. Per sempre. Dov’è? Lo tieni ancora con te o è già finito nella tua adorata collezione? Allora?! Lo hai con te o no?! Ha già dovuto cedere il posto ad uno nuovo? Certo, sarà di sicuro così. Ti conosco! Lo vedo. Lasciami passare, lo vedo! Togliti di torno. Non toccarmi!

Guarda: batte ancora. Nonostante tutto. Che stupido. Come la sua proprietaria. Povero ingenuo, nonostante le ferite ancora ti ostini a battere per chi non ti vuole più con lui. Sei proprio un cretino. Non preoccuparti, ti terrò con me. Cuciremo insieme gli strappi e non ti affiderò più a nessun altro. Saremo solo io e te fino a quando non cesseremo di vivere entrambi. Speriamo accada presto.

Sì, me ne vado, me ne vado. La smetto di tediarti con i miei drammi. Tanto non ti interessa. Almeno, non più. Chissà poi se te ne è mai importato nulla o se hai solo voluto consumarci sino all’ultimo battito. Mi dispiace sia andata così. Scusami. Ora vado.

Ma scusami un bel nulla! Ci hai abbandonato, ci hai tradito. Ti abbiamo dato tutto e ciò che abbiamo ricevuto in cambio è finire per terra nell’angolo del pavimento zozzo di camera tua! Non meriti nulla! Neanche l’aria che respiri! Come hai potuto!? Come cazzo hai potuto farci questo!? Forse non eravamo abbastanza per te?! Ma chi cazzo credi di essere! Vaffanculo!”

RUBEDO:

“Ciao! Mi chiamo, bè non è importante come mi chiamo. Non più di tanto almeno. E tu? So che ci siamo appena conosciuti, ma i tuoi occhi mi piacciono. Mi trasmettono fiducia ed io ho proprio voglia di tornare a fidarmi di qualcuno. Potrò sembrarti pazza, ma…vuoi prendertene cura? Almeno per un po’. Bè di lui e di me, ovviamente. Siamo un pacchetto completo, nessuno sconto! Sono stanca di doverci badare da sola. Straripo dalla voglia di farmi cullare, di sentirmi al sicuro in un tiepido calore. Puoi farlo tu? Mi piacciono le tue mani, sono così grandi. Chissà come sapresti tenerci al riparo nelle fredde notti d’inverno e in quanti posti riusciresti a trascinarci nei caldi giorni d’estate. Voglio andare al mare! Ci porti? Bè non subito, eh. Non sono una che si lancia in cose folli. Ma tu mi piaci. Davvero. Sì, sì, ho capito che ci conosciamo appena e che non sai nemmeno il mio nome. Ma che importanza può avere un nome quando si parla di cuori? Di vite? Nessuna! Potresti anche chiamarti con un nome impronunciabile, ma so che potrei amarti lo stesso e di certo tu non potresti evitare di ricambiare! Ti chiamerò Gino, per semplificare. Così evitiamo la questione dell’impronunciabilità. È un sorriso quello? Oh, finalmente! Ce n’è voluto di tempo!

Sai sotto questo apparente entusiasmo sono una timidona. Diciamo che l’alcol mi sta aiutando parecchio! Davvero non mi importa come ti chiami. Né che lavoro fai, da dove vieni o dove vivi. Mi auguro solo tu non segua il calcio. Scusami, ma quando sono nervosa non ce la faccio proprio a rimanere seria. È solo che vorrei darlo a te. Sì, proprio a te e non chiedermi il perché. Non saprei darti risposta. Allora? Vuoi prendertene cura tu? Voglio solo appoggiarlo vicino al tuo e sentirli battere all’unisono. Non ti chiedo nulla di più. Posso?

Abbracciami.”

L’immagine, quella doppiamente interpretata per intenderci, è di Bianca. Trovate altri suoi lavori sul suo profilo instagram.

K0